Caffè: l’intramontabile rito del mattino vince anche sui social 

Lo ha scoperto una ricerca internazionale condotta da Versuni, rebranding di Philips Domestic Appliances, in occasione della Giornata mondiale del caffè. Quasi un quarto degli intervistati a livello mondiale rinuncerebbe al consumo di alcolici piuttosto che al caffè della mattina. E la percentuale si alza ulteriormente nella fascia d’età compresa tra 25-34 anni.

Se la cultura del caffè è ovunque, e interessa la grande distribuzione, i bar, i corner dedicati (sempre più hype) i social media rappresentano un nuovo luogo di incontro e scambio delle new gen. Tanto che su TikTok sta spopola l’hashtag #coffeetok, intorno al quale si è attivata una vasta community che prende ispirazione per il consumo di caffè.

Una bevanda trasversale e genderless

Insomma, il caffè è una bevanda che da secoli si beve per sentirsi più energici, più propensi alla socializzazione, ma anche più rilassati e propositivi, e che coinvolge tutte le categorie sociali ed è genderless.
Ma soprattutto, è legata a un rituale imprescindibile della mattina.

Il 66% di tutti i consumatori di età superiore ai 45 anni beve caffè nella prima parte della giornata (35% 16-24enni), e se il 60% afferma che guardare il telefono è il principale svago pre-pomeridiano, più della metà (53%) prende anche una tazza di caffè.
All’interno di queste macro-tendenze, per gli italiani in tutte le fasce d’età il rito del caffè mattutino (61%) supera anche l’uso dello smartphone (57,8%), la colazione (58,6%), la doccia, lo skincare e la lettura delle notizie, tre azioni che si aggirano intorno al 30%.

Classico espresso, cappuccino o freddo?

Ma come si prende il caffè? Se il 47,89% degli italiani sceglie il classico espresso, seguito dal cappuccino (17,66%), alla tradizione si affiancano nuovi scenari di consumo, come la scelta del latte.
In Italia, dove viene ancora ampiamente preferito il caffè nero (37,4%), il 22% predilige la versione senza lattosio, mentre il 18,3% quello di mandorla o soia, a cui seguono il latte d’orzo e di cocco.

Anche dentro questa nuova tendenza, la popolazione delinea alcune micro-abitudini. Il 31% fa il suo primo sorso tra le 7 e le 7 e 59, il 34,4% ama prenderlo sempre nella stessa tazza, e tra le varianti più amate, il caffè freddo (38,3%), la versione preparata con il montalatte (36,2%) e quelle con l’aggiunta di polvere di cacao (22%).

Intanto spopolano i coffee-device

Ma la creatività spazia anche dal consumo di caffè con lo sciroppo di caramello o d’acero, miele, scorze di limone o arancia, e perfino burro.
Tra gli usi e i comportamenti a livello worldwide ci sono anche quelli che riguardano i coffee-device.

Uno consumatore su quattro mette evidenza la macchina per il caffè al centro della cucina, uno su 10 la mostra agli ospiti, proprio come si fa con un oggetto di design. E altrettanti la portano con sé in vacanza, per non dover cambiare le abitudini di consumo neanche in ferie.

La popolazione offline globale nel 2023 scende a 2,6 miliardi

È quanto rileva l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit), l’agenzia tecnologica delle Nazioni Unite: nel 2023 a livello globale ci sono ancora 2,6 miliardi di persone non ancora connesse a Internet, il 33% della popolazione mondiale. Circa il 96% dei ‘disconnessi’ vive in paesi in via di sviluppo. Nel 2022 i disconnessi erano 2,7 miliardi. Al contrario, il 67% della popolazione mondiale è ‘online’, ovvero 5,4 miliardi di individui. Secondo le stime preliminari dell’Uilt, la crescita del numero di utenti collegati a Internet è più forte nei paesi a basso reddito, con il numero di persone connesse in aumento di circa il 17% nell’ultimo anno, riferisce Adnkronos.

Obiettivo: connettere in modo significativo tutti a Internet entro il 2030

“Non dobbiamo dimenticare che dietro questi numeri ci sono persone che non sono in grado di accedere a Internet e godere dei vantaggi che questa tecnologia può offrire nell’era della trasformazione digitale, che può davvero cambiare il corso di una vita – sottolinea Cosmas Luckyson Zavazava, direttore del Telecommunication Development Bureau dell’Itu -. Questi numeri evidenziano l’importanza di misurare e monitorare i dati in modo da sapere dove concentrare i nostri sforzi per connettere in modo significativo tutti a Internet entro il 2030. Con questi sviluppi, dobbiamo anche concentrarci sulla costruzione di competenze digitali per tutti, in modo da fornire agli utenti le competenze necessarie”. 

Garantire un’esperienza online sicura e soddisfacente a un costo accessibile

Le ultime stime globali confermano che la crescita a due cifre della connettività Internet osservata durante il picco della pandemia di Covid-19 nel 2020 è stata di breve durata. Le tendenze attuali non sono abbastanza forti da garantire che l’obiettivo di una connettività universale e significativa venga raggiunto entro il 2030. Raggiungere una connettività universale e significativa entro il 2030, ovvero, la possibilità per tutti di godere di un’esperienza online sicura, soddisfacente, arricchente e produttiva a un costo accessibile, richiede un approccio globale che affronti le infrastrutture e altri fattori come l’accessibilità economica e le competenze.

Le persone senza accesso al web potrebbero essere lasciate indietro

Internet è uno strumento essenziale per accedere alle informazioni, alle opportunità di lavoro e all’istruzione. Le persone senza un accesso significativo al web potrebbero essere lasciate indietro. E questo diventa ancora più importante man mano che tecnologie come l’Intelligenza artificiale diventano sempre più diffuse nella vita quotidiana.
“Questo miglioramento della connettività – aggiunge il segretario generale dell’Itu Doreen Bogdan Martin – è un altro passo nella giusta direzione e un ulteriore passo a sostegno degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Non avremo pace finché non vivremo in un mondo in cui la connettività sarà una realtà vissuta per tutti, ovunque”. 

L’AI nel mondo del lavoro italiano

L’Intelligenza Artificiale sta rivoluzionando il panorama del lavoro, e le generazioni più giovani sono le più attive nell’uso dell’AI. Secondo uno studio condotto da Seed Digital, l’81,2% della GenerazioneX e l’80% della GenerazioneZ dichiara di utilizzarla quotidianamente. La ricerca, svolta su scala nazionale, ha coinvolto 490 partecipanti provenienti da diverse regioni e settori al fine di comprendere come l’AI stia influenzando il mondo del lavoro in Italia. E la maggioranza dei partecipanti, indipendentemente dal cluster generazionale, ritiene che l’AI abbia aumentato l’efficienza lavorativa, mentre solo una minoranza esprime un’opinione negativa sul suo impatto nel lavoro.

Laureati più cauti e meno entusiasti

Il livello di istruzione sembra invece influenzare queste percezioni: il 90% degli intervistati senza un titolo di studio fa uso dell’AI, mentre il campione con istruzione universitaria tende a essere più cauto nel sostenere il miglioramento dell’efficienza lavorativa grazie all’AI. Nonostante l’Intelligenza Artificiale stia diventando un elemento comune nel mondo del lavoro, l’affidabilità dei suoi output rimane un aspetto cruciale da considerare. Secondo il sondaggio, la fiducia varia in base all’età, al livello di istruzione e all’ambiente lavorativo. In particolare, gli utenti di età superiore ai 42 anni e quelli con un percorso di studi universitario tendono a essere meno fiduciosi nei confronti dei risultati prodotti dagli strumenti di AI.

Da ChatGPT e Google Translate fino a Beautiful AI

Per quanto riguarda l’ambiente di lavoro, l’utilizzo dell’AI è più diffuso (80%) tra freelance, aziende e agenzie. Le aziende, in particolare, sembrano beneficiare maggiormente dell’Intelligenza Artificiale usando più spesso strumenti basati su questa tecnologia rispetto agli altri settori. Seed ha anche esaminato le principali attività svolte con strumenti di Intelligenza Artificiale, scoprendo che la maggior parte di esse riguarda contenuti testuali, generazione di immagini, analisi dei dati e creazione di codice. Gli strumenti di AI più citati vanno da applicazioni per la generazione di testi e traduzioni, come ChatGPT e Google Translate, a strumenti per l’analisi dei dati, come Excel e Power BI, fino a soluzioni per la creazione di immagini e design, come Canva e Beautiful AI.

Esiste ancora una sfiducia diffusa, soprattutto fra i Boomers

La percezione dell’impatto futuro dell’Intelligenza Artificiale sul mondo lavorativo varia notevolmente a seconda delle generazioni, livello di istruzione e contesto lavorativo. Se quasi il 10% dei Baby Boomers non è convinto che l’AI influenzerà significativamente il mondo del lavoro le Generazioni X e Z prevedono un impatto maggiore di questa tecnologia. Lo studio svolto da Seed Digital mette quindi in luce come, nonostante questa tecnologia stia guadagnando terreno nel mondo del lavoro, esista ancora una sfiducia diffusa.

I giornali generati dall’Intelligenza artificiale proliferano online

Nel mese di aprile di quest’anno NewsGuard, il tool online di NewsGuard Technologies che permette agli utenti di riconoscere le fake news, ha identificato 49 siti ‘sospetti’ in sette lingue, ceco, cinese, francese, inglese, portoghese, tagalog e thailandese. In apparenza questi siti avevano l’aspetto dei tipici siti di notizie, ma sembrerebbero invece essere stati interamente, o in gran parte, generati da modelli di linguaggio basati sull’Intelligenza artificiale, e quindi progettati per imitare la comunicazione umana. Secondo NewsGuard, gli strumenti basati sull’Intelligenza artificiale ora vengono utilizzati per riempire le cosiddette ‘content farm’, ovvero i siti web di bassa qualità diffusi in tutto il mondo che sfornano grandi quantità di articoli clickbait per massimizzare le proprie entrate pubblicitarie.

Centinaia di articoli a giorno su avariati argomenti

Questi siti spesso non identificano i proprietari, e producono un grande numero di contenuti su diversi argomenti, tra cui politica, salute, intrattenimento, finanza e tecnologia. Alcuni di questi newsbot pubblicano centinaia di articoli al giorno, che a volte promuovono anche narrazioni false. Inoltre, quasi tutti i contenuti sono scritti utilizzando un linguaggio banale e frasi ripetitive, segni distintivi dei testi prodotti dall’Intelligenza artificiale.

Testate giornalistiche create dall’Intelligenza artificiale piene di pubblicità

Molti di questi siti, poi, sono pieni di pubblicità, poiché probabilmente sono stati progettati per generare entrate dagli annunci programmatici posizionati attraverso algoritmi. Esattamente ciò per cui era stata concepita la prima generazione di content farm su internet, gestite da esseri umani. 
Proprio mentre negli ultimi mesi sono stati presentati e resi disponibili al pubblico diversi strumenti, sempre più potenti, basati sull’Intelligenza artificiale, il timore che tali strumenti possano essere utilizzati per dare vita a testate giornalistiche ora è diventato realtà.

Il governo britannico avvia un’inchiesta sull’AI

Pertanto, il governo del Regno Unito ha deciso di avviare un’indagine sull’AI e sul suo impatto su consumatori, business ed economia. Sotto i riflettori, anche l’Intelligenza artificiale generativa, alla base del chatbot ChatGPT, sviluppato da OpenAI e sostenuto da Microsoft. Il governo, riporta Adnkronos, fa sapere che seguirà cinque principi nella verifica dell’applicazione dell’AI e nello stabilire regole e leggi per l’uso dell’Intelligenza artificiale: sicurezza, trasparenza, equità, responsabilità e gestibilità.
“È cruciale che i potenziali benefici di questa tecnologia trasformativa siano equamente accessibili alle attività commerciali del Regno Unito e ai consumatori – commenta Sarah Cardell, direttrice della Competition and Markets Authority -, e che allo stesso tempo le persone siano protette da fenomeni come disinformazione e fake news”.

Quali sono i Paesi più felici del mondo?

Il Buthan dal 1972 ha sostituito il Prodotto Interno Lordo con il Fil, la Felicità Interna Lorda, che mira a stabilire uno standard di vita e considera come criteri qualità dell’aria, salute dei cittadini, istruzione e ricchezza dei rapporti sociali. Risultato: il Buthan è uno dei Paesi più poveri dell’Asia ma anche uno dei più felici del continente. Questo spinge a chiedersi se i soldi facciano o meno la felicità.
Da più di 10 anni l’Onu realizza il World Happiness Report, che traduce in numeri e grafici il livello di soddisfazione di 137 Paesi del Mondo. Secondo il Report i primi dieci Paesi più felici del mondo sono Finlandia, Danimarca, Svizzera, Islanda, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Nuova Zelanda, Austria e Canada. Paesi che riescono a mantenere alti livelli di benessere soggettivo, e che non hanno perso questa capacità nemmeno durante la pandemia.

L’Italia è un Paese felice?

L’Italia non si colloca benissimo nella classifica dei Paesi più felici al mondo. Siamo infatti al 33° posto su 137, un risultato decisamente non esaltante. Inoltre, abbiamo perso due posizioni dal 2020, e con un ‘punteggio felicità’ pari a 6,4, non molto sopra la sufficienza, l’Italia si inserisce dopo la Spagna e prima del Kosovo, superata anche da Germania (16° con un punteggio felicità di 6,89), Gran Bretagna (19° con un punteggio felicità di 6,79) e Francia (21°, con un punteggio felicità di 6,66). Sopra di noi anche Costa Rica (23°, con un punteggio felicità di 6,6) e Romania (24°, con un punteggio felicità di 6,58).

Cosa rende i cittadini felici?

In generale, i Paesi con livelli più alti di fiducia nelle istituzioni e negli altri cittadini, di sostegno istituzionale e sociale, di qualità della governance e dei servizi pubblici, di libertà individuale, di rispetto dei diritti umani e di qualità ambientale sono più felici, e hanno resistito meglio alla crisi pandemica. A contare, insomma, è l’etica di un Paese, ma contano anche le istituzioni, ovvero se sono affidabili e offrono servizi adeguati ai cittadini. Inoltre, contano anche reddito e salute, ma una società in cui cittadini sono più virtuosi è anche più felice, perché il benessere di ognuno è legato a quello degli altri.

Le lezioni del Covid

La pandemia ha portato dolore e sofferenza, ma anche un aumento del sostegno sociale, sottolineando la capacità degli esseri umani di aiutarsi e sostenersi nei momenti di grave difficoltà. L’esperienza col Covid è servita a molti per riflettere sull’importanza delle cose semplici, spesso date per scontate, e ha portato a una maggiore gratitudine. In questo contesto, la salute mentale sta assumendo sempre maggiore rilevanza, affiancandosi ad altri fattori come rilevante per la soddisfazione di vita. Insomma, il World Happiness Report 2023 evidenzia l’importanza di coltivare relazioni positive con gli altri e con il pianeta. La felicità quindi è uno stato esistenziale che passa per l’individuo, ma che non può prescindere dal benessere collettivo e dalla condivisione.

Intelligenza Artificiale: più di 35mila citazioni online in un mese

Dall’11 febbraio al 12 marzo 2023 sono state complessivamente più di 35mila le citazioni online in italiano da parte di quasi 11mila autori unici, i cui contenuti hanno coinvolto tra like, reaction, commenti e condivisioni, poco meno di 280mila soggetti. ANSA e DataMediaHub hanno analizzato le conversazioni online su social, news online, blog e forum relative all’AI, e il volume delle conversazioni ha generato anche un’opportunity-to-be-seen pari a 41,7 miliardi di visualizzazioni sul tema, per una portata effettiva stimata a 2,1 miliardi di impression, ovvero, le visualizzazioni effettive di contenuti relativi al tema dell’AI. Inoltre, secondo Google Trends da novembre 2022 la popolarità di ricerche online in italiano relative all’Intelligenza artificiale è schizzata alle stelle, con 19,4 milioni di risultati in 0,34 secondi.

Sentiment positivo, ma il tema coinvolge più gli “addetti ai lavori”  

Per quanto riguarda il sentiment delle verbalizzazioni online, si tratta di conversazioni online con una connotazione in netta maggioranza positiva. La quota marginale di negatività si concentra sulla possibilità che soggetti malintenzionati usino sistemi di Intelligenza artificiale per creare immagini e testi falsi, oppure, ad altri rischi potenziali per privacy e sicurezza.  In ogni caso, il volume delle conversazioni e il numero di soggetti coinvolti è di gran lunga inferiore a quello che emerge da altre analisi effettuate su altre tematiche: pare infatti che il tema AI sia appannaggio prevalentemente degli ‘addetti ai lavori’, mentre la maggior parte delle persone appare ancora poco coinvolta al riguardo.

L’AI è già presente nelle nostre vite

Come ha riportato il quotidiano Avvenire, per avere un’idea, anche se non esaustiva, di quanto e in quanti ambiti venga già usata l’Intelligenza Artificiale basta visitare il sito web Futurepedia. Si tratta di un archivio, aggiornato giornalmente, che ha già raccolto 1.239 applicazioni, divise in 50 categorie. Il tutto, con un’ulteriore divisione tra novità, popolari e verificate. L’AI è già quindi presente nelle nostre vite. Meglio quindi comprenderne vantaggi e svantaggi, e imporre regole chiare sul suo utilizzo prima di esserne sopraffatti. Anche perché, secondo un sondaggio sulle nuove tecnologie condotto da SWG a fine gennaio 2023 gli italiani appaiono divisi.

ChatGPT: in due mesi raggiunti 100 milioni di utenti

Stando ai dati di SWG, il 51% degli italiani è favorevole alle nuove tecnologie, il 44% è parzialmente contrario e il 5% totalmente contrario. Tra coloro che sono parzialmente contrari si arriva al 54% per chi ha un’età compresa tra 45 e 54 anni, e si sale al 55% per chi è in difficoltà economiche.
Eppure, da quando è scoppiato il boom di ChatGPT, il prototipo di chatbot basato su AI e machine learning sviluppato da OpenAI, e specializzato nella conversazione con un utente umano, pare non si parli d’altro. ChatGPT, riporta Ansa, è stato infatti il servizio tecnologico che ha raggiunto più velocemente i 100 milioni di utenti in soli due mesi. Per avere un termine di paragone, TikTok per raggiungere questo traguardo ha impiegato circa nove mesi dal suo lancio globale, mentre Instagram 2 anni e mezzo.

Gli italiani sono favorevoli al mobile messaging per comunicare con le aziende

Gli italiani guardano con favore alla possibilità di comunicare con le aziende tramite il mobile messaging. Un recente sondaggio condotto da Skebby.it, la piattaforma che offre servizi professionali di mobile marketing & service, ha rilevato che nel nostro paese più della metà degli intervistati è favorevole a interagire con i propri brand preferiti via sms o altri sistemi di messaggistica istantanea. E più di un terzo li prenderebbe in considerazione, qualora ne fosse prevista la possibilità.
In base al sondaggio di Skebby.it, se tra le possibilità per contattare i propri brand preferiti sono inclusi gli sms e altri strumenti di messaggistica istantanea, il 54% li sceglierebbe sicuramente e il 34% sarebbe disponibile a valutarne l’utilizzo, rappresentando, quindi, complessivamente l’88% degli intervistati.

Il 61% degli italiani ha dato il consenso a ricevere sms dai brand

La propensione ad avvalersi di questi strumenti è confermata anche dal fatto che il 61% degli italiani intervistati dichiara di aver dato la propria adesione a ricevere sms per essere aggiornato sulle novità, o per ottenere altre informazioni da uno a sei brand, mentre il 24% ha dato il proprio assenso a oltre sette brand.

Ricevere newsletter o seguire le aziende sulle piattaforme social

Quando agli utenti viene richiesto quali sono i diversi strumenti che vengono scelti per rimanere aggiornati sulle novità delle aziende online preferite, il 25% degli intervistati risponde di avere effettuato un’iscrizione al sito web del brand per poter ricevere regolarmente una newsletter.
Un ulteriore 25% di intervistati dichiara invece di seguire i profili delle aziende su Instagram, il 18% li segue su Facebook, il 9% su Twitter e il 10% su altre piattaforme social. L’11% dichiara invece di ricevere regolarmente sms dai brand, e il restante 2% utilizza altri strumenti per rimanere aggiornato.

Gli sms raggiungono anche chi non ha uno smartphone

“Qualora si desideri contattare un’azienda per richiedere informazioni è ben comprensibile che vengano privilegiati gli strumenti mobile, che già la fanno da padrone nelle comunicazioni personali – ha dichiarato Domitilla Cortelletti, Marketing Manager di Skebby.it -. Tra questi spiccano gli sms, che non vengono oramai più utilizzati per comunicare con amici e familiari, e oggi sono quindi, un canale più libero”. Inoltre, gli sms permettono di offrire tassi di lettura molto elevati, e consentono alle aziende di poter raggiungere non solo gli utenti che utilizzano smartphone, “ma anche i normali cellulari, ancora diffusi soprattutto tra gli anziani”.

Gli italiani e la casa, il bene più importante

Per gli italiani la casa è una priorità, così tanto da essere il bene più importante che si possiede. Non solo: è anche quello a cui moltissimi nostri connazionali sono più legati. D’altronde, questa “passione” è testimoniata dai dati Istat, che rivelano che ben il 75% delle popolazione italiana ha una casa di proprietà e il 23% ha anche una seconda casa dove trascorre le vacanze. Una recente ricerca condotta da Eumetra, denominata  “Benessere e Sostenibilità”, rivela che gli italiani sono in generale soddisfatti della propria abitazione. Il punteggio di gradimento si attesta a 7,18 su una scala da uno a dieci. Il che corrisponde a una percentuale assai elevata di “molto” soddisfatti: assegna infatti un “voto” particolarmente alto (da 8 a 10) quasi metà degli intervistati: il 48%. Al contrario, solo il 15% esprime un giudizio più o meno intensamente negativo sulla propria abitazione.

Più soddisfatti gli over e gli abitanti del Nord

In linea di massima, sembrano gli over 64 anni (con una percentuale di molto soddisfatti che svetta oltre il 60%) i più contenti rispetto alla propria abitazione, forse perché abituati a vivere nella stessa casa da molto tempo o forse perché l’hanno adattata alle proprie esigenze. Dal punto di vista della collocazione geografica, non si registrano grandi differenze nel giudizio sulla propria casa, anche se quest’ultimo appare un po’ meno positivo da parte di chi abita nelle regioni meridionali. Naturalmente, ci sono delle evidenti disparità nelle risposte a seconda dello status sociale. Tra chi ha una posizione sociale alta, il favore espresso per la propria abitazione raggiunge livelli più che doppi (61% di “voti” dall’8 al 10) di quanto non si rilevi tra chi, viceversa, ha uno status basso (29%).

Gioie e qualche… dolore

Anche se la casa si conferma un bene prioritario, non mancano però alcune preoccupazioni. I problemi che affliggono i proprietari sono sia di tipo strutturale, ad esempio riguardo ai lavori materiali di mantenimento, sia riferiti alle spese, ordinarie e straordinarie, che ne derivano. Non sorprende, dunque, che più di quattro intervistati su dieci (41%) si dichiarino preoccupati per gli oneri che la gestione della casa comporta (questa percentuale è un po’ più alta tra chi risiede nel Meridione). Com’era prevedibile, questo atteggiamento è presente in misura maggiore (53%) tra chi riveste uno status sociale più basso e ha, di conseguenza, più problemi economici. La preoccupazione, tuttavia, registra livelli elevati anche fra le fasce più giovani della popolazione: dichiara apprensione il 48% di chi ha tra i 25 e i 35 anni, cioè coloro che stanno allestendo la loro prima casa.

Cravatta si o no? Senza è meglio: lo dice la scienza

La cravatta, un classico dell’abbigliamento maschile da ufficio, non da tutti amato. Anzi. A spezzare una lancia a favore degli insofferenti al nodo al collo arriva nientemeno che la scienza. Secondo un nuovo studio condotto in Germana la cravatta infatti potrebbe comprimere vasi sanguigni fondamentali per l’afflusso di sangue al cervello, con prevedibili effetti negativi sul funzionamento cognitivo. Quindi, sulle prestazioni lavorative. Insomma, la cravatta da simbolo di eleganza maschile per antonomasia potrebbe addirittura essere additata come “freno” alla produttività aziendale. Ma è proprio così?

Una ricerca con 30 volontari

Per rispondere al quesito, è stato condotto uno studio ad hoc. Si tratta di una piccola ricerca condotta in Germania da Robin Lüddecke dell’University Hospital Schleswig-Holstein, pubblicata su Neuroradiology, e in seguito rimbalzata online su diverse testate internazionali, dal Daily Mail a New Scientist.

Per condurre la ricerca sono stati arruolati 30 giovani volontari divisi in due gruppi: metà di loro ha indossato la cravatta durante un esame di risonanza magnetica, annodandola con un nodo full Windsor, che prevede una svolta in più rispetto a quello semplice. L’altra metà dei volontari invece non ha indossato la cravatta.

Con la cravatta arriva meno sangue al cervello?

Un flusso regolare e costante di sangue al cervello è fondamentale per fare in modo che i neuroni possano continuare a trasmettere i loro messaggi rendendo possibile la risposta istantanea a un problema. E il risultato della ricerca ha rilevato un calo statisticamente significativo del flusso sanguigno cerebrale tra gli uomini con la cravatta. In particolare, una diminuzione del 7,5%, che non innescherebbe sintomi evidenti, ma potrebbe essere sufficiente a influire sulle performance cognitive.

Imitare il look casual dei big della Silicon Valley

I risultati dello studio potrebbero quindi portare a guardare con occhi diversi il look di molti big della Silicon Valley, da molti considerato eccessivamente casual. Come ad esempio la popolare divisa del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, che in “ufficio” indossa una semplice maglietta grigia. Oppure il dolcevita nero d’ordinanza del compianto fondatore di Apple Steve Jobs. Per non parlare dei giovani fondatori di start up di successo, che hanno fatto dell’abbigliamento casual il loro marchio di fabbrica. Se loro hanno sempre detto di no a ciò che gli autori della ricerca hanno definito uno “strangolamento socialmente desiderabile”, perché non imitarli? Che sia proprio l’outfit indossato uno dei segreti della loro creatività?

Come spendono gli italiani? In dieci anni crollato l’abbigliamento, sale la casa

Come sono mutati negli ultimi dieci anni i budget familiari? Quali sono i settori nei quali gli italiani sono maggiormente disposti a spendere e quali invece quelli nei quali i nostri connazionali tirano la cinghia?  In base ai dati Istat, elaborati da AdnKronos, la “lista della spesa” è molto cambiata nell’ultimo decennio, sebbene all’interno di un saldo rimasto pressoché inalterato.

Giù l’abbigliamento

In discesa libera risulta la somma che le famiglie italiane anziano per l’abbigliamento (-24,8%) mentre s’impenna il costo dell’abitazione (+19,3%).  Il budget medio mensile di ogni famiglia italiana, però, è rimasto sostanzialmente uguale nell’ultimo decennio: era infatti di 2.461 euro nel 2006, mentre nel 2016 è arrivato a 2.524 euro, con un incremento di solo 63 euro (+2,6%). I dati contenuti nelle tabelle dell’Istat confermano le difficoltà che da anni sta attraversando il settore dell’abbigliamento e calzature, così come denunciato dai commercianti che operano nel comparto.

Alimentare, in Italia meno soldi per la spesa

La divisione nelle due categorie principali (alimentare e non alimentare) evidenzia che quello che è sceso di più è il comparto alimentare. Per riempire dispensa e frigorifero, i nostri connazionali hanno ridotto la spesa mensile da 467 euro a 448 euro (-4,1%). Cambia anche la spesa delle famiglie italiane per prodotti alimentari, con la voce ‘frutta e verdura’ che cresce da 84 euro a 102 euro (+21,4%) e quella ‘carne’ che scende da 106 euro a 93 euro (-12,3%). Per latticini e uova le uscite arrivavano a 64 euro nel 2006 e sono scese a 58 euro nel 2016 (-9,4%); in calo anche la quota destinata ai prodotti ittici, che da 42 euro è arrivata a 36 euro (-14,3%). Le uscite per i beni non alimentari sono invece passate da 1.994 euro a 2.076 euro, con un incremento del 4,1%.

Meno moda, più salute

Un po’ a sorpresa, nell’ultimo decennio la quota destinata per l’acquisto di vestiti e scarpe è passata da 157 euro a 118 euro. Su base annuale, si tratta di una sforbiciata da 468 euro. Cresce invece la spesa per la salute, con la quota destinata ai servizi sanitari che passa da 86 euro a 114 euro, registrando un incremento del 32,6% nel decennio.

Trasporti, budget ridotti del 25%

Appaiono in deciso calo le spese destinate alla voce trasporti, che passano da 362 euro a 271 euro, con un decremento del 25,1%. La quota – già risicata – destinata all’istruzione si riduce ulteriormente passando da 27 euro a 14 euro (-45,4%). Per il tempo libero e cultura le uscite nel 2006 erano pari a 111 euro e dieci anni dopo sono arrivate a 130 euro (+17,1%).