Vacanze, l’Italia divisa a metà fra chi parte e chi no

Saranno poco più della metà della popolazione (precisamente il 54%) gli italiani che faranno o stanno già facendo una vacanza nel 2021, contro un 46% che invece resterà a casa, sia per le preoccupazioni legate al virus sia soprattutto per questioni economiche. A fotografare lo stato di salute del turismo tricolore è un sondaggio realizzato da Demoskopika per la trasmissione Anni 20 Estate in onda su Rai2. Insomma, il meritato periodo di ferie fuori casa è un “miraggio” per quasi 10 milioni di nostri connazionali, circa il 9% in più del numero rilevato rispetto allo scorso mese di maggio.

Perché non si parte

Il 46% degli italiani non partirà per un periodo di vacanza. Ma quali sono le ragioni? Tra i motivi principali emersi dal sondaggio, oltre alla modalità di risposta di chi “ha già rinunciato, al di là del coronavirus” (24%), uno dei principali motivi della mancata partenza è la paura del disagio economico alimentato dall’emergenza pandemica. E così, circa 10 milioni di italiani, pari al 17% del campione, non andranno in vacanza perché non hanno la possibilità economica per farlo mentre appena il 5% ha rinunciato perché, pur volendo, ha ancora timore a viaggiare a causa del Covid-19 e delle sue varianti. Una “preoccupazione economica” degli italiani, ancora più evidente se confrontato con l’orientamento emerso lo scorso mese di maggio. In particolare, il condizionamento del Covid-19 ad andare in vacanza si è ridotto di ben 19 punti percentuali, passando dal 24% della prima rilevazione (maggio 2021) al 5% della seconda rilevazione (luglio 2021). Un cambiamento nei comportamenti di consumo turistico evidenziato anche dall’impennata della percezione di un peggioramento delle condizioni economiche: lo scorso mese di maggio a dichiarare l’impossibilità di programmare una villeggiatura per difficoltà economiche era stato l’8% del campione a fronte del 17% del dato odierno. Le fasce della popolazione che non partiranno sono rappresentate soprattutto da chi ha un basso titolo di studio, operai, persone in là con gli anni. Per quanto riguarda la questione territoriale, i “rinunciatari” abitano prevalentemente nelle regioni del Centro e del Nord ovest.

L’identikit di chi può partire

Dall’altra parte di questa analisi, c’è invece quel 54% di italiani che invece potrà andare in vacanza. Si tratta in prevalenza di persone giovani (il 62%),  residenti nelle Regioni del Mezzogiorno,con un titolo di studio medio-alto e che si trovano in una condizione di lavoro dipendente (dirigenti, quadri, impiegati, etc.) piuttosto che autonomo. In merito alle mete, la preferita resta il mare, scelta dal 58% del campione, seguita poi da “montagna” (15%), dalla vacanza nelle “città d’arte e dei borghi” (10%) e in “campagna e agriturismo” (8%).

Le Pmi italiane preferiscono Facebook e Instagram

Il Covid-19 ha spinto le piccole imprese italiane a implementare nuove strategie e strumenti di marketing per soddisfare le esigenze dei propri clienti. Secondo l’Osservatorio Piccole Imprese di GoDaddy il 62% delle piccole imprese italiane possiede un sito web, di queste il 71% svolge attività di marketing e promozione attraverso il proprio sito o i propri canali social media. Tra questi ultimi il più utilizzato è Facebook (86%), seguito da Instagram (58%). Lo studio, condotto dalla società di ricerca Kantar, ha preso in esame circa 5.100 Pmi con un numero di dipendenti compreso tra 1 e 49, equamente distribuite in Italia, Germania, Francia e Spagna, con un focus particolare sulle strategie di marketing adottate dalle piccole imprese in quest’ultimo anno.

Il 36% utilizza anche LinkedIn e il 18% Twitter

Dallo studio emerge che Instagram è più utilizzato dalle Pmi italiane (48%) rispetto alle aziende francesi (43%) e tedesche (50%). Il 36% delle piccole imprese utilizza anche LinkedIn per attività di promozione e visibilità, mentre solo il 18% usa Twitter per attività marketing, contro il record della Spagna con il 31%. L’Osservatorio evidenzia inoltre l’evoluzione del ruolo strategico di WhatsApp durante e dopo la pandemia: il 54% delle piccole imprese italiane e spagnole lo ha infatti utilizzato come canale preferenziale per rimanere in contatto con i propri clienti, contro il 36% delle imprese tedesche e il 14% di quelle francesi. 

WhatsApp è usato soprattutto dalle imprese di piccole dimensioni

A beneficiare di WhatsApp sono state soprattutto le imprese di piccole dimensioni (da 1 a 9 dipendenti), principalmente piccoli ristoranti, negozi al dettaglio, artigiani e aziende ortofrutticole a conduzione familiare. In ogni caso, le Pmi prediligono canali di promozioni digitale per le proprie attività di marketing (48%) rispetto a quelle offline (40%), con un 27% che predilige una forma ibrida. Tra le attività di promozione digitale si tratta principalmente di pubblicità sui canali social (33%), promozione di video online (12%) o banner pubblicitari (12%). Ancora esigua però la percentuale che sperimenta nuove attività di marketing digitale, come influencer marketing (7%) e podcast (2%).

Il 24% utilizza strumenti di automazione per promuovere i propri prodotti

Il 24% delle piccole imprese italiane, riporta Askanews, utilizza strumenti di automazione per promuovere i propri prodotti, rispetto al 16% di Francia e Germania. Di queste il 53% utilizza strumenti di email marketing per rimanere in contatto con i propri clienti e inviare loro offerte e promozioni. Tra gli strumenti promozionali offline i più utilizzati sono i volantini (18%) seguiti da eventi (15%) e pubblicità su stampa (14%). Solo il 5% ha dichiarato di fare pubblicità in TV. Il 95% delle piccole imprese italiane che ha un sito web lo considera uno strumento importante per incrementare la propria visibilità nei confronti del mercato, mentre tra coloro che ancora non possiedono un sito web, il 15% dichiara di non averlo per via dei costi di gestione.

Advertising online: in Italia supera la raccolta TV

A fine 2020 il mercato pubblicitario italiano è sceso a quota 7,9 miliardi di euro, per un calo di circa 700 milioni iche ha riguardato soprattutto le componenti tradizionali del settore, Tv, Radio, Stampa e Out Of Home. L’Internet advertising in Italia supera però la raccolta pubblicitaria televisiva e continua a crescere: nel 2021 raggiungerà quota 3,9 miliardi di euro (+14%). La pubblicità su Internet chiude in leggera crescita anche nel 2020 (+4%) e arriva a rappresentare il 43% del valore della componente pubblicitaria, superando per la prima volta la leadership della Tv (41%). Il mercato italiano rimane però concentrato nelle mani di pochi grandi player internazionali, e la quota degli Over The Top sale al 78%. Si tratta di alcune evidenze dell’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano.

Internet: una componente marginale, ma cresce del +55%

In Italia, il mercato complessivo delle vendite di contenuti Media nel 2020 è valso 6,6 miliardi di euro, in contrazione del 4% rispetto al 2019. La componente derivante da Internet è ancora marginale (9%, 623 milioni), anche se ha registrato una crescita del 55% rispetto all’anno precedente. Nell’anno segnato dalla pandemia si è infatti registrato un incremento generale nella fruizione di contenuti online da parte dei consumatori. La raccolta pubblicitaria sui motori di ricerca (Search Advertising) è invece cresciuta del +4%, raggiungendo quota 955 milioni di euro nel 2020, e quest’anno registrerà un incremento del 12%. Una crescita a doppia cifra mai registrata negli ultimi anni e dovuta in particolare ai budget stanziati dai “nuovi investitori” sui canali digitali.

I Video online trainano il mercato degli Internet Media a pagamento

Il 72% del mercato degli Internet Media a pagamento fa riferimento alla vendita di contenuti Video online, seguono i ricavi per gli abbonamenti a servizi musicali (19%) e i ricavi legati alle news (9%). Anche nel 2020 sono stati i Video online (+67%) a trainare la crescita della componente premium, con un valore delle vendite pari a 447 milioni di euro. Per quanto riguarda il mercato della musica in streaming, nel 2020 il valore è stato di 118 milioni (+32%). L’aumento degli abbonamenti è stato trainato anche dall’ampliamento dell’offerta di contenuti podcast, che sempre più catturano l’interesse degli utenti. Si registra poi una crescita interessante anche per quanto riguarda il settore delle news a pagamento (+29%), con un valore delle vendite nel 2020 pari a 58 milioni di euro.

Classified, eCommerce Advertising e Audio Advertising

Classified e eCommerce Advertising hanno chiuso il 2020 sopra i 230 milioni di euro (-5% rispetto al 2019), ma per il 2021 è previsto un forte rimbalzo con un trend che potrebbe superare anche il +20%. La crescita dell’Audio Advertising, invece, a fronte di un mercato ancora ridotto (14 milioni di euro a fine 2020, +19%), nel 2021 potrebbe registrare un trend ancora più positivo, con una crescita di circa il +30%.

Lo smart working fa risparmiare fino a 8,7 megatonnellate di Co2

Attraverso il ricorso allo smart working l’Italia in futuro potrebbe risparmiare fino a 8,7 megatonnellate di Co2, l’equivalente all’anno di 60 milioni di voli da Londra a Berlino. Insomma, lo smart working fa bene all’ambiente, e se venisse adottato dalle aziende anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria l’Italia potrebbe abbassare il livello di emissioni.
Si tratta di alcune evidenze emerse da un nuovo studio condotto da Carbon Trust, l’associazione non a scopo di lucro istituita nel 2001 per aiutare le Organizzazioni a ridurre il loro impatto ambientale. Lo studio Homeworking è stato commissionato dal Vodafone Institute for Society and Communication, il think-tank europeo del Gruppo Vodafone.

Il pendolarismo e le emissioni degli uffici
Lo studio Homeworking è stato condotto in cinque Paesi europei, Repubblica Ceca, Germania, Italia, Spagna, Svezia e nel Regno Unito, e ha calcolato la quantità di emissioni di carbonio risparmiate grazie al lavoro da remoto nel periodo precedente la pandemia, durante la stessa, e attraverso proiezioni anche nel periodo seguente. Lo studio ha posto particolare attenzione al fenomeno del pendolarismo e alle emissioni degli uffici e dei luoghi di lavoro.

Per ogni lavoratore agile il risparmio sarebbe di 1.055 kg di Co2 all’anno
In pratica, lo studio ha calcolato che ogni anno per ogni persona che lavora in modalità agile in Italia il risparmio sarebbe equivalente a oltre una tonnellata (1.055 kg) di Co2, una quantità pari a più di sette voli passeggeri da Berlino a Londra.
Lo studio ha calcolato anche che in futuro sarebbero circa 8,23 milioni i posti di lavoro in Italia, che potrebbero essere svolti da remoto, pari al 36% dei posti di lavoro. In futuro, secondo lo studio, le persone in media lavoreranno da casa circa due giorni alla settimana (1,9).

Durante il lockdown meno 1,861 chilogrammi di Co2 “a testa”
Durante il lockdown, e nella fase acuta dell’emergenza sanitaria, secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il numero di lavoratori da remoto in Italia è salito fino a 6,58 milioni. Ognuno di essi, riporta Ansa, ha lavorato da remoto in media 2,7 giorni a settimana. Ciò si è tradotto in un risparmio di emissioni di carbonio di 1,861 chilogrammi di Co2 per ogni lavoratore, in aumento del 112% rispetto al periodo pre-Covid. Anche la sede di Milano di Vodafone Italia ha registrato una riduzione delle emissioni di Co2 nel corso della pandemia, tanto che in un anno sono state risparmiate infatti più di mille tonnellate di Co2.

Facebook e Instagram rimuovono 18 milioni di contenuti sul Covid

“Il Covid-19 continua a essere un importante problema di salute pubblica, per questo ci impegniamo a dare accesso alle persone a informazioni autorevoli, comprese quelle sui vaccini”, afferma Guy Rosen, vicepresidente Integrity di Facebook. Per questo motivo, dall’inizio della pandemia fino ad aprile 2021 Facebook e Instagram hanno rimosso a livello globale più di 18 milioni di contenuti. In particolare, quelli in violazione delle policy sulla disinformazione e sui danni legati al Covid-19.

Diminuiscono i contenuti che incitano all’odio e le immagini violente

Per quanto riguarda più in generale l’applicazione degli standard della comunità, oltre ai contenuti dannosi sul Covid-19, nel suo report trimestrale Facebook spiega come sulla piattaforma siano diminuiti i contenuti che incitano all’odio. Questo, grazie anche all’uso dell’Intelligenza Artificiale, che aiuta a trovare questi contenuti prima ancora che vengano segnalati dagli utenti. Nel primo trimestre 2021 il dato è pari allo 0,05-0,06%, in pratica 5-6 visualizzazioni ogni 10.000 contenuti. La diffusione di contenuti di immagini violente nel primo trimestre 2021 è invece dello 0,01-0,02% su Instagram e dello 0,03-0,04% su Facebook, in calo rispetto allo 0,05% del trimestre precedente, ovvero l’ultimo del 2020.

Milioni di contenuti di bullismo e molestie in meno

Secondo il rapporto, poi, nel primo trimestre 2021 Facebook è intervenuta su 8,8 milioni di contenuti di bullismo e molestie, in aumento rispetto ai 6,3 milioni del quarto trimestre 2020. Anche in questo caso ciò è stato possibile grazie ai miglioramenti della tecnologia di rilevamento proattivo. Instagram è invece intervenuta su un numero pari a 5,5 milioni di contenuti di bullismo e molestie, che nel quarto trimestre 2020 erano 5 milioni. Facebook ha anche agito su 9,8 milioni di contenuti di odio organizzato, in aumento rispetto ai 6,4 milioni nel trimestre precedente, e su 25,2 milioni di contenuti di incitamento all’odio (erano 26,9 milioni nel trimestre precedente). Instagram invece è intervenuta su 324.500 contenuti di odio organizzato (erano 308.000 nel quarto trimestre 2020) e su 6,3 milioni di contenuti di incitamento all’odio, un po’ meno rispetto ai 6,6 milioni del trimestre precedente.

Gli utenti gradiscono cornici e adesivi per chi si è vaccinato

Secondo Facebook più di 5 milioni di persone in tutto il mondo hanno usato cornici e adesivi del profilo che caratterizzano chi si è vaccinato. Si tratta, riporta Ansa, di stikers sviluppati in Usa in collaborazione con il Department of Health and Human Services and the Centers for Disease Control and Prevention. Su Instagram questi adesivi sono stati utilizzati più di 7 milioni di volte.

Meteo, per metà degli italiani è una vera “ossessione”

Gli italiani sono appassionati di meteorologia: per moltissimi nostri connazionali, infatti, controllare le previsioni è un vero e proprio tic, bel al di là della normale attività quotidiana. Tanto che 2 persone su 3 hanno una sorta di “ossessione” per il tempo. Ma ben il 20% della popolazione verifica lo stato del cielo in più momenti della giornata, mentre per il 96% degli italiani è la norma dare un’occhiata al tempo almeno una volta la settimana. Queste percentuali sono il frutto dell’indagine ”Gli italiani e la meteorologia”, realizzata recentemente da Bva-Doxa su un campione di 1.000 persone tra 18 e 64 anni su tutto il territorio italiano.  Per informarsi in merito alle previsioni, afferma la ricerca, le persone utilizzano in prevalenza le app dedicate, seguite dai siti Internet, dai programmi tv e dalla radio. Entrando nello specifico, il 56% preferisce sapere che tempo farà utilizzando l’app sul proprio smartphone, il 34% usa i siti Internet dedicati (34%), l’8% la Tv e il 2% ascolta le previsioni alla radio. Tra le app e i siti il più utilizzato è iLMeteo.it, che totalizza quasi 5 milioni di utenti medi per giorno e quasi 10 milioni di utenti sulla sua app. 

Prima delle vacanze si controlla il tempo

I nostri connazionali si confermano attentissimi allo stato del meteo soprattutto in vista di weekend, ponti o vacanze: in prossimità della partenza, infatti, lo situazione del tempo viene messa al vaglio. Il 42% del campione controlla sempre le previsioni in queste circostanze e solo il 3% non si preoccupa. E, in tempi di smartworking, il 25% guarda il meteo per scegliere quale giorno lavorare da casa, dato che al Sud e nelle Isole, riporta la ricerca, “è doppio (29%) rispetto al Nordovest con il 14%, forse per il tempo meno soleggiato e l’assenza di mare”.

Argomento di conversazione, ma non solo

Argomento classico per chiacchierare con persone poco conosciute o per rompere il ghiaccio a un primo incontro, il meteo è però una vera ossessione per una parte della popolazione. L’interesse per sole, pioggia o vento può degenerare nei cosiddetti ‘Malati di meteo’. Si tratta di quelle persone che non si muovono mai senza controllare le previsioni. La metà degli italiani ha un amico o conoscente che si può definire in quel modo. C’è poi l’ampio modo della meteoropatia, cioè degli effetti che il tempo ha sull’umore: una condizione che riguarda circa il 60% degli italiani e che genera disturbi come stress, ansia, mal di testa, apatia e sbalzi d’umore. Colpiti sono soprattutto i giovani under 34 e le donne.

Il mercato digitale tiene, e nel 2021 crescerà del 3,5%

Se nel 2020 il mercato digitale italiano ha registrato un lieve calo (-0,6%), la dinamica è stata meno drammatica rispetto ad altri settori, e nettamente migliore delle aspettative formulate lo scorso novembre, quando era stato previsto un calo più marcato (-2%). Il 2021 lascia intravedere un recupero del mercato, con una crescita prevista del 3,5%, e dinamiche in miglioramento in tutti i comparti e le Digital Enabler.

“Il mercato digitale ha chiuso il 2020 meglio del previsto, quasi flat, in un contesto di calo generalizzato dell’intera economia causato dall’emergenza sanitaria – commenta Marco Gay, Presidente di Anitec-Assinform -. L’ultimo trimestre del 2020 ha inoltre lasciato intravedere l’inizio di un recupero progressivo che ci attendiamo nel 2021”.

Risultati migliori delle attese per (quasi) tutti i comparti

L’Associazione di Confindustria che raggruppa le principali aziende dell’ICT, ha rilasciato i risultati dell’analisi sull’andamento del digitale in Italia condotta in collaborazione con NetConsulting cube. Dallo studio emerge come per tutti i comparti i dati a fine anno si sono rivelati migliori delle attese, a esclusione dei servizi di rete. La progressione è stata netta, anche se inferiore a quella del 2019, per Servizi ICT (+3,3%), Dispositivi e Sistemi (+1,3%), Contenuti Digitali e Digital Advertising (+4,4%). In calo, oltre ai servizi di rete (-6,9%), anche Software e Soluzioni ICT (-2,3%).

Le Digital Enabler confermano il loro ruolo trainante

Le componenti più innovative hanno confermato il loro ruolo trainante anche nel 2020, soprattutto AI, Cloud, Blockchain, Cyber security e Piattaforme per la gestione Web, ovvero le componenti utilizzate in modo più diffuso per la gestione dell’emergenza. Nell’insieme sono cresciute con tassi a due cifre, e hanno visto progredire la loro quota dell’intero mercato digitale dal 19,5% del 2019 al 21% del 2020. Nel 2021, continueranno a crescere con tassi a due cifre le componenti associate a una digitalizzazione e automazione sempre più accentuata dei processi collaborativi (scuola, sanità, servizi al cittadino, e-commerce ecc.) e le soluzioni per la digitalizzazione delle filiere.

“Mai come oggi la sfida è complessa ma possibile”

Queste dinamiche si riferiscono alla sola crescita fisiologica, a cui si aggiungerà l’ulteriore aumento degli investimenti in digitale che saranno finanziati dal PNRR e per i quali non è stata ancora resa pubblica la pianificazione anno per anno.

“Il PNRR pone il digitale al centro della vita del Paese, con un piano di riforme e un ammontare di risorse che per entità e obiettivi non abbiamo mai avuto nella nostra storia – aggiunge Gray -. L’obiettivo è cambiare passo, dare impulso alla digitalizzazione della PA e della Sanità, accelerare lo sviluppo delle infrastrutture a banda ultra larga, sostenere le startup innovative e colmare il gap di competenze digitali, anche riconvertendo lavori in phase out. Mai come oggi la sfida è complessa ma possibile”.

Inferriate apribili per una sicurezza totale

Le inferriate per porte e finestre rappresentano ad oggi uno dei sistemi di sicurezza più affidabili in assoluto e veramente difficili da superare. Nulla infatti riesce a tenere alla larga eventuali malintenzionati, e farli desistere, di una barriera così solida che certamente non consente alcun tipo di escamotage per essere superata.

Una protezione in più anche per i piani più alti

Questo è il motivo per il quale sono sempre più le persone che decidono di far installare tale tipo di protezione in casa o presso uffici e locali commerciali, anche se questi si trovano ai piani superiori e non esclusivamente al piano terra.

Sempre più infatti, vengono alla cronaca episodi di effrazione che vengono compiuti ai piani superiori di ogni tipo di edificio: i malintenzionati dunque sono disposti anche ad aumentare il rischio pur di portare a termine il proprio obiettivo, e per questo è bene mettere in campo tutte le possibili soluzioni per far in modo da far desistere chiunque possa soltanto pensare di entrare in casa inducendolo così a cambiare obiettivo e dunque spostare i propri interessi altrove.

Le inferriate apribili in ferro

Esistono per questa eventualità anche le inferriate apribili in ferro laddove sia necessario, come ad esempio per porte o punti di passaggio dai quali è necessario poter entrare e uscire senza difficoltà quando lo si desidera. La notte e in propria assenza le inferriate apribili possono essere chiuse con un semplice gesto della mano e diventano alla stessa maniera una barriera fisica impossibile da superare.

Sicuramente le inferriate di sicurezza, sia quelle fisse che quelle apribili, rappresentano il massimo della tranquillità in quanto sono assolutamente infallibili e sempre pronte ad impedire fisicamente a chiunque di poter varcare una certa apertura, che sia essa una finestra, una porta, o altro tipo di accesso.

I neolaureati in materie Stem i più richiesti dalle aziende

Nel 2020 i più ricercati dalle aziende sono i laureati nelle materie STEM, ovvero scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. È quanto emerge dalla prima edizione dell’Osservatorio Nazionale annuale sul recruitment online di giovani neolaureati in Italia, realizzato da Tutored, startup che si propone come punto d’incontro digitale di studenti universitari e neolaureati con le aziende. La ricerca ha considerato i dati raccolti nell’intero anno 2020 su oltre 500.000 studenti iscritti alla piattaforma e 50 grandi aziende e multinazionali, le cui interazioni hanno generato più di 87.000 candidature per le opportunità di lavoro pubblicate. Come riporta Ansa, secondo l’indagine un annuncio di lavoro su 3 è relativo all’area Informatica&Tecnologia, e al primo posto tra le competenze ricercate, in 7 settori su 10, è la capacità di teamworking.

In fase di recruiting sono il 49,1% delle figure ricercate

Al primo posto tra le figure ricercate dalle aziende in fase di recruiting dei neolaureati figurano proprio i laureati STEM (49,1%), di cui il 38,9% in Ingegneria e il 10,2% in Matematica, Fisica e Statistica, seguiti da quelli in Economia (31,2%). A seguire in classifica, i laureati in Studi Umanistici (7,9%), Scienze Politiche (4,7%) e Giurisprudenza (3,1%). Il settore aziendale in cui si concentrano le maggiori attenzioni durante il recruiting dei neolaureati, è quello dell’Informatica, Tecnologia e Ricerca & Sviluppo, visto che 1 annuncio pubblicato su 3 (il 33%) si riferisce proprio a queste aree.

La classifica delle soft skills

Tra le soft skill più ricercate dalle aziende in fase di recruiting dei neolaureati, in ben sette settori aziendali su dieci la capacità di team work si posiziona al primo posto. Grande valore viene attribuito anche alla capacità di comunicazione e alle skill relazionali da parte dei candidati. Se però l’analisi viene circoscritta alle sole candidature cosiddette compliant, quelle che passano lo step preliminare di interesse da parte delle aziende e vengono ritenute meritevoli di accedere a eventuali successive fasi di recruiting, il gradimento dei recruiter cambia, e la capacità di problem solving diventa la prima tra le competenze soft, seguita dalla capacità di team working e dalle abilità nell’organizzare il lavoro.

Cosa rende il CV compliant rispetto alle richieste del mercato

Ma quali sono le caratteristiche che possono rivelarsi vincenti per rendere il proprio curriculum compliant rispetto alle richieste del mercato? In media, i candidati che ottengono il gradimento delle aziende che effettuano il recruiting dei neolaureati online, hanno conseguito la Laurea Magistrale in 2 anni e mezzo con una votazione di 107, mentre la Laurea Triennale viene raggiunta in 3 anni e 5 mesi con una votazione media di 100. Il profilo medio di chi termina un corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico e viene valutato dalle aziende come compliant, prevede invece una tempistica di conseguimento del titolo di studio pari a 5 anni e 3 mesi, con una votazione che si assesta a 101.

Gli italiani e la casa, il bene più importante

Per gli italiani la casa è una priorità, così tanto da essere il bene più importante che si possiede. Non solo: è anche quello a cui moltissimi nostri connazionali sono più legati. D’altronde, questa “passione” è testimoniata dai dati Istat, che rivelano che ben il 75% delle popolazione italiana ha una casa di proprietà e il 23% ha anche una seconda casa dove trascorre le vacanze. Una recente ricerca condotta da Eumetra, denominata  “Benessere e Sostenibilità”, rivela che gli italiani sono in generale soddisfatti della propria abitazione. Il punteggio di gradimento si attesta a 7,18 su una scala da uno a dieci. Il che corrisponde a una percentuale assai elevata di “molto” soddisfatti: assegna infatti un “voto” particolarmente alto (da 8 a 10) quasi metà degli intervistati: il 48%. Al contrario, solo il 15% esprime un giudizio più o meno intensamente negativo sulla propria abitazione.

Più soddisfatti gli over e gli abitanti del Nord

In linea di massima, sembrano gli over 64 anni (con una percentuale di molto soddisfatti che svetta oltre il 60%) i più contenti rispetto alla propria abitazione, forse perché abituati a vivere nella stessa casa da molto tempo o forse perché l’hanno adattata alle proprie esigenze. Dal punto di vista della collocazione geografica, non si registrano grandi differenze nel giudizio sulla propria casa, anche se quest’ultimo appare un po’ meno positivo da parte di chi abita nelle regioni meridionali. Naturalmente, ci sono delle evidenti disparità nelle risposte a seconda dello status sociale. Tra chi ha una posizione sociale alta, il favore espresso per la propria abitazione raggiunge livelli più che doppi (61% di “voti” dall’8 al 10) di quanto non si rilevi tra chi, viceversa, ha uno status basso (29%).

Gioie e qualche… dolore

Anche se la casa si conferma un bene prioritario, non mancano però alcune preoccupazioni. I problemi che affliggono i proprietari sono sia di tipo strutturale, ad esempio riguardo ai lavori materiali di mantenimento, sia riferiti alle spese, ordinarie e straordinarie, che ne derivano. Non sorprende, dunque, che più di quattro intervistati su dieci (41%) si dichiarino preoccupati per gli oneri che la gestione della casa comporta (questa percentuale è un po’ più alta tra chi risiede nel Meridione). Com’era prevedibile, questo atteggiamento è presente in misura maggiore (53%) tra chi riveste uno status sociale più basso e ha, di conseguenza, più problemi economici. La preoccupazione, tuttavia, registra livelli elevati anche fra le fasce più giovani della popolazione: dichiara apprensione il 48% di chi ha tra i 25 e i 35 anni, cioè coloro che stanno allestendo la loro prima casa.