Italia in ritardo su formazione digitale: solo il 46% ha competenza di base

L’ingresso delle tecnologie digitali nei comparti manifatturiero e agricolo a livello mondiale ha avviato una vera e propria rivoluzione industriale. Una rivoluzione che presenta numerose opportunità per l’Italia e le sue aziende, ma anche tante sfide a cui istituzioni, aziende e stakeholder devono rispondere in maniera coordinata. Su tutte, la sfida numero 1 è quella delle competenze, l’elemento necessario per essere competitivi in mercati sempre più dinamici e la leva che garantisce una maggiore inclusione economico e sociale È questo il principio che ha guidato la realizzazione dello Studio Verso un New Deal delle Competenze in ambito agricolo e industriale, elaborato da The European House – Ambrosetti, in collaborazione con Philip Morris Italia.

Al 24° posto nell’indice Desi della Commissione Europea 

L’obiettivo dello studio è quello di definire gli elementi per un New Deal delle competenze legate alle tecnologie 4.0. Di fatto, l’Italia risulta in ritardo sulle competenze digitali, sia per quanto riguarda la formazione in ingresso sia per quanto riguarda la formazione permanente. Il Paese risulta 24° su 27 nell’indice Digital Economy and Society Index (Desi) della Commissione Europea, con una performance particolarmente deludente sul fronte del capitale umano digitale.
Il nostro ritardo digitale è particolarmente forte nelle competenze, dove l’Italia si posiziona terzultima in Europa con appena il 46% della popolazione adulta con competenze digitali di base. Il ritardo è confermato anche da altri indicatori chiave, tra cui il numero di laureati in corsi di laurea Ict e discipline Stem, nonché da un importante divario di genere: solo il 17% dei professionisti Ict è donna.

Competenze 4.0: aziende agricole più soddisfatte delle manifatturiere

Manifattura e agricoltura intelligente sono una direttrice imprescindibile per il successo del Paese: il 97% delle aziende manifatturiere e il 98% di quelle agricole ha implementato progetti di digitalizzazione dei processi produttivi. Sulle competenze 4.0, le aziende agricole risultano più soddisfatte di quelle manifatturiere per il livello di competenze sviluppate dal sistema scolastico e per l’importanza della formazione on-the-job.
Il 54% delle aziende agricole è infatti soddisfatto delle competenze dei laureati e il 48% di quelle dei diplomati. Molto diversi, invece, i risultati in ambito manifatturiero, dove appena il 26% è soddisfatto delle competenze dei diplomati e il 40% di quelle dei laureati.

Come ridurre il gap con i partner internazionali?

L’Italia inoltre registra un gap significativo con i partner internazionali rispetto alla formazione tecnica post-scuola e quella continua, riporta Adnkronos. Il numero di iscritti al sistema italiano degli Its dovrebbe infatti crescere 40 volte per essere al passo con quello tedesco. Ma l’Italia risulta particolarmente debole anche rispetto alla formazione continua, elemento chiave per mantenere alta la competitività. Le priorità su cui investire per l’agricoltura intelligente risultano quindi le competenze su sostenibilità, digitale, comunicazione e competenze tecniche avanzate. Per la manifattura sono invece prioritarie le competenze Ict avanzate, Ai e Machine learning, Data Science e Project management, senza trascurare le competenze soft, quali la multidisciplinarità e l’imprenditorialità.

Caro carburanti: preoccupazione per il bilancio familiare

Il Centro Studi di AutoScout24 ha indagato il sentiment degli automobilisti e l’impatto dell’aumento dei prezzi sulle abitudini di utilizzo dell’auto. Il primo aspetto che emerge è la conferma del ruolo centrale dell’auto, utilizzata dal 93% degli italiani per i propri spostamenti dovuti a esigenze familiari (65%) o per il tragitto casa-lavoro. L’86% dei consumatori è molto o abbastanza preoccupata per l’aumento dei prezzi dei carburanti, soprattutto per l’incidenza sul bilancio familiare, e oltre la metà ritiene l’ultimo provvedimento del Governo insufficiente. Il 73% degli italiani usa infatti l’auto più di 5 giorni a settimana, il 69% percorre più di 10mila chilometri all’anno, quasi sei su dieci spendono in media tra i 100 e i 300 euro al mese di carburante, e il 15% supera i 300 euro.

Le abitudini degli automobilisti sono cambiate?

Al momento questa situazione ha avuto un impatto sulle abitudini di utilizzo dell’auto solo sul 37% del campione, ma in futuro potrebbe aumentare (63%) se non verranno presi provvedimenti e i costi dovessero salire ulteriormente. Per ora il 38% cerca di ridurre l’uso di auto benzina/diesel per il tempo libero, ma il vero cambiamento riguarda l’adozione di comportamenti virtuosi, come un diverso approccio alla guida e maggiore attenzione al risparmio. Circa un terzo, infatti, sceglie il distributore in base al prezzo più economico e il 27% tende a fare rifornimento esclusivamente al self service. Il 29% guida in modo ‘soft’ per ridurre i consumi, e un quinto monitora attentamente le spese mensili. Il 16% ha poi iniziato a usare app dedicate o il web per individuare le stazioni più economiche.

E sul fronte vendite?

Solo il 16% ha deciso di non acquistare più un’auto a causa del caro carburanti, mentre tra chi ha confermato l’intenzione all’acquisto l’aumento dei prezzi non ha influito nella scelta del tipo di alimentazione (74%). Quasi due su dieci si stanno spostando da vetture ‘tradizionali’ verso vetture che consumino meno, e il 9% da vetture tradizionali a ibride/elettriche. Le elettriche ‘pure’ rappresentano una quota minima: gli italiani dichiarano di non voler acquistarle principalmente a causa della scarsa autonomia delle batterie (39%) e per il costo elevato (24%).

Capitolo viaggi

Sui viaggi il caro carburanti ha avuto sicuramente un impatto: il 22% dei rispondenti aveva intenzione di andare in vacanza, ma ha cambiato idea proprio per l’aumento del costo della benzina.
Eppure, nella scelta del mezzo per i viaggi gli italiani non hanno dubbi. L’auto è il mezzo preferito (88%), per la possibilità di partire quando si vuole (83%), e per la libertà e la flessibilità che consente (33%). Ma escludendo i fedelissimi (30%), che non rinuncerebbero mai alla comodità dell’auto, oltre la metà del campione in caso di aumenti userà l’auto solo se non avrà alternative, e il 18% valuterà attentamente mezzi alternativi scegliendo il più economico.

Le imprese estere in Italia generano 1/5 del fatturato industria e servizi

Sono 15.779 le imprese a controllo estero in Italia. Ma se corrispondono solo allo 0,4% del totale delle imprese residenti, rappresentano un driver fondamentale di crescita del sistema produttivo e dell’economia del nostro Paese. Generano infatti da sole il 19,3% del fatturato nazionale del settore dell’industria e dei servizi, pari a 624 miliardi di euro. E nel decennio 2009-19 il numero degli occupati delle multinazionali estere è cresciuto del 23,6% (+289mila addetti), raggiungendo 1,5 milioni di dipendenti, l’8,7% del totale degli occupati delle imprese a livello nazionale. Lo rileva il report Le imprese estere in Italia e i nuovi paradigmi della competitività, dell’Osservatorio Imprese Estere, nato per iniziativa dell’Advisory Board Investitori Esteri (Abie) di Confindustria.

Quasi il 70% di incremento del valore aggiunto

Sempre nel periodo 2009-19, le imprese estere hanno registrato un incremento del valore aggiunto di quasi il 70%, passando dai 79 miliardi di euro del 2009 ai 134 miliardi di euro del 2019 (+55 miliardi), con una crescita anche della quota sul totale del Paese, passata dal 12,6% al 16,3%. Significa che le imprese estere hanno contributo quasi al 30% dell’incremento del valore aggiunto nel decennio considerato. Altrettanto rilevante anche l’apporto di queste imprese agli scambi commerciali con l’estero, toccando quasi un terzo (32%) delle esportazioni, e oltre il 46% delle importazioni realizzate dal complesso delle imprese residenti in Italia.

Una significativa propensione a investire e innovare

Le multinazionali a capitale estero si distinguono poi per una significativa propensione a investire nel Paese e a innovare, fornendo un importante impulso al settore Ricerca & Sviluppo, grazie all’investimento complessivo di 4,3 miliardi di euro nel 2019, pari al 26% del totale della spesa per la ricerca privata realizzata in Italia.
Le imprese estere operano prevalentemente in settori con tecnologia più elevata e partecipano al trasferimento tecnologico da e verso le imprese domestiche, che sono incentivate all’introduzione di nuovi processi produttivi e al miglioramento delle competenze. Inoltre, spesso assumono il ruolo di lead firm anche sui segmenti della filiera produttiva non direttamente integrati all’interno del perimetro societario. Le maggiori dimensioni e l’appartenenza a Gruppi con sedi in diversi Paesi non solo rendono le multinazionali complementari rispetto al tessuto industriale italiano, ma favoriscono l’internazionalizzazione del sistema produttivo del Paese.

Forte sensibilità ai temi della sostenibilità ambientale

L’organizzazione manageriale tipica delle multinazionali, riporta Adnkronos, è un fattore particolarmente rilevante ai fini di una migliore capacità di gestione di investimenti complessi. Non sorprende pertanto se grazie al loro assetto organizzativo e alla loro presenza internazionale, le multinazionali si contraddistinguano anche per una forte sensibilità ai temi della sostenibilità ambientale. Questi elementi, uniti a una naturale disposizione a flessibilità e innovazione, rendono le imprese a controllo estero resilienti di fronte alle sfide di oggi e del futuro: dalla riorganizzazione delle modalità lavorative fino alla transizione ecologica e digitale.

Il 41% degli italiani vuole passare meno tempo online

Molti italiani vorrebbero ridurre il tempo trascorso online. Rispetto alla media globale (33%, il 41% degli italiani si dice infatti pronto a passare meno tempo connesso a Internet. Questo, nonostante al contempo aumenti la domanda di connettività, contenuti tv e streaming. Uno dei motivi è rilevabile nel temuto aumento dei prezzi degli abbonamenti mensili ai servizi di connettività (lo dichiara il 63% degli italiani), mentre il 44% teme di pagare troppo per contenuti che non guarda. È quanto emerge dall’EY Decoding the digital home study, ricerca condotta su 2.500 famiglie in Italia e più di 20.000 a livello globale. “Il tempo trascorso online si sta stabilizzando se non addirittura riducendo, a fronte di un aumento degli standard qualitativi richiesti dagli utenti in termini di servizi e contenuti”, commenta Irene Pipola, Italy TMT Leader di EY.

Per sei su dieci il prezzo è il fattore primario

Per sei italiani su dieci, il prezzo è il fattore primario nella scelta di un servizio in streaming. Seguono la specificità del contenuto (41%) e l’ampiezza dell’offerta (38%). In attesa di questa maturazione qualitativa, a oggi il prezzo resta l’elemento chiave. E per battere la concorrenza, il trend è chiaro: si applicano sconti e si accorpano i servizi in pacchetti. La propensione all’acquisto dei cosiddetti bundle sta crescendo in Italia a un ritmo più sostenuto rispetto al 2021 (87% contro il 74%). Se l’attenzione alla convenienza è una costante (il 53% delle famiglie è interessato agli sconti) stanno cambiando le esigenze: circa la metà degli intervistati sarebbe infatti interessata ad acquistare, insieme alla rete fissa, servizi tv o servizi di sicurezza online e tutela della privacy.

Mancanza di chiarezza per il contenuto delle offerte

Ancora oggi però molte famiglie faticano però a comprendere il contenuto delle offerte e le differenze tra i servizi proposti. Sorprende che questo fenomeno riguardi soprattutto i più giovani (35% fra i 18-24 anni), che ritengono le offerte dei servizi di telecomunicazione difficili da comprendere.
Una conferma della mancanza di chiarezza arriva anche dall’analisi delle offerte per i nuovi clienti: uno su due reputa difficile comprendere quale sia il pacchetto migliore. La confusione si traduce anche in scarsa fedeltà: circa un quarto dei clienti prevede di cambiare il proprio fornitore di servizi internet, linea mobile o video streaming e pay tv nei prossimi 12 mesi.

Preoccupazioni per la privacy, il benessere e la sostenibilità

Quanto alla privacy, riferisce AGI, il 63% degli italiani afferma di essere estremamente prudente nel condividere informazioni personali online. Gli utenti sono preoccupati anche per l’intreccio tra tecnologie e benessere: uno su tre pensa spesso all’impatto negativo di internet sul proprio benessere psicofisico (41% tra i 18-24 anni). Emergono poi forti preoccupazioni per i contenuti illeciti. Il 61% ritiene che i governi e le autorità di regolamentazione non stiano facendo abbastanza per contrastare la diffusione di contenuti dannosi online. La platea digitale italiana si dimostra attenta anche alla sostenibilità. Il 38% è disposto a pagare di più per prodotti sostenibili, ma il 43% ritiene che gli operatori non stiano facendo abbastanza per l’ambiente.

Dalla digital transformation alla digital coopetition: l’AI e le speedboat bank

Il processo verso cui stanno transitando le banche italiane ha come volano primario l’AI, che dalla digital transformation alla digital coopetition le condurrà verso le speedboat bank, la meta delle banche italiane. Al momento però sono pochi i clienti bancari che si ritengono soddisfatti dei servizi digitali della propria banca. Per l’implementazione di servizi finanziari innovativi, la quasi totalità dei clienti crede che l’AI potrebbe essere determinante, e più della metà considera importante la costruzione di ecosistemi di servizi in partnership con altre fintech, mentre per il 25% sarà decisiva la tokenizzazione degli asset finanziari. Sono alcuni risultati della ricerca Dalla digital transformation alla digital coopetition di Excellence Consulting.

Lanciare nuove banche digitali appoggiandosi su piattaforme innovative

Le banche tradizionali dopo un decennio di investimenti in digital transformation, soprattutto tramite applicazioni digitali che simulano processi analogici, sono spesso deluse dai risultati ottenuti. In Italia poi numerose banche condividono i loro sistemi di core banking gestiti da aziende consortili. La tendenza del top management è lanciare nuove banche digitali, puntando su applicazioni di core banking di nuova generazione con l’obiettivo di convertire gli attuali sistemi legacy. Queste banche negli Usa sono chiamate speedboat bank. La loro offerta, sviluppata inizialmente per servire una nicchia di clienti, successivamente potrà essere estesa a fette sempre più larghe di clientela, finché la nuova banca digitale diventerà l’organizzazione prevalente all’interno dell’organizzazione della banca tradizionale.

I clienti più giovani poco soddisfatti dai servizi digitali ricevuti

Sebbene il 56,6% degli intervistati affermi che le banche digitali abbiano raggiunto un buon livello di digitalizzazione, solamente il 20% degli over 30 e nessuno degli under 30 è pienamente soddisfatto dai servizi digitali ricevuti. C’è quindi un margine di crescita e intervento, in particolare circa la fascia di popolazione più giovane. Emerge quindi l’importanza dell’AI per tratteggiare le caratteristiche della banca digitale del terzo millennio. Il 92% degli intervistati reputa infatti l’AI determinante per l’implementazione di servizi finanziari innovativi. E per il 51% sarà molto importante che tali banche sappiano costruire modelli di offerta basati su ecosistemi di servizi che prevedano anche la partnership con altre fintech.

Chatbot e avatar proporranno soluzioni personalizzate

“Possiamo considerarci all’alba di una nuova fase di digitalizzazione dell’industria bancaria – dichiara Maurizio Primanni, ceo Excellence Consulting -. Abbiamo oramai superato la fase della digital transformation e stiamo entrando a pieno titolo in una nuova fase di mercato, che possiamo definire di digital coopetition, in cui operatori tradizionali e innovativi si confronteranno, ma spesso anche collaboreranno, per lo sviluppo di nuovi servizi finanziari digitali. L’utilizzazione sistematica delle tecniche di data science & analytics e dell’AI permetterà alle banche digitali di nuova generazione di superare il limite di un approccio commerciale troppo passivo, per potere proporsi alla loro clientela target in modo sempre più proattivo, con chatbot e avatar che proporranno ai clienti soluzioni personalizzate”.

Italia online, i risultati del Global Digital Report

Nel 2021 aumentano gli italiani connessi a internet, sono quasi 51 milioni (+1,7%), ma soprattutto quelli attivi sulle piattaforme social, oltre 43 milioni (+5,4%). In rialzo anche il possesso di smartphone (97,3%) e computer desktop o laptop (oltre il 75%), più evidenti le crescite di smartwatch e smart home.
Inoltre, quasi il 90% guarda ogni settimana video online, soprattutto video musicali (47%), tutorial/how-to (37%) e comedy/meme (34). Ma quasi l’82% ama passare il tempo con i videogiochi. La fa da padrone lo smartphone (62%), seguito da console (38%) e computer (35%). Sono lacune evidenze dell’ottava edizione del Global Digital Report di We Are Social, che presenta un focus specifico sull’Italia.

Come e cosa si ricerca sul web

Quanto alle ricerche, più di una persona su 5 utilizza assistenti vocali almeno ogni settimana, una su 3 cerca informazioni su brand, prodotti o servizi sui social media, una su 4 utilizza strumenti per la ricerca per immagini da mobile almeno su base mensile, e quasi 3 su 10 utilizzano mensilmente strumenti di traduzione online. Per la brand discovery rimangono importanti i motori di ricerca (43%) e l’adv, televisivo (36%), sulle piattaforme social (22%) più che sui siti (20%). Leggermente diverso il discorso per la brand research online, dove i motori di ricerca hanno un vantaggio più ampio, ma quasi un italiano su 3 si affida ai social network per ottenere informazioni in merito a brand di suo interesse, con un leggero margine anche sui siti dei brand stessi.

Pagamenti sempre più digitali

Estremamente ridotto il gap tra chi possiede un account con un’istituzione finanziaria (94%) e chi ha effettuato o ricevuto un pagamento digitale (90%, valore più alto rispetto a chi possiede una carta di debito, 85%). Una persona su 3 utilizza app di servizi finanziari/assicurativi ogni mese, circa 1 su 8 effettua pagamenti digitali tramite smartphone, e circa 1 su 15 possiede cryptovalute. Quanto alla spesa, non si ferma quella per prodotti digitali (+21%), trainata per valore e crescita principalmente dal mercato videoludico, che contribuisce per quasi la metà di tutti i pagamenti per beni digitali. In ripresa poi il settore del travel, con cali solamente per il noleggio vetture e i biglietti ferroviari, mentre crescono del 300% le crociere.

Tutti sui social

Per quanto riguarda l’utilizzo delle piattaforme social, il 2021 è un anno di ulteriore crescita per quanto riguarda l’onboarding di nuovi utenti (+5,4%), ma un leggero rallentamento per quanto riguarda il tempo speso online (-5 minuti al giorno rispetto al 2020). Le principali motivazioni che spingono le persone verso i social sono legate al rimanere aggiornati (48%), tenere contatti con amici e famiglia (47%), e riempire il tempo libero (46%). WhatsApp, Facebook, Instagram sono sia le più utilizzate sia le preferite dagli utenti. E se anche Messenger non è distante in entrambe le classifiche cresce Telegram, sia per l’utilizzo sia nelle preferenze. Cresce però ancora TikTok (30%), e fa l’ingresso in classifica Discord (9%), non distante da Snapchat e superando Reddit.

Giocattoli, un mercato in salute (e bello)

Cosa c’è di più bello, sano e vitale che giocare? Niente. Proprio per la consapevolezza che il gioco sia oltre che uno svago anche un diritto per i bambini, in Italia non c’è stata nessuna contrazione nel mercato dei giocattoli durante l’ultimo anno di pandemia. Anzi, il comparto ha messo a segno delle ottime performance: il settore del giocattolo ha infatti chiuso il 2021 in decisa crescita, segnando +9% rispetto al 2020 e +2,1% sul 2019.

Il ruolo del gioco

I dati sono stati diffusi da Assogiocattoli, che ha voluto ribadire come i giocattoli siano dei beni primari. Per questo con la campagna ‘Gioco per Sempre’, l’associazione si pone l’obiettivo di sensibilizzare ancor di più le famiglie italiane sull’importanza del gioco dal punto di vista pedagogico, sociale e culturale. Ma anche di sradicare il concetto di stagionalità del giocattolo inteso come regalo legato a ricorrenze, compleanni e festività, rendendolo uno strumento da usare durante tutto il percorso di crescita di ogni individuo. Al momento, infatti, la stagione natalizia natalizia pesa la metà del giro d’affari del toys market italiano. Secondo i dati forniti dalla società di ricerche Npd, riferisce Adnkronos, l’ultimo trimestre (ottobre\dicembre ‘21) registra un notevole +6,7% rispetto al precedente. I giochi in scatola e le costruzioni continuano a essere tra i prodotti più venduti, confermando il ritorno al gioco dei più grandi – i cosiddetti kidult – grazie a modalità di gioco in grado di intrattenere e divertire tutti eliminando ogni gap generazionale. Anche le bambole sono in cima alle classifiche di vendita, seguite dai prodotti collezionabili (Trading Card Game in primis), dai peluche, dai veicoli a ruote, dai supereroi e dai dinosauri. Il fatturato derivante dai prodotti a licenza rappresenta il 26% del totale mercato e cresce del +14%. Le top 5 licenze del 2021 sono state Harry Potter, Me Contro Te, Disney Frozen, Super Mario e Bing.

Positività e solidarietà

Si tratta i numeri che inducono all’ottimismo per il futuro, anche grazie al lavoro di tutti i componenti della filiera. Assogiocattoli compresa che, con la campagna “Gioco per Sempre”, si è impegnata a diffondere la cultura del gioco coinvolgendo oltre 3mila persone nella creazione del primo Manifesto partecipato e corale: un inno al gioco e ai giocattoli, una filastrocca in rima scritta grazie al contributo di bambini di ogni età, ma anche di mamme e papà, nonni e zii, oltre a educatori, ludologi e psicologi.

Previsioni dei consumi 2022: il timore degli italiani frena gli acquisti

Secondo due survey dell’Ufficio Studi Coop condotte a dicembre 2021, la prima svolta in collaborazione con Nomisma, e la seconda sulla community di esperti del sito italiani.coop, le parole da accostare ai prossimi 12 mesi sono le stesse dell’anno appena trascorso: “speranza”, “ripresa” e “cambiamento”. Ma nel 2022 è soprattutto il “timore” a crescere, più che raddoppiando dal 3% al 7% rispetto allo scorso anno, soprattutto fra la Gen Z, che più di tutte vive la contraddizione del momento (9%) e allo stesso tempo registra la percentuale più evidente di chi spera nel cambiamento (19%). In ogni caso, l’Ufficio Studi Coop con il supporto d’analisi di Nielsen stima un andamento delle vendite totali GDO di poco inferiore all’1,5% a valore, come effetto congiunto di una riduzione dei volumi e un incremento dei prezzi, oltre alle scelte di ricomposizione degli acquisti.

Lo spettro dell’inflazione si aggira per l’Italia

A impensierire maggiormente è il rincaro dei prezzi. Se infatti tra i market maker e gli opinion leader prevale un certo ottimismo sull’andamento dell’economia e la situazione pandemica, sono i consumi delle famiglie e il mercato del lavoro a preoccupare. Per 6 manager su 10 i consumi seguiranno il Pil ma a distanza, ostaggio di un’inflazione stimata al +2,9%. Una crescita che si protrarrà per tutto il 2022 (secondo il 63% degli esperti), da contrastare con una riduzione del cuneo fiscale (71%) o una indicizzazione dei salari al costo della vita (47%). Ma anche con una riduzione selettiva dell’Iva (47%) magari sui beni sostenibili.

Gli italiani vogliono proteggere le loro tavole

In previsione dell’aumento dei prezzi, 1 famiglia su 2 pensa di non cambiare il livello di spesa nel prossimo anno rispetto al prepandemia (49%). Ma se il 22% del campione spera di superarlo quasi un italiano su 3 (29%) sa che non riuscirà a raggiungerlo. Peraltro, proprio l’inflazione relega il budget delle famiglie nei confini delle spese obbligate e costringe tanti italiani a lasciare nel cassetto prodotti tecnologici, serate con gli amici, viaggi e vacanze. L’epicentro della prossima crescita dei prezzi riguarda non solo le utenze domestiche, ma soprattutto il capitolo della spesa alimentare. I manager della filiera stimano un incremento medio dei prezzi alimentari superiore al 3,5%, con un’ondata inflattiva che per il 63% del campione riguarderà sicuramente tutto il 2022.

Un diffuso downgrading del carrello 

Tra caccia alle promozioni, ricerca di punti vendita e canali più convenienti e riduzione degli sprechi molti italiani fronteggeranno il carovita con un diffuso downgrading del carrello, soprattutto al Sud e nella lower class, segnando peraltro una nuova divaricazione dei consumi rispetto ai ceti più abbienti. A essere ancora una volta premiato in tavola, riporta Askanews, il cibo del territorio, mentre si consolida il trend verso un’alimentazione biologica e salutista. Ma per i manager della filiera (61%) il 2022 sarà soprattutto l’anno della marca del distributore, considerata la soluzione per permettere acquisti con il migliore rapporto tra qualità e prezzo.