Mercato immobiliare, qual è il trend del mattone? I dati Istat

Come sta andando l’immobiliare? I numeri diffusi da Istat sul secondo trimestre 2025 sembrano parlare con due voci diverse. Da un lato c’è la crescita rispetto all’anno scorso, dall’altro un piccolo passo indietro rispetto ai mesi immediatamente precedenti.
Tradotto: il mattone tiene, ma senza particolari guizzi.

Compravendite: su base annua il segno è positivo

Tra aprile e giugno sono state registrate 255.639 convenzioni notarili di compravendita e altri atti immobiliari onerosi. Il dato segna un aumento del 4,1% rispetto allo stesso periodo del 2024, confermando un ritmo di espansione molto simile a quello già visto un anno fa.

Tuttavia, guardando al trimestre precedente e tenendo conto dei fattori stagionali, emerge una flessione del 2,3%. Insomma, la macchina resta accesa ma ha tolto un filo di gas.

Dove si compra di più e dove meno

Il calo congiunturale interessa tutto il Paese, anche se con intensità diverse: il Nord-ovest scende del 3,7%, il Nord-est del 2,3%, mentre Centro, Sud e Isole mostrano contrazioni più contenute. Sul fronte degli immobili a uso economico il quadro è misto: arretrano Sud e Nord-ovest, ma crescono Nord-est e Centro.

La fetta più grande della torta resta quella residenziale: oltre il 94% degli atti riguarda abitazioni, mentre gli immobili destinati ad attività economiche rappresentano poco più del 5%. Su base annua il comparto abitativo sale del 4,5%, mentre quello economico perde leggermente terreno.

Grandi città contro piccoli centri

Un dettaglio interessante riguarda la dimensione dei comuni. Le compravendite di case aumentano sia nei piccoli centri sia nelle grandi città, ma con velocità diverse: nei primi l’incremento sfiora il 7%, nei secondi si ferma poco sopra l’1%.

Nel settore economico accade quasi l’opposto: lieve crescita nei centri minori e calo nei grandi poli urbani.

Mutui: una crescita decisa

Capitolo finanziamenti. Nel trimestre le convenzioni per mutui con ipoteca sono state 100.717. Rispetto a un anno fa il balzo è netto, +18,1%, segno che il credito è tornato a scorrere con più facilità. Ma anche qui il confronto con il trimestre precedente mostra una piccola frenata, pari a −1,2%.

L’andamento del semestre

Se si allarga l’orizzonte ai primi sei mesi dell’anno, il bilancio diventa più lineare: 484.262 compravendite complessive e una crescita del 6,2% rispetto allo stesso periodo del 2024. Sono le abitazioni a trainare il mercato (+6,8%), mentre il comparto economico è leggermente in calo.

I mutui, invece, volano: +24% nel semestre. Il quadro finale è quello di un mercato che tiene, senza boom, ma abbastanza per essere ottimisti.

Emergenza casa: non solo per le famiglie, ma anche per i territori

Sempre più persone, pur non vivendo condizioni di povertà estrema, non riescono ad acquistare o affittare un’abitazione dignitosa. Il disagio abitativo assume connotazioni nuove rispetto alle forme estreme di povertà a cui si rivolge il sistema dell’Edilizia Residenziale Pubblica, coinvolgendo fasce sociali costituite da nuclei familiari prevalentemente monoreddito o single impoveriti.

A quanto emerge dall’Osservatorio sul Mercato Immobiliare realizzato da Nomisma, dalla fine degli anni Novanta, con il trasferimento delle competenze alle Regioni e la chiusura del fondo Gescal, la politica abitativa italiana, ha perso il sostegno diretto dello Stato frammentandosi.
In un contesto dominato dalla proprietà, la locazione rimane marginale, aggravando la scarsità di alloggi accessibili, con il rischio che le imprese del territorio non riescano a trattenere le risorse umane di cui necessitano.

Il disagio abitativo

La stima del disagio abitativo prodotta da Nomisma, misurato dall’incidenza del canone o della rate del mutuo sul reddito, restituisce una quota pari al 15,5% del totale delle famiglie italiane, di cui circa 1,5 milioni in situazione ‘acuta’ o ‘grave’.
Il disagio investe maggiormente le famiglie che vivono in affitto rispetto a quelle proprietarie, che rappresentano il 78% del totale delle famiglie in una situazione di disagio.

Il sovraffollamento che si è determinato sul segmento della locazione imprime una nuova spinta ai canoni, che crescono del +3,5% su base tendenziale, con un picco dei contratti per studenti, che segnano addirittura il +9,5%.

Canoni di locazione: l’incidenza sui redditi

L’incidenza del canone pagato sul reddito del locatario supera il 30% nel Nord-Ovest (31%), il 34% al Centro e il 41% al Sud e Isole, ma per dimensione coinvolge i comuni di oltre 200.000 abitanti (38%).

“In questi ultimi anni la diminuzione del potere di acquisto dei redditi ha comportato un aumento dell’onerosità delle spese per l’abitazione nei bilanci familiari, aggravando il problema dell’affordability – commenta Elena Molignoni, Responsabile dell’Osservatorio -. Sul mercato degli affitti, il costante aumento della domanda, dovuto all’esiguità dell’offerta disponibile, sta esercitando una pressione al rialzo sui canoni di locazione, che mal si concilia con le risorse di cui le famiglie dispongono. Questo sta rendendo alcuni territori e aree metropolitane inavvicinabili per un crescente numero di persone”.

Sono 4,5 milioni gli immobili lasciati vuoti

Per far fronte alla carenza di abitazioni sociali in locazione, il primo passo sarebbe quello di creare condizioni in grado di favorire la re-immissione sul mercato di almeno una parte dei circa 4,5 milioni di immobili vuoti o sottoutilizzati. Nel 2025 la quota di famiglie-proprietarie che prevedeva di dare in locazione le proprie abitazioni con affitti tradizionali è scesa al 10,5% a beneficio la formula dell’affitto breve/turistico.

Quanto allo sviluppo di progetti di Edilizia Residenziale Sociale in locazione permanente, perché risultino vantaggiosi per gli operatori privati si dovrebbe intervenire con leve di natura finanziaria, fiscale o urbanistica. In caso contrario, sarà sempre più marcato l’orientamento a produrre edilizia destinata alla vendita sul libero mercato a scapito della locazione a canoni accessibili.

Economia italiana: nel 2026 torna l’incertezza, ma c’è anche qualche sorpresa 

Abbiamo salutato il 2025 con qualche spiraglio di fiducia sul fronte dell’economia internazionale. Sembrava che le tensioni nel mondo si fossero attenuate e i tagli ai tassi di interesse potessero riportare un po’ di ossigeno ai mercati, sostenendo la liquidità globale.

A pochi giorni dall’inizio del 2026, invece, ci troviamo già a fare i conti con la dura realtà:  con il nuovo anno, sono comparsi nuovi fattori di instabilità. Secondo l’Istat, questi elementi rafforzano l’ipotesi di un rallentamento dell’attività economica mondiale nel corso dell’anno. In sintesi, la parola d’ordine sarà prudenza. 

Italia, manca un vero slancio 

In questo contesto, l’economia italiana sembra avere il fiato un po’ corto. Nel terzo trimestre del 2025 il Pil è cresciuto dello 0,1% rispetto al trimestre precedente: un segnale positivo, ma troppo contenuto. E i dati più recenti non sono certo incoraggianti: dopo il recupero registrato a settembre, a ottobre c’è stato un indebolimento diffuso dell’attività economica.
La crescita resta inferiore alla media dell’area euro, con grandi differenze tra i vari settori produttivi.

Import ed export senza grandi novità 

Anche gli scambi con l’estero seguono questo andamento “cauto”. Tra agosto e ottobre, esportazioni e importazioni mostrano variazioni poco significative, rispettivamente pari allo 0,3% e allo 0,2%. Se si guarda ai primi dieci mesi del 2025, il bilancio è leggermente migliore: le esportazioni crescono del 3,4% su base annua, mentre le importazioni aumentano del 3,7%.

I dati nascondono dinamiche molto diverse tra comparti, segno di un’economia che procede a velocità diverse.

Inflazione: per ora sotto controllo

Sul fronte occupazionale, novembre segna un lieve calo rispetto a ottobre, pur restando positivo il confronto su base annua. La flessione mensile riguarda soprattutto le donne e quasi tutte le fasce d’età, con l’eccezione delle 25-34enni. Nel complesso, però, tra settembre e novembre l’occupazione aumenta dello 0,3%, pari a circa 66 mila occupati in più, mentre diminuisce il numero delle persone in cerca di lavoro.

I prezzi restano sotto controllo. A dicembre l’indice armonizzato dei prezzi al consumo cresce dell’1,2%, un valore nettamente inferiore alla media dell’area euro. Nel complesso del 2025, l’inflazione si attesta all’1,7% in Italia. Un dato che, insieme all’aumento del potere d’acquisto delle famiglie nel terzo trimestre, offre un piccolo margine di respiro ai consumi.

Farmaceutica, un settore che corre

In questo contesto con il freno a mano tirato, spicca la performance del settore farmaceutico. Tra gennaio e ottobre 2025, le esportazioni di prodotti farmaceutici crescono in media del 33,7%, mentre le importazioni aumentano del 44,6%. Il comparto supera così il 10% dell’interscambio nazionale.

Gli Stati Uniti diventano il principale partner commerciale dell’Italia per questi prodotti, mentre la forte presenza di imprese multinazionali a controllo estero continua a giocare un ruolo decisivo.

Natale e doni: oltre il 22% degli italiani è ricorso all’auto-regalo

Per Natale 2025 sono stati oltre il 22% gli italiani che sono ricorsi “all’auto regalo”.. E se sono stati soprattutto i giovani ad aver fatto un regalo a sé stessi non si è trattato di una forma di egoismo, ma di gratificazione. 

Ma quali sono stati gli auto-regali più gettonati?
Al primo posto i prodotti tecnologici (26,1%), seguiti dall’abbigliamento (22,8%) e da un viaggio (17,9%). Il 2,5% dei giovani italiani si è regalato un animale domestico.
È quanto emerge dalla ricerca realizzata da Big, Business intelligence group.

Chi vive al Centro e i 35-44enni hanno messo più pacchetti sotto l’albero

Dai dati della ricerca emerge poi che quest’anno la maggior parte degli italiani ha effettuato almeno un regalo. I più ‘generosi’ sono stati quelli di età compresa tra 35-44 anni, che hanno toccato quota 93%, seguiti dagli under34 (91,3%), dalla fascia dei 45-54enni (90,6%) e dagli over54 (88,8%).

Se si considerano le zone d’Italia, in testa in questa classifica si è posizionato il Centro (92,7%), poi il Nord-Est (90,5%), il Nord-Ovest (89,8%) e infine Sud e Isole (89%).
La ricerca conferma però che un italiano su cinque tra coloro che vivono da soli è rimasto solo anche a Natale, e non ha fatto regali né a sé stesso né agli altri (18,8%).

Tech, abbigliamento, viaggi ma anche esperienze e animali domestici

In generale, se il primato dell’auto-regalo natalizio spetta alla fascia 25-34 anni (31,6%), compresi i single (19,8%), le fasce 34-45 e 45-54 si sono fermate tra il 22% e il 23%, perché hanno fatto almeno un regalo anche familiari, coniugi e colleghi.

Quanto agli auto-regali più gettonati, oltre a prodotti tecnologici, abbigliamento e viaggi, gli italiani si sono regalati anche accessori (15,9%), hobby e passioni (14,1%), prodotti per la cura di sé (10,1%), un’esperienza (4,9%), arredamento e decorazioni per la casa (4,2%), abbonamenti o servizi (2,6%), giochi e divertimenti (1,7%) e animali domestici (1,5%).
Per i giovani, prodotti hi-tech (26,3%) e un viaggio (25,3%), mentre il 22,2% si è auto regalato un nuovo capo d’abbigliamento, il 7,6% un prodotto per la cura di sé e il 2,5% un animale domestico.

Dall’autogratificazione alla libertà personale le motivazioni del dono a sé stessi

Per quanto riguarda le motivazioni che hanno spinto ad auto-regalarsi qualcosa per Natale, riporta Adnkronos, la prima risposta è stata ‘gratificarmi e concedermi qualcosa che desidero fare da tempo’(47%) soprattutto per gli over34. La seconda motivazione, ‘per vivere un momento di piacere e di benessere personale’ (14%), e la terza ‘per celebrare la mia indipendenza e libertà personale’ (8,9%), molto più gettonata dagli under34, tra i quali è stata selezionata da un intervistato su 5 (19,1%).

Più indietro, tra le motivazioni anche ‘alleviare lo stress accumulato nel corso degli ultimi mesi’(8,5%) e ‘compensare frustrazioni e tirarmi su di morale’ (5,2%), considerata un po’ più importante per i giovani da 25 a 34 anni (10,2%).

Salute digitale: nel 2025 cresce l’online nel mondo Health & Pharma

Il mercato Health & Pharma continua a correre sul digitale, e il 2025 sembra confermare una tendenza ormai radicata. Secondo la settima edizione dell’Osservatorio Netcomm Digital Health & Pharma, gli acquisti online del settore raggiungeranno i 2,139 miliardi di euro, con una crescita del 7,4% in un solo anno.
Un risultato che racconta una trasformazione profonda nelle abitudini di consumo degli italiani.

Una platea sempre più ampia

Aumenta anche il numero di persone che scelgono il web per acquistare prodotti legati alla salute e al benessere: 24,6 milioni di consumatori digitali, pari al 70,5% di chi compra online in Italia. Un dato che rende bene l’idea di quanto questo comparto sia diventato familiare, pratico e alla portata di tutti.

Roberto Liscia, presidente di Netcomm, sottolinea come la spinta non arrivi più soltanto dal prezzo, ma anche dal desiderio di comodità e da nuovi strumenti: Intelligenza Artificiale, Chatbot e un’integrazione sempre più fluida tra negozi fisici e canali digitali. Una sorta di “ecosistema misto” che sta ridisegnando il percorso del consumatore.

Customer Journey: tra ricerche, dubbi e tecnologia

Il cosiddetto Customer Journey resta complesso e piuttosto articolato, soprattutto nelle fasi preliminari all’acquisto. Il primo riferimento sono ancora i motori di ricerca (18,1%), seguiti dai consigli dei professionisti sanitari e dalle opinioni di amici e familiari. Ma la vera novità è l’ingresso, nella top 5 dei touchpoint, di strumenti basati sull’intelligenza artificiale.

Chatbot e tool di AI vengono consultati soprattutto per chiarire dubbi su salute e uso dei prodotti, non tanto per scegliere il brand o l’e-commerce. La crescente familiarità con queste tecnologie convive però con una buona dose di prudenza: oltre metà degli intervistati teme un ruolo troppo centrale dell’IA nella cura, e il 66% non la vede come un possibile sostituto dei professionisti.
Quando si passa alla decisione finale, la comodità sembra contare sempre di più: otto consegne su dieci arrivano direttamente a casa, mentre due su dieci vengono ritirate presso un punto fisico.

Chi compra online: dagli abitudinari ai super digitali

L’Osservatorio distingue vari profili di acquirenti. I più numerosi sono gli “Abitudinari” (42%), che arrivano dritti al sito del proprio merchant di fiducia senza troppe tappe intermedie.
All’estremo opposto ci sono i “Digital Power Buyer” (8%), consumatori super informati che navigano tra social, recensioni, contenuti di influencer e strumenti digitali.

La fedeltà ai negozi è un tratto comune: il 44,1% acquista spesso dallo stesso merchant, percentuale che sale al 51% tra gli under 35. Anche chi compra solo offline viene influenzato dal web: nel 41,5% dei casi arriva in negozio già orientato da ricerche online.

Social network e “Pharma Influencer”: il nuovo passaparola

Sui social, il tema salute è ormai un argomento fisso. Il 41,6% degli acquirenti online segue contenuti legati al benessere: Instagram supera Facebook, mentre YouTube e TikTok restano dietro ma in crescita. L’effetto dei Pharma Influencer è evidente: nove utenti su dieci che seguono contenuti di salute hanno comprato almeno una volta su loro suggerimento. Tra i giovanissimi, la percentuale sale al 27,7%.

Accanto ai social, crescono anche le community dedicate: 5,9 milioni di persone partecipano a gruppi online per scambiarsi esperienze e consigli, segno che il bisogno di confronto umano rimane forte, anche in un mondo sempre più digitale.

Prestiti personali in Lombardia: perché sono in aumento 

In Lombardia, negli ultimi mesi, è aumentato il ricorso al credito al consumo. A dirlo è l’osservatorio di Facile.it e Prestiti.it, che traccia un quadro molto chiaro: chi ha domandato un prestito personale nel 2025 ha chiesto, in media, poco più di 10.700 euro. Una cifra un po’ più alta rispetto al resto del Paese, come se i lombardi avessero bisogno di “quel qualcosa in più” per gestire spese e progetti.

La restituzione? Spalmata in circa cinque anni, con una rata che si aggira attorno ai 198 euro al mese. Una somma che entra stabilmente nel bilancio familiare, quasi come una bolletta in più.

A cosa servono questi prestiti

Analizzando le motivazioni dichiarate dai cittadini, si intravede una sorta di mappa dei bisogni quotidiani. Al primo posto spunta la richiesta di liquidità, che rappresenta il 31% delle domande. È la voce più “umana” di tutte: quella che indica una necessità generica, spesso legata a spese improvvise o momenti in cui serve un po’ di respiro.

Subito dopo troviamo il consolidamento dei debiti, scelto da un lombardo su cinque tra coloro che specificano la finalità. Un modo per rimettere ordine a scadenze e rate, come quando si decide di riordinare un cassetto che non si chiude più.
Al terzo posto ci sono i prestiti per comprare un’auto usata, seguiti a ruota da quelli per ristrutturare casa. E poi arrivano le richieste per coprire spese mediche o acquistare nuovi mobili: segnali di un quotidiano che procede tra esigenze pratiche e piccoli cambiamenti.

Gli esperti di Facile.it ricordano che indicare la finalità non è obbligatorio, ma può essere utile: alcune società applicano tassi più leggeri proprio in base all’uso del denaro. E, come sempre, guardare più offerte prima di scegliere è un consiglio sempre utile.

Province diverse, abitudini diverse

Non tutta la Lombardia si comporta allo stesso modo. A chiedere gli importi più alti sono i residenti della provincia di Como: oltre 12mila euro in media. Seguono Varese, Cremona e Monza e Brianza.

Più indietro Bergamo, Lodi e Mantova, mentre Milano – paradossalmente – chiude la classifica, con richieste medie sotto gli 11mila euro. Forse una maggiore disponibilità economica o forse semplicemente esigenze differenti: difficile dirlo con certezza.

Chi chiede un prestito in Lombardia

Guardando ai profili, emerge una fotografia piuttosto nitida del richiedente. Chi firma una domanda ha mediamente 43 anni e, nel 70% dei casi, è un uomo.

Gli importi richiesti cambiano in base al genere: gli uomini puntano a ottenere circa il 13% in più rispetto alle donne. Un dato legato anche ai redditi dichiarati, più alti per gli uomini.

TV: anche nel 2025 genera attenzione, emozioni e valore per i brand

Cosa guardano in TV gli italiani,  per quanto tempo, con chi, e con quale livello di attenzione e soddisfazione? Risponde un’indagine realizzata da Human Highway insieme a Emotiva, condotta coinvolgendo 2.000 persone invitate a compilare un diario digitale sulle esperienze di visione su TV, app e piattaforme digitali, suddivise tra mattina, durante i pasti e sera per una settimana.

In totale sono state raccolti oltre 42.000 ‘diari’ che hanno permesso di tracciare un quadro completo della giornata tipo dello spettatore italiano.
Quello che è emerso conferma come la TV sia ancora capace di generare attenzione, emozioni e valore per i brand, dimostrando una straordinaria capacità di adattamento nello scenario digitale in continua trasformazione.

Dalla mattina alla sera: come cambia la fruizione?

Per gli italiani la giornata inizia con l’informazione: telegiornali e programmi di approfondimento, spesso condivisi con altre persone, diventano momenti di co-visione e di discussione. Durante i pasti restano centrali i contenuti informativi e giornalistici, scelti per chiarezza, serietà e capacità di stimolare riflessione.
Di sera, invece, è il tempo del relax e dell’evasione, con film, serie TV e grandi show.

Grazie alla presenza di in media 4-5 schermi per nucleo domestico, ogni membro della famiglia può scegliere tra documentari, programmi tematici, sport o eventi live.
L’intrattenimento si conferma la categoria in grado di riunire tutta la famiglia, con un indice di soddisfazione fino al +40%. Anche eventi sportivi e musicali dal vivo rappresentano momenti di forte aggregazione, generando picchi di coinvolgimento emotivo e sociale.

Il rapporto tra pubblico e pubblicità

Un tema centrale per i brand è il rapporto tra pubblico e pubblicità televisiva. I dati della ricerca sfatano un mito diffuso: gli spot non allontanano gli spettatori. Tra il 70% e il 99% del pubblico rimane davanti allo schermo durante le interruzioni pubblicitarie. E nei film e nelle serie TV, quando il messaggio è percepito come mirato e rilevante, la permanenza sale fino al 95%.

Se il break è introdotto dai conduttori, l’attenzione resta alta. Tra l’80% e il 90% degli spettatori continua a seguire il programma senza abbandonare la visione.
Questi risultati dimostrano che se ben integrata nel contesto editoriale, la pubblicità televisiva non è vissuta come un disturbo, ma può mantenere viva l’attenzione e rafforzare il legame con i contenuti.

Qualità editoriale e soddisfazione dei contenuti

Complessivamente, la ricerca evidenzia la resilienza della televisione e la sua efficacia come mezzo per i brand.

La qualità editoriale può aumentare il ricordo pubblicitario fino al 40%. L’attenzione media si attesta intorno al 60%, con punte del 97% nei programmi di intrattenimento. E la soddisfazione dei contenuti, intesa come la capacità di mantenere la promessa emotiva per cui vengono scelti, supera il 50%, traducendosi in un tempo di fruizione significativo: da 1 a 2 ore al giorno per spettatore.

Passaporto Usa, per la prima volta in 20 anni fuori dalla top 10

Dopo essere crollato al 7° posto lo scorso anno e al 10° a luglio 2025 il passaporto statunitense ora scende ulteriormente al 12° posto dalla classifica. Si tratta dell’Henley Passport Index, l’indice dei 10 passaporti più “potenti” al mondo, ovvero, quelli che permettono l’accesso senza visto al maggior numero di Paesi.
Dal primo posto nel 2014 al 12° nel 2025 per la prima volta in 20 anni il passaporto statunitense è fuori dalla top 10. In pratica, ora è pari merito con la Malesia, consentendo un accesso senza visto a 180 destinazioni.

Secondo Christian Kaelin, presidente di Henley & Partners e creatore dell’Index, questo calo di potere “segnala un cambiamento fondamentale nella mobilità globale e nelle dinamiche di soft power. Le nazioni che abbracciano l’apertura e la cooperazione stanno facendo passi da gigante, mentre quelle che si aggrappano ai privilegi del passato vengono lasciate indietro”.

Sul podio una triade asiatica: Singapore, Corea del sud, Giappone

L’Henley Passport Index vede al 1° posto Singapore, il cui passaporto dà accesso a 193 Paesi senza necessità di visto, seguito da Corea del sud (190) e Giappone (189).
Quanto all’Italia (accesso a 188 Paesi), compare al 4° posto, ex aequo con altri Paesi.

Questo calo si verifica nel contesto di una stretta sull’immigrazione da parte dell’amministrazione Trump, che vede il Dipartimento di Stato annunciare l’avvio di una revisione della documentazione di oltre 55 milioni di titolari di visti statunitensi per potenziali violazioni.
Il rapporto di Henley cita infatti la politica dell’amministrazione Usa come uno dei fattori che hanno contribuito al crollo nella classifica, riporta ANSA.

La Cina scala la classifica e guadagna 30 posizioni

Durante la presidenza Trump sono state imposte sospensioni a viaggiatori di 12 Paesi e restrizioni a molte altre nazionalità. Tanto che gli Stati Uniti si collocano anche al 77° posto nell’Henley Openness Index, che misura la disponibilità dei Paesi ad accogliere visitatori senza visto. Washington infatti consente l’ingresso libero solo a 46 Paesi.

Quanto all’Europa, sono più di 25 i Paesi europei che restano tra le prime 10 posizioni. Il Regno Unito invece è passato dal 6° all’8° posto, segnando un minimo storico.
Ma è la Cina che ha registrato la crescita maggiore, passando dal 94° posto nel 2015 al 64° nel 2025, grazie all’accesso senza visto a 37 destinazioni in più.

Il sogno americano della doppia cittadinanza

Il calo del potere del passaporto statunitense alimenta una crescita record nelle richieste di programmi di residenza e cittadinanza per investimento.
Nel 2025, gli americani sono diventati il gruppo più numeroso di richiedenti, con un aumento del 67% rispetto al 2024.

“La cittadinanza multipla sta diventando una realtà sempre più diffusa negli Stati Uniti – spiega Peter J. Spiro, professore alla Temple University Beasley School of Law, come riferisce Euronews -. Come ha scritto un utente sui social, la doppia cittadinanza è il nuovo sogno americano”.

Serie A, i tifosi sono oltre 25 milioni: Juve la più amata

La Serie A si conferma uno dei grandi amori degli italiani. Alla fine della stagione 2024/25 i tifosi delle squadre del massimo campionato sono 25,5 milioni. Lo rivela la ricerca Sponsor Value di StageUp e Ipsos, che da oltre vent’anni fotografa la passione calcistica nel nostro Paese.

Il numero è in crescita rispetto al 2022 (+4,7%) e mostra un dato interessante: quasi la metà dei tifosi, il 45%, è donna. Rispetto al periodo pre-Covid i numeri sono leggermente più bassi, ma il calcio resta comunque lo sport più seguito, capace di coinvolgere quasi un italiano su due.

Juve al top, Inter davanti al Milan

La classifica delle squadre più tifate non cambia. In testa c’è sempre la Juventus con circa 7,8 milioni di sostenitori, nonostante un piccolo calo (-1,4%) dovuto ai risultati poco brillanti.
Alle spalle troviamo l’Inter, che con 4,1 milioni di fan mantiene il sorpasso sul Milan (3,8 milioni). Un dato che si ripete ormai da tre anni e che racconta bene la forza dei nerazzurri negli ultimi campionati.

Alle spalle delle milanesi c’è il Napoli, oggi a quota 3 milioni di tifosi. Gli scudetti vinti negli ultimi anni hanno spinto la crescita del club partenopeo (+15,2% rispetto al 2021/22). La Roma chiude la top five con 1,8 milioni di sostenitori.

Lecce e Atalanta, crescono le tifoserie

Se le grandi dominano per numeri assoluti, le sorprese arrivano dai club che stanno crescendo di più. Su tutti il Lecce, che nell’ultima stagione ha visto aumentare i propri tifosi del 10%. Dietro i salentini ci sono l’Atalanta (+7,5%), il Verona (+4,8%), il Napoli (+4,5%) e il Bologna (+4,1%).

A fare la differenza non sono solo i risultati sul campo – spesso sorprendenti e maturati all’ultimo minuto – ma anche il legame con il territorio e la capacità di mantenere viva la partecipazione dei tifosi per tutta la stagione.

Una passione che continua a bruciare

In sintesi, la Serie A resta il cuore del calcio italiano: da un lato i grandi club che continuano a muovere milioni di persone, dall’altro realtà più piccole che sanno entusiasmare e conquistare nuovi sostenitori.

Un mix che spiega perché, anno dopo anno, il campionato italiano riesce ancora a far battere il cuore a milioni di appassionati.

Stereotipi di genere: come li vivono oggi i ragazzi italiani?

Qual è la percezione degli adolescenti italiani sui ruoli di genere? E come interpretano i possibili fenomeni legati alla violenza? Insomma, come cambia il percepito tra generazioni su un argomento tanto sensibile?

A questo proposito ha risposto l’Istat, che ha condotto un’indagine in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità rivolta ai giovani tra gli 11 e i 19 anni per comprendere la diffusione degli stereotipi di genere e le rappresentazioni della violenza nelle relazioni. I risultati offrono uno spaccato prezioso per orientare politiche educative e sociali più efficaci, come previsto dalla Convenzione di Istanbul che sottolinea la necessità di modificare atteggiamenti culturali e comportamenti sociali alla base della disuguaglianza.

Il rapporto ideale si basa sul sostegno reciproco

I ragazzi dimostrano di essere maturi e consapevoli. Infatti, per la maggior parte degli adolescenti, l’elemento centrale di una relazione affettiva è il supporto nei momenti difficili. Lo afferma il 48,1% dei giovani, seguiti da chi ritiene importanti sincerità, fedeltà e comprensione. Solo una minoranza (circa il 10%) dà priorità alla bellezza fisica o all’attrazione.

La gelosia, però, continua a essere vista da molti come segno d’amore: lo pensa il 29,1% degli intervistati, con picchi del 41,3% tra i ragazzi più giovani.

L’aspetto fisico è ancora un valore soprattutto tra le ragazze

Ci sono miti difficili da estirpare. Ne è la riprova che lo stereotipo più radicato è l’idea che l’aspetto fisico sia più rilevante per le ragazze che per i ragazzi. Questa convinzione è condivisa dal 56,4% dei giovani, con lievi differenze tra maschi (58,6%) e femmine (54%).

L’accordo cresce con l’età e risulta più marcato tra i giovani con cittadinanza straniera e in contesti familiari meno agiati o con basso livello d’istruzione dei genitori.

Ruoli in casa: siamo lontani dalla parità 

Il 24,9% degli adolescenti ritiene che gli uomini siano meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche. Anche in questo caso, lo stereotipo è più diffuso tra i maschi (30,4%) e cala con l’età. Le famiglie con madri laureate mostrano una maggiore apertura e un minor grado di adesione a questo tipo di visioni.

La scienza? Per 1 ragazzo su 5 è materia da “uomini”

Un giovane su cinque (21,2%) pensa che i ragazzi siano naturalmente più portati per le discipline scientifiche, tecnologiche e ingegneristiche. La percentuale sale al 29,1% tra i maschi, contro il 12,9% tra le femmine.

Anche qui il livello d’istruzione dei genitori, in particolare delle madri, incide sulla percezione: più alta è la formazione, minore è l’adesione a questo pregiudizio.

Il successo professionale è ancora declinato al maschile

Fortunatamente si allenta un po’ lo stereotipo che vuole che il lavoro sia più importante per l’uomo che per le donne (14,6%). Ma l’idea è dura morire. specie tra i maschi (22%) e tra i giovani stranieri (24,5%).

Questo pregiudizio si lega fortemente all’idea che la realizzazione femminile passi attraverso la famiglia. Però, tra i ragazzi con madri laureate, la percentuale scende fino all’11,7%, e tocca il minimo tra le ragazze con madri molto istruite (5,2%).

Istruzione e contesto fanno la differenza

Dall’indagine emerge come lo status socioeconomico e il livello di istruzione dei genitori, soprattutto delle madri, influenzino in modo determinante le convinzioni degli adolescenti.

Stereotipi e pregiudizi, sebbene ancora presenti, tendono a diminuire in ambienti più educati e consapevoli. Per costruire una cultura del rispetto e dell’uguaglianza, è fondamentale investire in educazione e prevenzione sin dalle prime fasi della crescita.