Quanto vale la Sanità digitale in Italia?

Nell’ultimo anno in Italia la spesa per la Sanità digitale è cresciuta del 12,5% rispetto al 2020, arrivando a 1,69 miliardi di euro, l’1,3% della spesa sanitaria pubblica. Una crescita superiore a quella degli ultimi anni, ma non ancora sufficiente a colmare il ritardo accumulato.
Secondo la ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, oggi il digitale è molto utilizzato dagli italiani per cercare informazioni in ambito salute. Il 53% ha utilizzato internet per identificare possibili diagnosi sulla base dei sintomi e il 42% per cercare informazioni su sintomi e patologie anche prima di una visita. Inoltre, il 73% di chi ha utilizzato Internet dichiara di prendere decisioni sulla salute basandosi sulle informazioni trovate online. 

Gli ambiti su cui investire

La trasformazione digitale della Sanità potrebbe arrivare grazie agli investimenti previsti dal PNRR, che assegna a riforme e investimenti nel settore Salute l’intera Missione 6, con 15,63 miliardi di euro di risorse. I Direttori delle aziende sanitarie ritengono molto rilevante l’attuazione degli interventi identificati nelle linee di indirizzo del PNRR, ma il 46% denuncia come ci sia ancora poca chiarezza su come utilizzare le risorse in gioco. Sarà quindi importante definire la strada corretta per supportare al meglio l’evoluzione verso il modello della Connected Care In ogni caso, il 60% delle aziende sanitarie ha intenzione di investire nella Cartella Clinica Elettronica, il 58% nella Telemedicina, e per il 47% dei Direttori sanitari sarebbe prioritario investire nel Fascicolo Sanitario Elettronico.

Una nuova forma di comunicazione tra medico e paziente

Se la pandemia ha influito decisamente sulla conoscenza e l’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico, dalla rilevazione svolta in collaborazione con Doxapharma, emerge che il 55% dei cittadini ne ha sentito parlare almeno una volta e il 33% lo ha già utilizzato. Tra i pazienti cronici o con problematiche gravi, le percentuali di conoscenza e utilizzo dello strumento sono ancora più elevate, l’82% lo conosce e il 54% lo ha utilizzato. Ma soprattutto, il digitale si è ormai affermato nella comunicazione tra professionista sanitario e paziente. Il 73% degli specialisti, il 79% dei MMG e il 57% degli infermieri utilizza app di messaggistica per comunicare con i pazienti, molto interessati al loro uso soprattutto per la rapidità con cui è possibile ricevere risposte.

Le competenze della Connected Care

Il 38% delle Direzioni Strategiche delle aziende sanitarie indica la mancanza di competenze digitali come barriera all’innovazione. Guardando alle Digital Soft Skills, la competenza maggiormente presidiata dai professionisti sanitari è legata alla capacità di comunicare in modo efficace con i colleghi utilizzando strumenti digitali. Per i medici sono da sviluppare le competenze di e-leadership, relative alla gestione del cambiamento e alla valutazione dei risultati dei progetti, aspetti chiave nel processo di trasformazione digitale. Per gli infermieri, invece, è migliorabile l’efficacia della comunicazione attraverso strumenti digitali con i pazienti, ancora più cruciale per poter utilizzare strumenti di Telemedicina.

Ridurre l’utilizzo dello smartphone migliora la qualità della vita

Ridurre di una sola ora al giorno il tempo trascorso sullo smartphone rende meno ansiosi, più soddisfatti della vita e più propensi a fare esercizio fisico. Lo rivela uno studio tedesco, condotta della Ruhr-Universität Bochum. I ricercatori hanno affermato che “non è necessario rinunciare completamente allo smartphone per sentirsi meglio”, ma hanno scoperto che ridurne l’uso quotidiano ha effetti positivi sul benessere di una persona. La responsabile dello studio, dott.ssa Julia Brailovskaia, con il suo team ha voluto determinare se le nostre vite siano effettivamente migliori senza smartphone, o meglio, quanto ne sia consigliato l’utilizzo. 

L’esperimento rivelatore

Gli scienziati hanno reclutato 619 persone per il loro studio e le hanno divise in tre gruppi.  In totale 200 persone hanno messo da parte il proprio smartphone per la settimana, 226 hanno ridotto di un’ora al giorno il tempo di utilizzo del dispositivo e 193 non hanno cambiato nulla nel loro comportamento. “Abbiamo scoperto che sia rinunciare completamente allo smartphone sia ridurne l’uso quotidiano di un’ora hanno avuto effetti positivi sullo stile di vita e sul benessere dei partecipanti”, ha affermato la dott.ssa Brailovskaia. “Nel gruppo che ha ridotto l’uso, questi effetti sono durati anche più a lungo e si sono rivelati quindi più stabili rispetto al gruppo dell’astinenza”.

Almeno tre ore al giorno sul proprio device

In media, le persone trascorrono più di tre ore al giorno incollate allo schermo del proprio smartphone. Tra ricerche su Google, posta elettronica o meteo, acquisti on line, social media o lettura delle notizie, gran parte della nostra vita passa attraverso lo smartphone. Per trovare un giusto equilibrio, i ricercatori hanno spiegato che “non è necessario rinunciare completamente allo cellulare per sentirsi meglio”, ma hanno scoperto che ridurne l’uso quotidiano ha effetti positivi sul benessere di una persona. 

Cosa accade nel tempo

I ricercatori hanno intervistato tutti i partecipanti sulle loro abitudini di vita e sul benessere subito dopo l’esperimento e poi un mese e quattro mesi dopo. Hanno chiesto quanto si dedicassero all’attività fisica, quante sigarette fumassero al giorno, quanto fosse soddisfatta una persona della propria vita e se mostrasse segni di ansia o depressione. Il test durato una settimana ha cambiato le abitudini di utilizzo dei partecipanti a lungo termine: anche quattro mesi dopo la fine dell’esperimento, i membri del gruppo “astinenza totale” hanno utilizzato il proprio smartphone in media 38 minuti in meno al giorno rispetto a prima.  Il gruppo che aveva trascorso un’ora in meno al giorno con il cellulare durante l’esperimento lo ha utilizzato fino a 45 minuti in meno al giorno dopo quattro mesi rispetto a prima.  Allo stesso tempo, sono aumentati benessere e il tempo dedicato all’attività fisica, mentre sono diminuiti i sintomi di depressione e ansia, nonché il consumo di nicotina.

Il tricolore regna sul carrello della spesa, grazie a vini e spumanti

Ormai un prodotto alimentare su quattro acquistato nei supermercati o ipermercati nazionali è connotato in etichetta come italiano. Si tratta di oltre 22mila referenze, che in un anno hanno aumentato le vendite del +1,8%, incassando oltre 8,7 miliardi di euro. Insomma, la sovranità alimentare guadagna spazio nel carrello della spesa nazionale. E sono soprattutto vini e spumanti a trainare l’aumento delle vendite, a partire dalle bottiglie Docg. Lo ha scoperto la decima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che ha analizzato le informazioni riportate sulle confezioni di oltre 125mila prodotti di largo consumo.

Volano i claim “100% italiano” e “prodotto in Italia”

La bandiera italiana è il più diffuso ‘segnale’ di identità nazionale: presente sulle etichette di 13.266 prodotti alimentari, per un giro d’affari complessivo che sfiora i 5 miliardi di euro (+0,2%), ha visto aumentare le vendite soprattutto di pizze surgelate, patatine, arrosti affettati e bevande a base di tè.
Birre, arrosti affettati, ricotta, acqua minerale naturale e pomodori trainano invece le vendite dei 6.688 prodotti alimentari che si dichiarano in etichetta ‘100% italiano’, e che hanno realizzato 3,5 miliardi di euro di giro d’affari (-0,3%). Le 6.945 referenze alimentari che vengono presentate in etichetta con il claim ‘prodotto in Italia’ hanno, invece, realizzato 1,5 miliardi di euro. Le performance migliori? Quelle del pesce preparato panato surgelato e i secondi piatti surgelati.

Il prosecco traina la Docg

Ma a brillare è stata soprattutto la Docg, trainata dalla domanda di prosecco, vini e spumante classico. In un anno, gli 877 vini a Denominazione di origine controllata e garantita hanno aumentato il giro d’affari del +17,1%, superando 273 milioni di euro.  Vini e spumanti hanno determinato l’aumento delle vendite dei 1.861 prodotti Doc (+9,1%, oltre 466 milioni di euro), e quelle dei 793 prodotti Igt, che hanno incassato oltre 163 milioni di euro (+3,0%). Speck e bresaola affettati, patate, cipolle rosse e piadina sono stati invece i prodotti più performanti tra i 1.083 contrassegnati Igp, arrivati a oltre 432 milioni di euro di vendite (+3,8%).

Piemonte, Toscana e Sicilia le più segnalate in etichetta

Il valore dell’italianità alimentare è sempre più spesso declinato in tipicità territoriale e comunicato in etichetta specificando il nome della regione da cui il prodotto proviene. Nei 12 mesi le vendite di questi 9.429 prodotti registrano un +5,4% e superano i 2,6 miliardi di euro, portando così i prodotti alimentari connotati come regionali a generare l’8,2% del fatturato di tutto il mondo alimentare rilevato, rappresentando il 10,8% delle referenze totali. Nella classifica delle regioni più segnalate sulle etichette quella con il maggior numero di prodotti a scaffale è il Piemonte, seguita da Toscana e Sicilia. La regione con il maggior giro d’affari in GDO resta il Trentino-Alto Adige, davanti a Sicilia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto. Mentre Lazio (+17%), Puglia (+16,6%) e Veneto (+15,5%) sono le tre regioni che hanno registrato i maggiori tassi di crescita annui delle vendite.

Quanta plastica c’è nei vestiti? Il 94% degli europei non lo sa 

Quanta plastica c’è nei vestiti che indossiamo? Il 94% degli europei non lo sa. Il tema della sostenibilità legata all’abbigliamento è uno degli aspetti più ‘misconosciuti’ dai consumatori europei. Tanto che chiamati a rispondere a un test sulle fibre, il 68% degli europei non sapeva che il nylon è una fibra di plastica, e il 62% che il poliestere, la fibra più usata al mondo, è anch’essa plastica.
È quanto è emerso dal nuovo rapporto di Electrolux, l’azienda produttrice di elettrodomestici, dal titolo The Truth About Laundry – Microplastic Edition, che ha coinvolto 15.000 adulti in quindici mercati europei. Parte del problema, secondo Sarah Schaefer, Electrolux VP Sustainability (Europe), è proprio la mancanza di consapevolezza del significato di ‘sintetico’.

Saper riconoscere i prodotti tessili sintetici

“Siamo diventati così abituati alla frase ‘materiale sintetico’ che la maggior parte di noi ha perso di vista il fatto che la maggioranza di questi materiali sintetici sono in realtà plastica – ha affermato Sarah Schaefer -. La nostra ricerca mostra che c’è un urgente bisogno di aiutare le persone a capire di più sui materiali che stanno acquistando e su come prendersene cura al meglio, oltre a incoraggiare il maggior numero di persone possibile ad adottare pratiche di lavaggio più rispettose dell’ambiente – ha continuato Schaefer -. Facendo una serie di piccoli passi, tra cui l’installazione di un Filtro per le Microplastiche, ognuno di noi può ridurre l’impatto ambientale dei prodotti tessili”.

Prevenire il rilascio di fibre di microplastica è possibile

Electrolux, infatti, ha lanciato sul mercato un nuovo Filtro per le Microplastiche, che aiuta a prevenire il rilascio di fibre di microplastica dai tessuti lavati in lavatrice. Con questo dispositivo è possibile evitare il rilascio di microplastiche nell’ambiente in una quantità che può raggiungere fino a due sacchetti di plastica all’anno per famiglia. Di fatto, il nuovo Filtro per le Microplastiche può catturare fino al 90% delle fibre di microplastica, ovvero più grandi di 45 micron, rilasciate dagli indumenti sintetici durante il lavaggio.

Ogni anno finiscono nel mare tre miliardi di magliette in poliestere

Ma quanto pesa sull’ambiente il rilascio di microplastiche dagli indumenti sintetici? In pratica, ogni anno con il lavaggio dei tessuti circa mezzo milione di tonnellate di microfibre di plastica vengono rilasciate in mare. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), questa quantità equivale alla dispersione in mare di tre miliardi di magliette in poliestere ogni anno.

Italiani e fake news, qual è il loro rapporto?

Qual è il rapporto fra gli italiani e le fake news, ormai sempre più frequenti nel mondo della cosiddetta informazione? Lo ha esplorato l”ultima indagine condotta da Ipsos, per IDMO (Italian Digital Media Observatory), che ha indagato il rapporto tra i nostri connazionali e le notizie, compresa la loro capacità di distinguere bufale e fake news. Dall’indagine emerge come gli italiani non hanno dubbi sul significato stesso di “fake news”, ne sono a conoscenza e il 73% dichiara di essere in grado di riconoscerle (percentuale che aumenta a quasi l’80% tra i più giovani). La medesima fiducia, però, non è risposta nella capacità altrui: soltanto il 35% crede che le altre persone siano in grado di distinguere notizie vere da notizie false. In generale, tra i più giovani (18-30 anni) e i più scolarizzati le attività di controllo per analizzare l’attendibilità e affidabilità delle informazione online e, quindi, proteggersi dalla disinformazione sono maggiormente frequenti. 

I giovani le riconoscono? 

Il primo dato emerso dal sondaggio, condotto da Ipsos per IDMO, sottolinea come la stragrande maggioranza degli italiani (7 su 10) si informa esclusivamente tramite fonti gratuite o solo 1 su 4 è disposto a pagare per accedere ad informazioni di cui si fida. Il termine “fake news” è ampiamente conosciuto e associato a diverse tipologie di notizie. Quelle considerate più diffuse e più pericolose dagli intervistati sono le notizie tendenziose, ovvero comunicate o interpretate in modo intenzionalmente modificato allo scopo di favorire particolari interessi.
La maggioranza – più del 60% – sostiene che chi diffonde fake news sia consapevole del fatto che sono notizie false e che la principale motivazione sia economica (37%). Il restante 36% sostiene che chi diffonde fake news nella maggior parte dei casi pensa che la notizia sia vera e che la principale motivazione sia sociale (29%).

L’istruzione serve

Tra i più scolarizzati il quadro cambia: è il 57% a ritenere che chi diffonde una fake news non sia consapevole del fatto che la notizia sia falsa. L’indagine ha anche rilevato un ampio scostamento tra la percezione di essere personalmente in grado di distinguere fatti reali dalle fake news (73% crede di esserne in grado) e la considerazione di quanto le altre persone siano capaci di farlo (solo il 35% crede che siano in grado).

Tra i più giovani e i più scolarizzati è più diffusa la fiducia nella propria capacità di distinguere fatti reali da fake news (quote sopra al 75%), mentre tra i più adulti è maggiormente diffusa la fiducia nella capacità delle altre persone in Italia (40%).

Quattro italiani su 10 temono i furti durante le Feste

Secondo gli italiani è probabile subire un furto in casa durante le festività natalizie. Quattro su 10 ne sono convinti, e almeno 1 su 2 tra i loro conoscenti è già stato derubato in questo periodo. Verisure, multinazionale di allarmi monitorati, ha condotto un sondaggio per sapere come si stanno preparando alle partenze natalizie. E il 14% degli intervistati ha raccontato di aver subito, in passato, un furto in casa proprio durante l’assenza per le vacanze. Per questo motivo, gli italiani pensano di potenziare le misure di sicurezza domestiche in vista delle festività, e se il 39% le ha già aumentate a ridosso di vacanze precedenti, il 36% lo farà in occasione delle prossime.

La paura più grande? Subire un’intrusione in casa

Per il 44% degli intervistati la paura più grande è subire un’intrusione in casa. Ma non si tratta di semplice timore: 4 su 10 ritengono sia davvero probabile possa accadere, il 6% in più rispetto l’anno scorso. Gli italiani pensano infatti che la pandemia abbia influito su criminalità e delinquenza: se nel 2020 lo pensava il 72% nel 2021 è d’accordo il 78%. Tra le conseguenze della pandemia per gli italiani l’incremento di furti in casa è era segnalato dal 30% nel 2020 e dal 34% nel 2021.

Il 16% teme di trovare la propria casa occupata da estranei

Non si tratta però solo di una percezione. La paura di subire un’intrusione in casa trova fondamento in quanto si tratta di qualcosa vissuto in prima persona o attraverso il racconto di conoscenti: il 48,3% degli italiani conosce almeno una persona che ha subito un furto durante le festività. Ma oltre alla paura di subire furti nella propria abitazione, completano il podio il timore di lasciare il gas aperto (12%) e la paura che avvenga un corto circuito (10,7%), uno dei fattori che potrebbero causare un incendio domestico. Ma esiste anche il timore di trovare la propria casa occupata da estranei, riferisce Askanews: il 16% degli italiani pensa che ciò sia estremamente probabile.

Le misure da adottare per proteggere la casa

Quali misure gli italiani ritengono efficaci per proteggere la propria casa? Per il 43% l’allarme è la misura di sicurezza più efficace, tanto che il 35% ne ha già uno, e nel 65% dei casi la metà lo installerà entro l’anno. Al 2° posto, tra le misure di sicurezza, gli italiani ritengono importanti le grate alle finestre (14,5%) e le porte blindate (14,5%), mentre al 3° posto le telecamere di videosorveglianza (14%), +4% rispetto al 2020. Secondo gli intervistati un allarme efficace deve essere un mix tra telecamere di videosorveglianza (67%), connessione a una Centrale Operativa (47%), e sensori perimetrali (46%).

Natale, il 78% degli italiani ama ricevere cibo per regalo

Un regalo simbolo di piacere, e che significa soprattutto tradizione e famiglia. Regalare cibo e prodotti alimentari a Natale sembra essere sempre più parte integrante della tradizione natalizia italiana.
Lo rivela una ricerca condotta da Swg per Deliveroo, la piattaforma nell’online food delivery, che ha indagato sul rapporto tra gli italiani e i regali di prodotti alimentari. Dalla ricerca emerge che più di 1 italiano su 2, quasi il 60% della popolazione complessiva, afferma di regalare del cibo in occasioni come il Natale, e circa l’80% dichiara di gradire prodotti alimentari come dono.

Prodotti alimentari, un dolce o una bottiglia di vino 

Regalare cibo è una opzione presa in considerazione con una certa regolarità soprattutto dalle fasce d’età centrali (35-54 anni), e non solo a Natale, ma anche per fare una sorpresa o per altre occasioni particolari. Tra i regali particolarmente apprezzati, quasi il 60% degli intervistati indica ‘un buono per una cena o un pranzo da consumare presso la propria abitazione’, con punte di oltre il 64% tra i 25-34enni e al Sud Italia. In testa alle preferenze i prodotti alimentari (78%), davanti a un dolce o dessert (66%) e una bottiglia di vino o altri alcolici (67%). Per il 17% del campione, un anno di delivery è considerato uno dei migliori regali culinari che si possano ricevere.

Un simbolo di piacere, famiglia e tradizione

Ma cosa significa per gli italiani regalare cibo? Per il 29% degli intervistati donare un prodotto culinario è simbolo di piacere, per il 21% significa ‘famiglia’ e il 20% lo lega al concetto di tradizione.
Un regalo sentito dunque, ma non eccessivamente intimo, ancora più gradito se è qualcosa di diverso da quello che si è abituati a mangiare (42% delle risposte), oppure che non si è in grado di cucinare (33%), da condividere, come una torta (28%), o tipico del Natale (26%). E se regalare cibo a parenti e amici sembra ormai un’abitudine sempre più consolidata e un atto di piacere, nel periodo natalizio, a Roma, sarà possibile farlo in un modo davvero insolito.

L’iniziativa “Il regalo più bello”

In occasione dell’avvio della campagna di comunicazione dedicata al Natale dal titolo Il regalo più bello, riporta Adnkronos, Deliveroo ha installato presso la cavea della stazione della Metro A ‘Cipro’ un enorme zaino interattivo nelle vesti di un grande regalo di Natale. Fino al 21 dicembre, infatti, attraverso uno screen presente sullo zaino, sarà possibile accedere alla app, consultare i menu dei migliori ristoranti romani presenti in piattaforma, e regalare buon cibo ad amici o ai propri cari. Tutti coloro che decideranno di regalare una gustosa sorpresa attraverso la Box, riceveranno in regalo una gift card dal valore di 20 euro da utilizzare sulla app Deliveroo.

Telemedicina, i pazienti si fidano sì o no?

Comoda, efficace, sicura: la telemedicina potrebbe essere una delle frontiere più interessanti della professione medica. Una modalità che ha registrato un deciso slancio durante la pandemia, grazie alla possibilità di visitare pazienti anche a distanza. Come rivela una recente ricerca di Kaspersky, che ha coinvolto un campione di 389 fornitori di servizi sanitari di 36 paesi, l’89% delle organizzazioni sanitarie italiane (91% a livello globale) ha già implementato servizi di telemedicina e il 50% (44% a livello globale) ha iniziato ad utilizzarli dopo la pandemia.  Ma c’è altro: in base ai dati raccolti durante l’indagine, il 40% degli intervistati italiani (71% a livello globale) crede che entro i prossimi 5 anni i servizi di telemedicina porteranno numerosi benefici in campo sanitario. I professionisti del settore ritengono che la medicina a distanza consenta numerosi vantaggi come comunicazioni più veloci, minore trasmissione di malattie tra pazienti e personale, e la possibilità di aiutare più persone in minor tempo.

I servizi maggiormente forniti

I servizi più comuni forniti dalle organizzazioni italiane sono il monitoraggio da remoto del paziente tramite dispositivi wearable (41% a livello globale vs 44% in Italia) e la telemedicina sincrona (51% a livello globale vs 44% in Italia), ovvero la comunicazione in tempo reale con i pazienti, comprese videochiamate o chat. Tra gli altri servizi più utilizzati la tecnologia di telemedicina asincrona (39% a livello globale vs 11% in Italia). Quest’ultima consiste nella raccolta e nell’archiviazione dei dati dei pazienti in una piattaforma sicura basata su cloud per un ulteriore utilizzo da parte di un professionista del trattamento.

Il 25% dei pazienti teme per la propria privacy

Eppure, nonostante tutti questi vantaggi, il 25% dei pazienti italiani non ha voluto affrontare una videochiamata con il personale medico: i pazienti non si fidano dei servizi di telemedicina (33% a livello globale – 25% in Italia), ma hanno anche scarsa fiducia verso la telemedicina (33% a livello globale -19% in Italia), e una decisa riluttanza ad apparire in video (32% a livello globale – 50% in Italia). Tra l’altro, molti pazienti non dispongono di attrezzature adeguate (30% a livello globale – 25% in Italia). Ma ci sono anche problematiche legate alla privacy che non incutono timore solo ai pazienti:  il 50% degli operatori sanitari italiani (81% a livello globale) ha dichiarato che i medici della loro organizzazione hanno espresso preoccupazioni sulla protezione dei dati dei pazienti e solo il 22% degli intervistati (36% a livello globale) è fiducioso del fatto che la propria organizzazione disponga delle misure di sicurezza necessarie.

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I trend per la ristorazione post pandemia secondo i Top Chef italiani

Dopo la pausa forzata dovuta alla pandemia è tornato il premio organizzato da TheFork, TheFork Restaurants Awards, che ha l’obiettivo di valorizzare le nuove insegne della ristorazione italiana. Un’iniziativa oggi più che mai indispensabile per il rilancio del settore nel post emergenza sanitaria. Quest’anno i Top Chef italiani hanno nominato 64 ristoranti selezionati tra le nuove aperture o le nuove gestioni avvenute tra gennaio 2019 e agosto 2021. E dall’analisi dei grandi chef sono emersi i trend della ristorazione post Covid: dalla cucina espressa al look botanico, da contaminazioni & contrasti ai menu ristretti fino alla cucina sostenibile.

Il piacere del ristorante si sposa al piacere dello shopping eco
Sempre più spesso è possibile recarsi al ristorante, e allo stesso tempo fare shopping in corner green irresistibili. Nel mondo della ristorazione post Covid si rafforza quindi una tendenza che unisce il piacere del ristorante a quello dello shopping eco, dai vestiti ecosostenibili alle piante, fino alle stoviglie in materiali naturali. Si conferma poi saldamente anche l’apprezzamento per la ‘cucina espressa’, che esalta e premia l’importanza dell’attesa. Perché ogni singolo piatto è preparato da zero, ogni ingrediente è scelto in modo maniacale per offrire al cliente un particolare aroma, una specifica sensazione, un abbinamento mai osato, che conferma un trend ormai non solo dei ristoranti con molte stelle.

La contaminazione di stili non è solo nell’arredo
Come è noto gli stimoli visivi influiscono sulla percezione del gusto. Molte delle nuove aperture nominate ai TheFork Restaurants Awards 2021 sembrano saperlo molto bene, mostrando una cura particolare non solo negli arredi, ma anche nelle luci e perfino nella musica di sottofondo. Comode sedie in velluto dal gusto retrò sono spesso in contrasto con architetture dal mood industrial, mattoni a vista, volte a botte e sempre con il contorno di un’illuminazione delicata, soffusa e calda. Cucina e brigata a vista, poi, sono un must sempre più diffuso e apprezzato, insieme alla presenza di piante e punti verdi sui muri, e perfino sui soffitti. Ma la contaminazione di stili non è solo nell’arredo: Oriente e Occidente, dolce e acido, cucina etnica tradizionale, proposte creative e cucina italiana si sposano con influenze di altri Paesi. E ancora, accostamenti inediti di carne e pesce, crostacei e selvaggina in un mix di contaminazione e qualità per offrire esperienze nuove e sorprendenti.

Avvicinare all’alta cucina in nome della convivialità e dell’essenzialità
Conciliare la ricerca con la soddisfazione del commensale, utilizzando magari tecniche di preparazione e conservazione provenienti dall’Oriente o dal Nord Europa è un fenomeno che tende ad avvicinare all’alta cucina in nome della qualità e della convivialità. Anche in queste nuove aperture di pregio si sta infatti affermando la ricerca di una certa essenzialità: dalla cucina espressa che si traduce in massimo nove piatti al giorno al solo menu degustazione fino allo chef che predilige solo ciò che di fresco trova al mercato del giorno. Il tutto all’insegna della sostenibilità, che risponde alla crescente richiesta del mercato e dei consumatori, sempre più consapevoli alla ricerca di piatti buoni e sani.

Riforma del catasto, la maggioranza dei proprietari è favorevole

La riforma del catasto e le sue possibili conseguenze occupano il dibattito pubblico. Ma cosa ne pensano gli italiani? Per rispondere alla domanda Facile.it ha commissionato un’indagine agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, realizzata su un campione rappresentativo della popolazione, da cui è emerso che più di 1 proprietario su 2 (57%) è d’accordo con la riforma. Se quindi la maggioranza di chi oggi possiede un immobile vede positivamente l’intervento sul catasto, con un picco del 63,1% tra i residenti nel Nord Ovest, di contro il 16,3% è apertamente contrario. Ancora molti, comunque (26,7%), sono coloro che non hanno ancora un’idea precisa in merito.

Le ragioni dei favorevoli…

Il 58,7% dei favorevoli ritiene che la riforma possa far emergere i cosiddetti immobili “fantasma”, ovvero quei 1,2 milioni di edifici ancora sconosciuti al catasto e al fisco. La percentuale sale al 59,9% tra i residenti nel Nord Ovest, mentre raggiunge il minimo (54,7%) nel Centro Italia.
Il 56,9% dei proprietari favorevoli, invece, pensa che la riforma possa contribuire a rendere più equo e trasparente il prelievo sugli immobili. Il 18,1% si fida del fatto che nonostante la riforma non cambierà nulla in termini di prelievo fiscale, mentre il 13,1% è convinto che la modifica porterebbe addirittura a un abbassamento del prelievo fiscale. La percentuale poi sale fino al 18,5% tra chi è alla ricerca della prima casa da acquistare.

… e quelle dei contrari

Se si guarda ai proprietari che invece si sono dichiarati contrari alla riforma, la stragrande maggioranza (78,9%) è sfavorevole perché teme che l’aggiornamento dei valori catastali possa comportare un aumento delle tasse che gravano sulla casa, mentre il 49,3% teme che la variazione possa causare una spesa maggiore in caso di compravendita immobiliare.
Il timore più grande relativo alla riforma del catasto è infatti il possibile aumento dell’imposizione fiscale sulla casa, i cui effetti potrebbero avere conseguenze importanti sull’intero mercato immobiliare. Quasi 1 rispondente su 3 (31,4%) tra coloro che oggi sono alla ricerca della prima casa ha dichiarato di esser disposto a rinunciare all’acquisto qualora le tasse dovessero aumentare.

Gli effetti della riforma in caso di aumento delle tasse
Anche nel mercato delle seconde case si potrebbe assistere a uno stop delle compravendite, dato che il 29,7% del campione ha ammesso di essere pronto a rinunciare all’acquisto di un secondo immobile.
“La variazione dei valori catastali di un immobile potrebbe avere effetti non solo sulle tasse che pesano sulle seconde case, ma anche sui costi connessi all’acquisto di un’abitazione – spiega Facile.it – visto che l’imposta di registro che si paga è calcolata in percentuale sul valore catastale nella misura del 2% se si tratta di una prima casa, mentre è pari al 9% in caso di seconda casa”. Tanto che sono ben 2,2 milioni i proprietari immobiliari che in caso di aumento delle tasse potrebbero vendere la seconda casa.