Italiani sempre più cashless: ecco cosa succede

Addio contante, benvenuti pagamenti cashless. Anche gli italiani, ogni anno di più, si affidano alle carte di credito e ai sistemi digitali per saldare i loro acquisti. E, tra i “motori” di questo importante passaggio, c’è sicuramente lo sviluppo dell’e-commerce che ha portato molti nostri connazionali a cambiare abitudini in fatto di pagamenti. La fotografia dei nuovi modi di pagare nel nostro Paese e delle loro evoluzione è il focus del ventesimo Osservatorio Carte di Credito e Digital Payments curato da Assofin, Ipsos e Nomisma con il contributo di CRIF. Dall’analisi emerge che nel 2021 il numero dei pagamenti effettuati con strumenti diversi dal contante a livello nazionale è cresciuto del +24%, incremento che sale a +29% se si considerano i pagamenti su POS con le sole carte di debito. Appare evidente che la preferenza all’uso del contante si sta progressivamente riducendo e il segmento dei cash lover risulta in ulteriore calo tra i decisori rispetto al 2021.

Aumentano le transazioni on line 

La ventesima edizione dell’Osservatorio Carte di Credito e Digital Payments conferma un’ulteriore evoluzione del mercato verso l’uso di strumenti alternativi al contante e un maggiore utilizzo di strumenti innovativi. “A fronte della ripresa dei consumi, il numero delle operazioni e gli importi complessivi transati con le carte di debito hanno registrato uno sviluppo significativo. Nel contesto di crescita dell’eCommerce, è proseguito l’incremento dell’incidenza delle transazioni online, che nei primi 6 mesi del 2022 arrivano a costituire il 24% delle operazioni complessive via carta opzione/rateale” si legge nel rapporto.

L’analisi della domanda

L’analisi della domanda evidenzia un incremento della frequenza d’uso e degli heavy user dei pagamenti digitali. Oltre alla crescita della frequenza d’uso mensile, nei primi sei mesi del 2022 cresce anche la spesa media mensile dichiarata con carta, che si attesta a 405 euro rispetto ai 397 euro del 2021. Anche l’utilizzo della carta di debito registra significative crescite: la media sale a 4.6 volte al mese rispetto al 4.2 del 2021. La spesa media mensile dichiarata rimane elevata e superiore a 400 euro. Il maggior ricorso ai pagamenti con carte di credito anche per modeste spese è stato facilitato, oltre che dalle iniziative di Cashback di Stato, anche dalla funzionalità contactless. Chi utilizza la funzionalità oltre 4 volte il mese è in continuo aumento e il 77% dei titolari carte contactless ha utilizzato questa modalità di pagamento più di due volte il mese, rispetto al 70% di inizio 2021. Dalle analisi condotte sui consumatori, emerge però il bisogno di maggiori rassicurazioni in tema di sicurezza. Raddoppia infatti, rispetto al 2021, l’abbandono della carta a seguito di esperienze di frodi o clonazioni, e cresce, tra i driver di sottoscrizione della carta di credito, la rilevanza dell’affidabilità del brand. Prosegue invece la diffusione della conoscenza dei pagamenti da smartphone e app, e la quota di user si è ulteriormente ampliata nei primi 6 mesi del 2022 rispetto a gennaio e agli anni precedenti. Il bacino potenziale degli m-payment è in costante e progressiva crescita e, considerando l’attuale quota di user, le potenzialità di ulteriore espansione sono elevate. 

Spreco alimentare: italiani consapevoli, ma non abbastanza

Babaco Market ha presentato i dati di una ricerca commissionata a BVA-Doxa sulle attitudini degli italiani verso lo spreco di cibo. Di fatto, il 66% consuma frutta fresca tutti i giorni, con una forte consapevolezza in merito al tema dello spreco alimentare globale. Il 96%, infatti, dichiara di averne una chiara percezione, ma solo il 43% ne conosce l’entità. L’esistenza di un divario tra conoscenza del fenomeno e comprensione della sua gravità è ulteriormente testimoniata dal fatto che un quarto degli italiani non è a conoscenza dell’impatto del fenomeno sul cambiamento climatico. Secondo le stime della FAO, a livello mondiale viene infatti perso o sprecato circa il 30% del cibo all’anno, causando il 10% delle emissioni di gas serra.

Abitudini di consumo e acquisto di frutta e verdura

Quanto ai criteri d’acquisto di frutta e verdura, la provenienza locale/italiana è il driver fondamentale per il 37%, seguito da prezzo conveniente (22%) e buon gusto (20%). Se si analizzano più da vicino le abitudini nei confronti del consumo di prodotti ortofrutticoli, il 46% del campione dichiara di sforzarsi di mangiare spesso frutta e verdura perché consapevole dei benefici per la salute. I dati sui luoghi di acquisto sottolineano, invece, un’apertura green verso canali meno tradizionali e più sostenibili. Infatti, circa il 19% usufruisce di siti/app specializzate nella vendita di prodotti ortofrutticoli almeno una volta al mese.

I buoni propositi si scontrano con la realtà

L’obiettivo dell’ONU di dimezzare gli sprechi alimentari entro il 2030 è stato giudicato importante per quasi tutta la popolazione (97%), e l’88% lo reputa fondamentale. I buoni propositi si scontrano però con la realtà: solo 4 su 10 considerano certamente realizzabile l’obiettivo ONU e 1 su 5 crede che non sarà raggiunto.
In ambiente domestico, quasi un quarto ammette di sprecare cibo per scarsa attenzione, e nonostante la volontà generale sia quella di non buttare quasi mai nulla, il 57% ha riscontrato almeno un episodio di spreco alimentare domestico nell’ultimo mese. E a finire più spesso nel cestino sono verdura (47%), frutta (41%), pane fresco (29%), latticini (24%), cipolle, aglio e tuberi (22%).

Le azioni anti-spreco

Tra le maggiori cause dello spreco, la scarsa attenzione a consumare alimenti prima che scadano/si deteriorino (54%), una conservazione poco adeguata dei prodotti nei punti vendita (33%), l’acquisto di troppi alimenti (21%) o in formati troppo grandi (19%), e la tendenza a cucinare cibo in eccesso (9%). Al contrario, tra le principali azioni anti-spreco, il porzionamento e il congelamento del cibo (46%), dare priorità ai cibi prossimi alla scadenza (38%), acquistare prodotti durevoli/a lunga conservazione (37%), acquistare formati più piccoli (30%), l’adozione di un menu settimanale (25%) e l’acquisto su siti specializzati vs anti-spreco (8%). Positivo anche l’interesse per l’acquisto online di frutta e verdura esteticamente imperfetta, e in grado di supportare il Made in Italy: il 50% è molto attratto da questa possibilità.

Come e quando finirà la pandemia da Covid-19?

Da ormai oltre due anni il Covid-19 caratterizza la nostra vita e le nostre attività quotidiane, e tutti ci stiamo chiedendo quando usciremo in via definitiva da questa pandemia globale. Già a dicembre 2021, il sondaggio internazionale Ipsos condotto in 33 Paesi, ha esplorato le prospettive degli intervistati sul tanto agognato ritorno alla normalità post-Covid. Dall’inizio della pandemia, il team Public Affairs di Ipsos indaga infatti le opinioni degli italiani in merito all’emergenza Covid-19. In particolare, il livello di preoccupazione per le conseguenze, come e quando finirà la pandemia, il punto di vista sui vaccini e la campagna vaccinale, e le opinioni su Green Pass e Super Green Pass. E ora Ipsos ha pubblicato i risultati del 9° monitoraggio.

Le ultime notizie in Italia

Secondo l’ultima rilevazione, il 12% degli intervistati dichiara che la pandemia è praticamente finita (-1% rispetto al mese scorso), il 48% (+3%) ritiene che il Covid-19 con le giuste precauzioni non rappresenti più una minaccia, il 29% (-3%) si reputa invece ancora attento, sostenendo che il virus rappresenti tuttora una minaccia, nonostante se ne parli di meno. Invariata invece la quota di italiani, pari a poco più di uno su cinque, che oggi vive il Covid come una minaccia ‘elevata o molto elevata’ per sé o per i propri familiari. Calano però di qualche punto quanti si ritengono maggiormente tranquilli, e aumenta la quota di mancate risposte al sondaggio. Quanti ritengono che il peggio della pandemia sia definitivamente alle nostre spalle restano poco meno del 60% (58%, -1%), i più pessimisti (‘il peggio deve ancora arrivare’) sono fermi all’8% e aumentano di 5 punti le mancate risposte.

Dubbi in aumento sulla fine di ogni preoccupazione

Risale poi di qualche punto la previsione che nelle prossime settimane i contagi possano di nuovo tornare a crescere (44%, +4%), laddove il 39% (-8%) esclude l’eventualità, e anche in questo caso, aumentano le mancate risposte (17%, +4%). Dubbi in aumento anche riguardo all’orizzonte temporale in cui gli intervistati collocano in media la previsione della fine di ogni preoccupazione per il Covid-19. Sale infatti dall’11% al 20% la quota di mancate risposte: tra quanti si sbilanciano in una previsione diminuisce la media dei mesi indicati, tornando ai 16,2 mesi pronosticati ad aprile.

La pandemia oggi 

Scende inoltre di un paio di punti percentuali (15%) la quota di intervistati che dichiara di non conoscere nessuno che abbia contratto il virus in questi due anni e oltre di pandemia.
Ritenuta inevitabile da molti esperti virologi, gli intervistati continuano a dividersi tra quanti ritengono il mondo e l’Italia sufficientemente pronti ad affrontare una nuova pandemia e quanti, al contrario, sono pessimisti in proposito. Una quota che resta leggermente più alta rispetto agli ottimisti.

Cloud e lavoro a distanza guidano la resilienza digitale

Quali sono le preoccupazioni, le sfide e le priorità tecnologiche delle organizzazioni nell’era post-pandemica? Risponde la ricerca di A10 Networks, Enterprise Perspectives 2022, condotta da Opinion Matters su 2.425 professionisti senior di applicazioni e reti di dieci aree geografiche, tra cui l’Italia. L’aumento del traffico di rete ha aggravato le sfide che le organizzazioni si trovano ad affrontare: l’86% delle organizzazioni italiane e francesi registra un aumento dei volumi del traffico di rete negli ultimi 12 mesi. Aumento che nei due Paesi è risultato leggermente superiore (53%) alla media mondiale (47%). Quanto al futuro ambiente di rete, il 79% delle organizzazioni italiane e francesi dichiara che sarà basato sul cloud, con il 26% che indica il cloud privato come ambiente preferito. Tuttavia, le organizzazioni italiane e francesi non sono rassicurate dai loro fornitori di servizi, con il 40% che dichiara che non riescono a soddisfare i loro SLA.

Le minacce informatiche sono in aumento

Delle 250 organizzazioni intervistate in Italia e Francia, il 95% mostra alti livelli di preoccupazione per gli aspetti della resilienza digitale aziendale. Inoltre, le aziende italiane e francesi sono estremamente preoccupate per gli accessi da remoto negli ambienti ibridi, dimostrando elevata consapevolezza sull’importanza di bilanciare sicurezza e accesso dei dipendenti alle applicazioni vitali dell’impresa. Rispetto ad altre aree, gli intervistati italiani e francesi sono più preoccupati per la perdita di dati e beni sensibili in caso di un attacco informatico. Altre preoccupazioni riguardano il ransomware, i potenziali tempi di inattività o di blocco in caso di attacco DDoS e l’impatto su marchio e reputazione.

Uno spostamento verso approcci Zero Trust

In risposta a queste preoccupazioni, la ricerca evidenzia uno spostamento verso approcci Zero Trust, con il 32% delle organizzazioni italiane e francesi che dichiara di aver già adottato un modello Zero Trust negli ultimi 12 mesi e il 13% che intende adottarlo nei prossimi 12. Sebbene si sia verificato un cambiamento infrastrutturale per supportare il lavoro distribuito da casa e da remoto, il 70% delle organizzazioni dell’Europa meridionale afferma che tutti o la maggior parte dei dipendenti lavoreranno in ufficio nel lungo periodo, rispetto a una media del 62% globale. Solo l’11% afferma che una minoranza o nessun dipendente lavorerà dall’ufficio. Un dato in contrasto con le previsioni del passaggio all’azienda perennemente ibrida, con i professionisti di applicazioni e reti che si aspettano il riaffermarsi della vecchia normalità.

Le priorità di investimento nelle tecnologie

In termini di priorità di investimento, le tecnologie blockchain sono indubbiamente diventate maggiorenni: il 37% delle organizzazioni italiane e francesi dichiara di averle implementate negli ultimi 12 mesi. Inoltre, il 36% dichiara di aver implementato tecnologie di deep observability e connected intelligence, oltre ad AI e machine learning. Guardando al futuro, è probabile che l’adozione di iniziative di cybersecurity aumenti, compresi i modelli Zero Trust. Ci si aspetta quindi un’implementazione più diffusa, man mano che le organizzazioni aziendali comprenderanno i vantaggi che ne derivano.

Quanto vale la Sanità digitale in Italia?

Nell’ultimo anno in Italia la spesa per la Sanità digitale è cresciuta del 12,5% rispetto al 2020, arrivando a 1,69 miliardi di euro, l’1,3% della spesa sanitaria pubblica. Una crescita superiore a quella degli ultimi anni, ma non ancora sufficiente a colmare il ritardo accumulato.
Secondo la ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, oggi il digitale è molto utilizzato dagli italiani per cercare informazioni in ambito salute. Il 53% ha utilizzato internet per identificare possibili diagnosi sulla base dei sintomi e il 42% per cercare informazioni su sintomi e patologie anche prima di una visita. Inoltre, il 73% di chi ha utilizzato Internet dichiara di prendere decisioni sulla salute basandosi sulle informazioni trovate online. 

Gli ambiti su cui investire

La trasformazione digitale della Sanità potrebbe arrivare grazie agli investimenti previsti dal PNRR, che assegna a riforme e investimenti nel settore Salute l’intera Missione 6, con 15,63 miliardi di euro di risorse. I Direttori delle aziende sanitarie ritengono molto rilevante l’attuazione degli interventi identificati nelle linee di indirizzo del PNRR, ma il 46% denuncia come ci sia ancora poca chiarezza su come utilizzare le risorse in gioco. Sarà quindi importante definire la strada corretta per supportare al meglio l’evoluzione verso il modello della Connected Care In ogni caso, il 60% delle aziende sanitarie ha intenzione di investire nella Cartella Clinica Elettronica, il 58% nella Telemedicina, e per il 47% dei Direttori sanitari sarebbe prioritario investire nel Fascicolo Sanitario Elettronico.

Una nuova forma di comunicazione tra medico e paziente

Se la pandemia ha influito decisamente sulla conoscenza e l’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico, dalla rilevazione svolta in collaborazione con Doxapharma, emerge che il 55% dei cittadini ne ha sentito parlare almeno una volta e il 33% lo ha già utilizzato. Tra i pazienti cronici o con problematiche gravi, le percentuali di conoscenza e utilizzo dello strumento sono ancora più elevate, l’82% lo conosce e il 54% lo ha utilizzato. Ma soprattutto, il digitale si è ormai affermato nella comunicazione tra professionista sanitario e paziente. Il 73% degli specialisti, il 79% dei MMG e il 57% degli infermieri utilizza app di messaggistica per comunicare con i pazienti, molto interessati al loro uso soprattutto per la rapidità con cui è possibile ricevere risposte.

Le competenze della Connected Care

Il 38% delle Direzioni Strategiche delle aziende sanitarie indica la mancanza di competenze digitali come barriera all’innovazione. Guardando alle Digital Soft Skills, la competenza maggiormente presidiata dai professionisti sanitari è legata alla capacità di comunicare in modo efficace con i colleghi utilizzando strumenti digitali. Per i medici sono da sviluppare le competenze di e-leadership, relative alla gestione del cambiamento e alla valutazione dei risultati dei progetti, aspetti chiave nel processo di trasformazione digitale. Per gli infermieri, invece, è migliorabile l’efficacia della comunicazione attraverso strumenti digitali con i pazienti, ancora più cruciale per poter utilizzare strumenti di Telemedicina.

Ridurre l’utilizzo dello smartphone migliora la qualità della vita

Ridurre di una sola ora al giorno il tempo trascorso sullo smartphone rende meno ansiosi, più soddisfatti della vita e più propensi a fare esercizio fisico. Lo rivela uno studio tedesco, condotta della Ruhr-Universität Bochum. I ricercatori hanno affermato che “non è necessario rinunciare completamente allo smartphone per sentirsi meglio”, ma hanno scoperto che ridurne l’uso quotidiano ha effetti positivi sul benessere di una persona. La responsabile dello studio, dott.ssa Julia Brailovskaia, con il suo team ha voluto determinare se le nostre vite siano effettivamente migliori senza smartphone, o meglio, quanto ne sia consigliato l’utilizzo. 

L’esperimento rivelatore

Gli scienziati hanno reclutato 619 persone per il loro studio e le hanno divise in tre gruppi.  In totale 200 persone hanno messo da parte il proprio smartphone per la settimana, 226 hanno ridotto di un’ora al giorno il tempo di utilizzo del dispositivo e 193 non hanno cambiato nulla nel loro comportamento. “Abbiamo scoperto che sia rinunciare completamente allo smartphone sia ridurne l’uso quotidiano di un’ora hanno avuto effetti positivi sullo stile di vita e sul benessere dei partecipanti”, ha affermato la dott.ssa Brailovskaia. “Nel gruppo che ha ridotto l’uso, questi effetti sono durati anche più a lungo e si sono rivelati quindi più stabili rispetto al gruppo dell’astinenza”.

Almeno tre ore al giorno sul proprio device

In media, le persone trascorrono più di tre ore al giorno incollate allo schermo del proprio smartphone. Tra ricerche su Google, posta elettronica o meteo, acquisti on line, social media o lettura delle notizie, gran parte della nostra vita passa attraverso lo smartphone. Per trovare un giusto equilibrio, i ricercatori hanno spiegato che “non è necessario rinunciare completamente allo cellulare per sentirsi meglio”, ma hanno scoperto che ridurne l’uso quotidiano ha effetti positivi sul benessere di una persona. 

Cosa accade nel tempo

I ricercatori hanno intervistato tutti i partecipanti sulle loro abitudini di vita e sul benessere subito dopo l’esperimento e poi un mese e quattro mesi dopo. Hanno chiesto quanto si dedicassero all’attività fisica, quante sigarette fumassero al giorno, quanto fosse soddisfatta una persona della propria vita e se mostrasse segni di ansia o depressione. Il test durato una settimana ha cambiato le abitudini di utilizzo dei partecipanti a lungo termine: anche quattro mesi dopo la fine dell’esperimento, i membri del gruppo “astinenza totale” hanno utilizzato il proprio smartphone in media 38 minuti in meno al giorno rispetto a prima.  Il gruppo che aveva trascorso un’ora in meno al giorno con il cellulare durante l’esperimento lo ha utilizzato fino a 45 minuti in meno al giorno dopo quattro mesi rispetto a prima.  Allo stesso tempo, sono aumentati benessere e il tempo dedicato all’attività fisica, mentre sono diminuiti i sintomi di depressione e ansia, nonché il consumo di nicotina.

Il tricolore regna sul carrello della spesa, grazie a vini e spumanti

Ormai un prodotto alimentare su quattro acquistato nei supermercati o ipermercati nazionali è connotato in etichetta come italiano. Si tratta di oltre 22mila referenze, che in un anno hanno aumentato le vendite del +1,8%, incassando oltre 8,7 miliardi di euro. Insomma, la sovranità alimentare guadagna spazio nel carrello della spesa nazionale. E sono soprattutto vini e spumanti a trainare l’aumento delle vendite, a partire dalle bottiglie Docg. Lo ha scoperto la decima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che ha analizzato le informazioni riportate sulle confezioni di oltre 125mila prodotti di largo consumo.

Volano i claim “100% italiano” e “prodotto in Italia”

La bandiera italiana è il più diffuso ‘segnale’ di identità nazionale: presente sulle etichette di 13.266 prodotti alimentari, per un giro d’affari complessivo che sfiora i 5 miliardi di euro (+0,2%), ha visto aumentare le vendite soprattutto di pizze surgelate, patatine, arrosti affettati e bevande a base di tè.
Birre, arrosti affettati, ricotta, acqua minerale naturale e pomodori trainano invece le vendite dei 6.688 prodotti alimentari che si dichiarano in etichetta ‘100% italiano’, e che hanno realizzato 3,5 miliardi di euro di giro d’affari (-0,3%). Le 6.945 referenze alimentari che vengono presentate in etichetta con il claim ‘prodotto in Italia’ hanno, invece, realizzato 1,5 miliardi di euro. Le performance migliori? Quelle del pesce preparato panato surgelato e i secondi piatti surgelati.

Il prosecco traina la Docg

Ma a brillare è stata soprattutto la Docg, trainata dalla domanda di prosecco, vini e spumante classico. In un anno, gli 877 vini a Denominazione di origine controllata e garantita hanno aumentato il giro d’affari del +17,1%, superando 273 milioni di euro.  Vini e spumanti hanno determinato l’aumento delle vendite dei 1.861 prodotti Doc (+9,1%, oltre 466 milioni di euro), e quelle dei 793 prodotti Igt, che hanno incassato oltre 163 milioni di euro (+3,0%). Speck e bresaola affettati, patate, cipolle rosse e piadina sono stati invece i prodotti più performanti tra i 1.083 contrassegnati Igp, arrivati a oltre 432 milioni di euro di vendite (+3,8%).

Piemonte, Toscana e Sicilia le più segnalate in etichetta

Il valore dell’italianità alimentare è sempre più spesso declinato in tipicità territoriale e comunicato in etichetta specificando il nome della regione da cui il prodotto proviene. Nei 12 mesi le vendite di questi 9.429 prodotti registrano un +5,4% e superano i 2,6 miliardi di euro, portando così i prodotti alimentari connotati come regionali a generare l’8,2% del fatturato di tutto il mondo alimentare rilevato, rappresentando il 10,8% delle referenze totali. Nella classifica delle regioni più segnalate sulle etichette quella con il maggior numero di prodotti a scaffale è il Piemonte, seguita da Toscana e Sicilia. La regione con il maggior giro d’affari in GDO resta il Trentino-Alto Adige, davanti a Sicilia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto. Mentre Lazio (+17%), Puglia (+16,6%) e Veneto (+15,5%) sono le tre regioni che hanno registrato i maggiori tassi di crescita annui delle vendite.

Quanta plastica c’è nei vestiti? Il 94% degli europei non lo sa 

Quanta plastica c’è nei vestiti che indossiamo? Il 94% degli europei non lo sa. Il tema della sostenibilità legata all’abbigliamento è uno degli aspetti più ‘misconosciuti’ dai consumatori europei. Tanto che chiamati a rispondere a un test sulle fibre, il 68% degli europei non sapeva che il nylon è una fibra di plastica, e il 62% che il poliestere, la fibra più usata al mondo, è anch’essa plastica.
È quanto è emerso dal nuovo rapporto di Electrolux, l’azienda produttrice di elettrodomestici, dal titolo The Truth About Laundry – Microplastic Edition, che ha coinvolto 15.000 adulti in quindici mercati europei. Parte del problema, secondo Sarah Schaefer, Electrolux VP Sustainability (Europe), è proprio la mancanza di consapevolezza del significato di ‘sintetico’.

Saper riconoscere i prodotti tessili sintetici

“Siamo diventati così abituati alla frase ‘materiale sintetico’ che la maggior parte di noi ha perso di vista il fatto che la maggioranza di questi materiali sintetici sono in realtà plastica – ha affermato Sarah Schaefer -. La nostra ricerca mostra che c’è un urgente bisogno di aiutare le persone a capire di più sui materiali che stanno acquistando e su come prendersene cura al meglio, oltre a incoraggiare il maggior numero di persone possibile ad adottare pratiche di lavaggio più rispettose dell’ambiente – ha continuato Schaefer -. Facendo una serie di piccoli passi, tra cui l’installazione di un Filtro per le Microplastiche, ognuno di noi può ridurre l’impatto ambientale dei prodotti tessili”.

Prevenire il rilascio di fibre di microplastica è possibile

Electrolux, infatti, ha lanciato sul mercato un nuovo Filtro per le Microplastiche, che aiuta a prevenire il rilascio di fibre di microplastica dai tessuti lavati in lavatrice. Con questo dispositivo è possibile evitare il rilascio di microplastiche nell’ambiente in una quantità che può raggiungere fino a due sacchetti di plastica all’anno per famiglia. Di fatto, il nuovo Filtro per le Microplastiche può catturare fino al 90% delle fibre di microplastica, ovvero più grandi di 45 micron, rilasciate dagli indumenti sintetici durante il lavaggio.

Ogni anno finiscono nel mare tre miliardi di magliette in poliestere

Ma quanto pesa sull’ambiente il rilascio di microplastiche dagli indumenti sintetici? In pratica, ogni anno con il lavaggio dei tessuti circa mezzo milione di tonnellate di microfibre di plastica vengono rilasciate in mare. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), questa quantità equivale alla dispersione in mare di tre miliardi di magliette in poliestere ogni anno.

Italiani e fake news, qual è il loro rapporto?

Qual è il rapporto fra gli italiani e le fake news, ormai sempre più frequenti nel mondo della cosiddetta informazione? Lo ha esplorato l”ultima indagine condotta da Ipsos, per IDMO (Italian Digital Media Observatory), che ha indagato il rapporto tra i nostri connazionali e le notizie, compresa la loro capacità di distinguere bufale e fake news. Dall’indagine emerge come gli italiani non hanno dubbi sul significato stesso di “fake news”, ne sono a conoscenza e il 73% dichiara di essere in grado di riconoscerle (percentuale che aumenta a quasi l’80% tra i più giovani). La medesima fiducia, però, non è risposta nella capacità altrui: soltanto il 35% crede che le altre persone siano in grado di distinguere notizie vere da notizie false. In generale, tra i più giovani (18-30 anni) e i più scolarizzati le attività di controllo per analizzare l’attendibilità e affidabilità delle informazione online e, quindi, proteggersi dalla disinformazione sono maggiormente frequenti. 

I giovani le riconoscono? 

Il primo dato emerso dal sondaggio, condotto da Ipsos per IDMO, sottolinea come la stragrande maggioranza degli italiani (7 su 10) si informa esclusivamente tramite fonti gratuite o solo 1 su 4 è disposto a pagare per accedere ad informazioni di cui si fida. Il termine “fake news” è ampiamente conosciuto e associato a diverse tipologie di notizie. Quelle considerate più diffuse e più pericolose dagli intervistati sono le notizie tendenziose, ovvero comunicate o interpretate in modo intenzionalmente modificato allo scopo di favorire particolari interessi.
La maggioranza – più del 60% – sostiene che chi diffonde fake news sia consapevole del fatto che sono notizie false e che la principale motivazione sia economica (37%). Il restante 36% sostiene che chi diffonde fake news nella maggior parte dei casi pensa che la notizia sia vera e che la principale motivazione sia sociale (29%).

L’istruzione serve

Tra i più scolarizzati il quadro cambia: è il 57% a ritenere che chi diffonde una fake news non sia consapevole del fatto che la notizia sia falsa. L’indagine ha anche rilevato un ampio scostamento tra la percezione di essere personalmente in grado di distinguere fatti reali dalle fake news (73% crede di esserne in grado) e la considerazione di quanto le altre persone siano capaci di farlo (solo il 35% crede che siano in grado).

Tra i più giovani e i più scolarizzati è più diffusa la fiducia nella propria capacità di distinguere fatti reali da fake news (quote sopra al 75%), mentre tra i più adulti è maggiormente diffusa la fiducia nella capacità delle altre persone in Italia (40%).

Quattro italiani su 10 temono i furti durante le Feste

Secondo gli italiani è probabile subire un furto in casa durante le festività natalizie. Quattro su 10 ne sono convinti, e almeno 1 su 2 tra i loro conoscenti è già stato derubato in questo periodo. Verisure, multinazionale di allarmi monitorati, ha condotto un sondaggio per sapere come si stanno preparando alle partenze natalizie. E il 14% degli intervistati ha raccontato di aver subito, in passato, un furto in casa proprio durante l’assenza per le vacanze. Per questo motivo, gli italiani pensano di potenziare le misure di sicurezza domestiche in vista delle festività, e se il 39% le ha già aumentate a ridosso di vacanze precedenti, il 36% lo farà in occasione delle prossime.

La paura più grande? Subire un’intrusione in casa

Per il 44% degli intervistati la paura più grande è subire un’intrusione in casa. Ma non si tratta di semplice timore: 4 su 10 ritengono sia davvero probabile possa accadere, il 6% in più rispetto l’anno scorso. Gli italiani pensano infatti che la pandemia abbia influito su criminalità e delinquenza: se nel 2020 lo pensava il 72% nel 2021 è d’accordo il 78%. Tra le conseguenze della pandemia per gli italiani l’incremento di furti in casa è era segnalato dal 30% nel 2020 e dal 34% nel 2021.

Il 16% teme di trovare la propria casa occupata da estranei

Non si tratta però solo di una percezione. La paura di subire un’intrusione in casa trova fondamento in quanto si tratta di qualcosa vissuto in prima persona o attraverso il racconto di conoscenti: il 48,3% degli italiani conosce almeno una persona che ha subito un furto durante le festività. Ma oltre alla paura di subire furti nella propria abitazione, completano il podio il timore di lasciare il gas aperto (12%) e la paura che avvenga un corto circuito (10,7%), uno dei fattori che potrebbero causare un incendio domestico. Ma esiste anche il timore di trovare la propria casa occupata da estranei, riferisce Askanews: il 16% degli italiani pensa che ciò sia estremamente probabile.

Le misure da adottare per proteggere la casa

Quali misure gli italiani ritengono efficaci per proteggere la propria casa? Per il 43% l’allarme è la misura di sicurezza più efficace, tanto che il 35% ne ha già uno, e nel 65% dei casi la metà lo installerà entro l’anno. Al 2° posto, tra le misure di sicurezza, gli italiani ritengono importanti le grate alle finestre (14,5%) e le porte blindate (14,5%), mentre al 3° posto le telecamere di videosorveglianza (14%), +4% rispetto al 2020. Secondo gli intervistati un allarme efficace deve essere un mix tra telecamere di videosorveglianza (67%), connessione a una Centrale Operativa (47%), e sensori perimetrali (46%).