Dazi USA, a rischio le filiere produttive italiane

Lo rivela un’elaborazione di ReportAziende.it condotta su dati Istat-Comext ed Eurostat aggiornati al 2024: l’entrata in vigore dei nuovi dazi statunitensi al 30%, prevista per agosto su una vasta gamma di prodotti europei, rischia di colpire duramente le filiere produttive italiane più esposte all’export verso gli Stati Uniti.

Le prime stime indicano che l’effetto immediato dell’applicazione della tariffa potrebbe tradursi in una perdita diretta fino a 9 miliardi di euro, mentre considerando anche le conseguenze su filiere, marginalità, investimenti e consumi, la forchetta complessiva stimata si colloca tra 18 e 22 miliardi di euro nel biennio 2025–2026.

I settori più vulnerabili

L’Italia esporta verso gli Usa oltre 70 miliardi di dollari l’anno (63 miliardi di euro), di cui oltre 30 miliardi di euro sono riferibili ai comparti direttamente colpiti dai dazi. 

I settori maggiormente interessati comprendono il farmaceutico, con circa il 18% dell’export italiano di medicinali e preparazioni diretto negli Usa (pari a 13,7 miliardi di dollari su 75 miliardi di dollari totali di settore), la meccanica generale (circa il 6,8 % del valore del comparto), l’automotive (5,5 % dell’export nazionale e 14,7 % dell’export globale), le macchine industriali (tra 5,0 % e 6,8 %), il vino e bevande (4,4 %, 22,7 % export mondiale di settore), la moda e la pelletteria (3,2 %, 9,1 % globale), mobili e arredamento (2,5 %, 14% globale,) metalli e acciaio, con una quota di export verso Usa prossima al 7 %, e l’elettronica medicale, con il 2,6 % delle esportazioni mondiali di settore.

L’impatto territoriale e occupazionale

La “mappa del rischio” di ReportAziende.it evidenzia un’incidenza più forte nel Nord Italia, dove si concentrano le produzioni verso gli Usa.
In particolare, Lombardia (Milano, Brescia, Mantova, pharma, meccanica, moda, formaggi), Emilia-Romagna (Parma, Modena, Reggio, agroalimentare Dop, automotive), Veneto (Treviso, Verona, Vicenza, occhialeria, vino, moda, salumi), Toscana (Firenze, Arezzo, Siena, vino Doc, moda, gioielleria), Piemonte (Torino, Cuneo, componentistica auto, meccanica di precisione, agroalimentare).

Secondo le stime, il 75 % dell’impatto occupazionale si concentrerà nel Nord Italia, con una perdita potenziale tra 115.000 e 145.000 posti di lavoro a livello nazionale, e oltre 25.000 in Emilia-Romagna.

Effetti sui prezzi interni

A partire dal primo trimestre 2026, le difficoltà a smaltire le scorte e l’aumento dei costi di produzione potrebbero tradursi in un +10 % in media sui prezzi al consumo nei settori colpiti, in particolare, formaggi Dop, salumi, olio Evo, vini premium e Doc, abbigliamento e calzature di fascia medio-alta.

Nel 2026 il calo dei volumi potrebbe tradursi fino al 40 % per agroalimentare, meccanica e moda, con il rischio di abbandono del mercato Usa da parte di molte Pmi.
A livello europeo si valutano contromisure su whiskey, automotive e prodotti tech, insieme a strumenti straordinari di sostegno per le imprese.

Welfare: con una spesa pari al 30% del PIL l’Italia è seconda in Europa 

Lo rivela il rapporto realizzato da Fondazione per la Sussidiarietà (FpS), ‘Sussidiarietà e… welfare territoriale’: l’Italia è al secondo posto in Europa per la spesa sociale. Con circa 620 miliardi di euro nel 2022 è pari al 30% del Pil.
Ma molto si potrebbe fare per ottimizzare la spesa, soddisfare la domanda crescente dei cittadini e affrontare le sfide che bassi tassi di natalità, allungamento della vita media e aumento degli anziani pongono nel prossimo futuro.

Tanto che nel 2024 la spesa familiare privata degli italiani per il welfare è stata di circa 138 miliardi di euro, quasi 5.400 euro per ciascun nucleo. Un impegno consistente, che colma il vuoto lasciato in molti settori dall’intervento pubblico.

Investire sullo stato sociale significa costruire società più coese

In Italia il 5% delle famiglie possiede il 46% della ricchezza, mentre quasi il 10% della popolazione è in difficoltà. Particolarmente grave la situazione delle famiglie con persone disabili. Oltre un quarto (28,4%) è a rischio povertà o esclusione sociale.

Negli ultimi tre anni una quota significativa (oltre il 67%) di chi ha richiesto assistenza ha incontrato difficoltà o impossibilità di accesso ai servizi del welfare territoriale.
“Investire sullo stato sociale, sulla sua universalità e inclusività, non è solo un dovere di solidarietà verso i più fragili, ma significa anche costruire società più coese, sistemi più resilienti e una crescita economica più stabile”, sostiene Giorgio Vittadini, Presidente FpS. 

Ma solo il 38% dei cittadini promuove le politiche per la lotta alla povertà

“È venuto il momento di rinnovare il patto sociale che ci unisce, con la cultura della sussidiarietà, che è ricerca del bene comune attraverso la messa a sistema del contributo di tutti”, aggiunge Vittadini.
Eppure, solo il 38% dei cittadini promuove le politiche per la lotta alla povertà e al disagio sociale.

Nel nostro Paese le prestazioni pensionistiche (vecchiaia, invalidità e reversibilità) assorbono quasi la metà delle risorse del welfare, mentre alle politiche sociali (famiglie e minori, disabilità e disoccupazione) è destinato meno del 20%.

Un sistema sbilanciato verso il trasferimento monetario rispetto all’offerta di servizi

Il welfare territoriale in Italia è caratterizzato da un complesso reticolo istituzionale, con competenze distribuite tra Stato, Regioni e Comuni, carenza o assenza di coordinamento e potenziali conflitti.

Il sistema è sbilanciato verso il trasferimento monetario rispetto alla più efficace offerta di servizi. È incentrato sull’offerta di servizi parcellizzati e non sulla presa in carico della persona. Inoltre, il rapporto pubblico-privato sociale è troppo soggetto alle regole di mercato, e manca un sistema di monitoraggio dei bisogni e di valutazione della qualità dei servizi.

Dal Rapporto emerge quindi l’importanza di passare da una visione ‘amministrativa’ dei bisogni a un approccio olistico, che riconosca la complessità e la specificità delle esigenze individuali e comunitarie mettendo al centro la persona.

Superbonus: spesi altri 1,8 miliardi nei primi mesi del 2025

Nonostante la riduzione dell’incentivo al 65% a partire dal 2025, il Superbonus continua a pesare sulle finanze dello Stato. Nei primi tre mesi dell’anno, infatti, la spesa pubblica legata a questa misura è aumentata di ulteriori 1,8 miliardi di euro. Il totale complessivo degli oneri sostenuti dallo Stato ha così raggiunto i 126 miliardi di euro. Lo conferma l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che ha analizzato l’impatto economico dell’agevolazione.

Secondo i dati, l’effetto “trascinamento” delle richieste ancora in corso ha fatto salire i costi, nonostante il rallentamento imposto dalla stretta normativa avviata nel 2024. Se non ci saranno nuove proroghe, dal 2026 il Superbonus sarà definitivamente archiviato.

Le Regioni che spendono di più (e quelle che spendono meno)

Nel primo trimestre del 2025, Campania, Marche e Molise si sono distinte per l’aumento più marcato degli oneri: rispettivamente +301,6 milioni, +87,6 milioni e +19,3 milioni di euro. All’estremo opposto, la crescita più contenuta si è registrata in Puglia, Valle d’Aosta e Sardegna.

Benefici o costi? Dove pende l’ago della bilancia  

Il provvedimento ha diviso l’opinione pubblica e la politica. I sostenitori sottolineano i benefici generati: aumento del PIL, più occupazione, maggiore gettito fiscale e riduzione delle emissioni. Tuttavia, studi della Banca d’Italia sollevano dubbi sull’effettivo rapporto costi-benefici. In particolare, si stima che l’impatto ambientale positivo impiegherebbe quasi 40 anni per ripagare la spesa pubblica sostenuta.

Un dato preoccupante riguarda il 25% dei beneficiari: secondo i ricercatori, questi avrebbero comunque realizzato gli interventi, anche senza l’incentivo. Un comportamento che ha contribuito a generare un “costo inutile” per lo Stato stimato in almeno 45 miliardi. Anche Corte dei Conti e Banca d’Italia hanno evidenziato l’effetto regressivo del Superbonus, che ha finito per favorire maggiormente le fasce più abbienti.

Interventi affrettati e di scarsa qualità

Il boom di richieste ha alimentato una crescita economica tra il 2021 e il 2022, contribuendo per circa 1,4-2,6 punti percentuali al PIL nazionale. Tuttavia, l’impennata della domanda ha anche portato a lavori svolti in tempi strettissimi e, spesso, senza gli standard qualitativi adeguati. Molti edifici ristrutturati con il Superbonus mostrano già segni di criticità.

In parallelo, l’aumento dei prezzi dei materiali ha messo in crisi numerosi appalti pubblici: la necessità di adeguare i costi ha causato rallentamenti e sospensioni nei cantieri in tutta Italia.

Tanti fondi spesi, pochi edifici coinvolti

Alla fine di marzo 2025, gli interventi legati al Superbonus hanno interessato quasi 500mila edifici, pari appena al 4,1% del patrimonio residenziale italiano. Le regioni più attive sono state Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia, Trentino-Alto Adige e Toscana. Al contrario, nel Sud Italia l’interesse è stato decisamente più basso.

Costo medio per intervento: oltre 250 mila euro

Il costo medio per ogni ristrutturazione coperta dall’incentivo si attesta sui 252.000 euro. Spiccano la Valle d’Aosta, con una media record di 402.000 euro, seguita da Liguria, Campania, Basilicata e Lombardia. Le spese più contenute si registrano invece in Veneto, Sardegna e Toscana.

 Mutui, +22,4% di richieste nel I trimestre 2025

Emerge dai dati del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC: anche nel 1° trimestre 2025 la domanda dei mutui immobiliari richiesti dalle famiglie italiane si mantiene positiva, registrando un +22,4%.
Considerando il solo mese di marzo, la richiesta di mutui mantiene la media dei primi tre mesi dell’anno (+20,5%), segnale evidente di una situazione di mercato del credito più favorevole.

Il taglio dei tassi da parte della BCE ha prodotto un effetto positivo sulla domanda di mutui, comportando un alleggerimento dell’importo delle rate e una maggiore convenienza dei finanziamenti a lungo termine.
Ma lo scenario economico internazionale oscura le prospettive di crescita.

L’incertezza economica potrebbe limitare gli effetti positivi dei tagli della BCE

“La strategia monetaria di Bruxelles ha infuso un’ondata di rinnovato ottimismo al mercato del credito. In particolare, si osserva come le famiglie italiane, beneficiando di un contesto di tassi d’interesse più favorevole, manifestino una crescente propensione a richiedere un mutuo, orientandosi in modo particolare verso le opzioni a tasso fisso, percepito come una garanzia di stabilità. Tuttavia, l’attuale scenario economico internazionale, derivato dalle crescenti tensioni commerciali e la politica dei dazi, sta oscurando le prospettive di crescita – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Questa complessa congiuntura ci pone in una posizione di incertezza, che potrebbe frenare le richieste di credito delle famiglie e limitare gli effetti positivi delle recenti misure della BCE”.

Importo medio a 150.732 euro, il più alto del decennio

In questo primo trimestre dell’anno, l’importo medio richiesto ha un valore di 150.732, con uno scostamento del +4,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Si tratta del valore più alto di questi ultimi 10 anni, se si pensa che nel 2015 l’importo medio si aggirava a poco più di 124.000 euro.

Per quanto riguarda la distribuzione per fascia di importo, nel primo trimestre 2025 le richieste di mutuo per importi compresi tra 100.000 e 150.000 euro si confermano la soluzione preferita dalle famiglie italiane (31,1%). Un dato sostanzialmente in linea con il corrispondente periodo del 2024.
A seguire la scelta si direziona sulla classe di importo 150.000-300.000 euro per il 30,3% dei richiedenti.

Maggiore orientamento per una durata tra 25-30 anni

Dall’analisi della distribuzione delle richieste per durata emerge che il 41,3% del totale richiede mutui tra 25-30 anni.

Cartina di tornasole del fatto che l’importo medio richiesto si è alzato in questi ultimi 10 anni, e come conseguenza diretta le famiglie scelgono di diluire il debito nel tempo con rate più piccole per non pesare troppo sul reddito famigliare.
Anche la domanda per classi di età si mantiene pressoché stabile rispetto allo stesso trimestre del 2024. Infatti, quella a maggiore incidenza continua a essere la fascia di età compresa tra 25-44 anni, con il 63% del totale.

Conto delle Amministrazioni pubbliche: torna positivo dal 2019, ma diminuiscono reddito e risparmi delle famiglie

L’Istat ha rilasciato i dati del Conto delle Amministrazioni pubbliche (AP) e le stime relative alle famiglie e alle società nel IV trimestre 2024. Per la prima volta dal medesimo periodo del 2019, le Amministrazioni pubbliche hanno registrato un accreditamento netto a seguito di un sostanziale contenimento della spesa rispetto all’incremento delle entrate.

Sempre nel quarto trimestre 2024, rispetto al trimestre precedente il reddito disponibile delle famiglie è diminuito, sia in termini nominali (non succedeva dall’ultimo trimestre del 2020) sia, e più marcatamente, in termini reali.
Anche la propensione al risparmio ha subito un calo, pur rimanendo più alta rispetto al periodo pre-Covid.

Le società non-finanziarie sperimentato invece il sesto calo congiunturale della quota di profitto, già a metà anno scesa sotto i livelli del 2019. Per contro, dopo otto trimestri in riduzione, l tasso di investimento è cresciuto in termini tendenziali e congiunturali.

PIL e AP: saldo primario +4,1% 

I dati relativi alle AP sono commentati in forma grezza, mentre quelli relativi alle famiglie e alle società in forma destagionalizzata.

In dettaglio, nel quarto trimestre 2024 il saldo del conto delle AP in rapporto al Pil ha riportato un accreditamento dello 0,4%. Nello stesso trimestre del 2023 risultava un indebitamento del -6,6%.
Il saldo primario delle AP, ovvero, l’indebitamento/accreditamento al netto degli interessi passivi, è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil del 4,1%. Nel quarto trimestre del 2023 era -2,8%.

Pressione fiscale al 50,6%, consumi +0,7%

Anche il saldo corrente delle AP ha registrato un valore positivo, con un’incidenza sul Pil del 5,9%: risultava positivo e pari al 4,5% anche nel quarto trimestre del 2023.
La pressione fiscale è stata pari al 50,6%, in aumento di 1,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti in termini nominali dello 0,7%.
La propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari all’8,5%, in diminuzione di 0,6 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

Prezzi +0,5%, potere d’acquisto -0,6% 

I prezzi al consumo, misurati dal deflatore implicito dei consumi delle famiglie, sono aumentati dello 0,5% rispetto al trimestre precedente, determinando una flessione del potere d’acquisto dello 0,6%.

La quota di profitto delle società non finanziarie è invece stimata al 42,4%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Mentre il tasso di investimento delle società non finanziarie si è attestato al 22,1%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

Italia, 2024: i pagamenti digitali superano il contante 

Per la prima volta in Italia, i pagamenti digitali hanno superato il contante in termini di valore transato. Secondo i dati dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, nel 2024 il 43% dei consumi è stato regolato tramite strumenti elettronici, mentre il contante è sceso al 41%. Il restante 16% è stato pagato attraverso bonifici, addebiti in conto corrente e assegni.

Il valore complessivo dei pagamenti digitali ha raggiunto 481 miliardi di euro, segnando un aumento dell’8,5% rispetto al 2023. Un ruolo chiave in questa crescita si deve ai pagamenti contactless, che rappresentano ormai quasi il 90% delle transazioni elettroniche in negozio, con un valore di 291 miliardi di euro (+19%).

Il ruolo dei commercianti

Un fattore determinante di questo cambiamento è stato l’aumento dell’accettazione dei pagamenti digitali da parte dei commercianti. Storicamente diffidenti nei confronti delle transazioni elettroniche, oggi molti esercenti hanno cambiato approccio: il 53,5% dei piccoli commercianti preferisce ormai le carte rispetto al contante.

Boom per i pagamenti con smartphone e wearable

Oltre ai metodi tradizionali, hanno un crescente successo le soluzioni di pagamento innovative, come smartphone e dispositivi wearable (smartwatch, anelli e portachiavi). Nel 2024, i pagamenti tramite questi strumenti hanno raggiunto un transato di 56,7 miliardi di euro, con un aumento del 53% rispetto all’anno precedente.

I dispositivi wearable, in particolare, stanno conquistando una fetta crescente del mercato: i pagamenti effettuati con questi strumenti hanno raggiunto 2,5 miliardi di euro, con una crescita del 57% rispetto al 2023.
Si evolve anche il settore automotive, grazie allo sviluppo degli in-car payments che permettono di effettuare transazioni direttamente dal veicolo per operazioni come rifornimento e parcheggio.

Il fenomeno Buy Now Pay Later: crescita del 46%

Un’altra tendenza in forte espansione è il Buy Now Pay Later (BNPL), che consente ai consumatori di dilazionare i pagamenti senza interessi. Nel 2024, il BNPL ha registrato un transato di 6,8 miliardi di euro, in crescita del 46% rispetto al 2023.

Questa soluzione è particolarmente diffusa negli acquisti online, che rappresentano il 77% del totale transato BNPL, coprendo ormai l’8,9% del mercato eCommerce italiano.

Come cambiano i pagamenti nei negozi

Nel 2024, i pagamenti digitali effettuati nei punti vendita fisici hanno raggiunto 385 miliardi di euro, con una crescita del 7% rispetto all’anno precedente. Tra questi, 43 miliardi di euro derivano da pagamenti effettuati da stranieri in Italia, dimostrando l’importanza dell’adozione di strumenti digitali in un contesto turistico e internazionale.

Un altro cambiamento significativo riguarda l’evoluzione dei terminali di pagamento. A fine 2024, in Italia erano attivi 3,5 milioni di POS, con una crescita delle soluzioni di Software POS. Questi terminali digitali hanno raggiunto le 152.000 unità, rispetto alle 40.000 del 2023, grazie alla loro flessibilità e ai costi più contenuti rispetto ai dispositivi tradizionali.
Un’importante novità normativa riguarda la legge di bilancio 2025, che ha introdotto l’obbligo di collegamento tra il POS e il registratore telematico. Questa misura permetterà di automatizzare la memorizzazione delle transazioni elettroniche e garantire maggiore compliance fiscale.

Le preferenze degli esercenti

Secondo un’indagine condotta dall’Osservatorio Innovative Payments in collaborazione con Ipsos, emerge un quadro interessante sulle preferenze degli esercenti. SI scopre che il 53,5% preferisce i pagamenti con carta rispetto ad altri strumenti, mentre iil restante 43,5% continua a privilegiare il contante.

Per quanto riguarda i settori più favorevoli ai pagamenti digitali, spiccano in alto nella classifica il commercio al dettaglio, la ristorazione e i servizi alla persona. In altri negozi, come bar, mercati ambulanti e tabaccherie, continua a essere utilizzato il contante.

Smart Home, un mercato da 900 milioni di euro, +11% in un anno

Emerge dalla ricerca sulla Smart Home dell‘Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano: il mercato della Smart Home torna a crescere raggiungendo un buon risultato, nonostante la fine di bonus e incentivi energetici. Nel 2024 in Italia la Smart Home tocca quota 900 milioni di euro, +11% rispetto al 2023.

In Europa in media la crescita è del +6,5%, ma la nostra spesa pro-capite (15,5 euro) risulta ancora circa metà di quella europea (32,5 euro). 
In ogni caso, il mercato è trainato dalle soluzioni per la sicurezza, come videocamere, sensori per porte/finestre e serrature connesse, che rappresentano il 28% del valore. Seguono elettrodomestici smart (19%), dispositivi per il risparmio energetico come caldaie, termostati, valvole termostatiche e condizionatori connessi (16%) e smart speaker (14%).

Domanda più consapevole, offerta integrata con l’AI

Il 2024 ha portato novità importanti sul fronte della domanda di soluzioni smart per la casa, con un aumento della consapevolezza e della maturità dei consumatori.
Oggi 6 italiani su 10 possiedono oggetti smart in casa, anche se solo 4 su 10 li hanno connessi a Internet, e 1 italiano su 3 è interessato ad acquistare nuovi dispositivi in futuro.

Importanti novità anche lato offerta: aumenta la gamma di servizi attivabili dall’utente e questi sono sempre più innovativi, grazie alla valorizzazione dei dati raccolti dai dispositivi e all’integrazione delle soluzioni IoT con l’Intelligenza artificiale.
La vendita dell’hardware è un mezzo per ampliare la propria base clienti, ma le aziende sono sempre più consapevoli che il vero valore va cercato altrove.

Soffre la filiera tradizionale di vendita

Nei canali di vendita, il 2024 è stato un anno positivo per molti attori, ma non per la cosiddetta filiera tradizionale, che rispetto al 2023 ha subito una contrazione del -5% nel fatturato, pari a 345 milioni di euro, principalmente a causa della riduzione degli incentivi.

Nonostante ciò, sul lato domanda, cresce l’interesse dei consumatori verso soluzioni veicolate tramite questo canale.
E sul lato offerta, gli installatori, per tanto tempo additati come uno dei freni alla diffusione di soluzioni smart, dimostrano di iniziare a comprendere realmente le opportunità offerte dalla Smart Home.

Obiettivo delle aziende: creare valore grazie ai dati raccolti

“Gli ultimi mesi hanno portato importanti novità sul mercato – afferma Giulio Salvadori, direttore dell’Osservatorio -. Si assiste a una platea sempre maggiore di aziende che punta su valorizzazione dei dati, offerta di nuovi servizi e integrazione con soluzioni di Intelligenza artificiale per fidelizzare i propri clienti, garantendo un’esperienza sempre più personalizzata e creando valore grazie ai dati raccolti. Nel 2025 le sfide per la Smart Home saranno l’evoluzione degli ecosistemi per l’interoperabilità, con Matter in prima fila tra le iniziative più rilevanti, e l’arrivo del Data Act, che si propone di regolare e armonizzare l’accesso equo ai dati, inclusi quelli prodotti dagli oggetti smart in casa”.

Il mercato dei viaggi in Italia: exploit per trasporti, esperienze uniche e digitalizzazione

Il settore turistico italiano ha raggiunto un nuovo equilibrio nel 2024, con una crescita più contenuta rispetto agli anni precedenti. L’ospitalità registra un aumento del 5%, mentre il comparto dei trasporti segna un incremento più marcato del 10%, trainato dall’aumento della domanda di viaggi aerei.

La ripresa post-pandemica sembra ormai completata, con un ritorno ai livelli pre-Covid per tutte le principali categorie del settore. Sono alcuni risultati emersi dalla ricerca dell’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano.

Ospitalità: un settore maturo

Il comparto dell’ospitalità ha raggiunto un valore di 37,8 miliardi di euro, con un incremento del 5% rispetto al 2023. La crescita è stata guidata dalla domanda internazionale, mentre i flussi turistici domestici hanno subito una lieve contrazione a causa dell’inflazione.

Un segnale interessante arriva dall’eCommerce turistico, che per la prima volta cresce in linea con il mercato (+5%), dopo un decennio di espansione a doppia cifra. La prenotazione diretta online guadagna terreno rispetto ai canali intermediati, con un aumento dell’incidenza di 15 punti percentuali rispetto al 2019. 

Trasporti in crescita grazie al boom dei passeggeri

Il settore dei trasporti ha registrato un incremento del 10%, raggiungendo un valore complessivo di 26,3 miliardi di euro. L’aumento è dovuto principalmente alla crescita del traffico passeggeri nel trasporto aereo, che ha segnato un +11% nel periodo gennaio-novembre 2024.

L’eCommerce nei trasporti ha registrato una crescita ancora più marcata (+12%), con un chiaro spostamento delle preferenze dei viaggiatori verso l’acquisto online. Oggi l’85% delle transazioni digitali nel settore avviene attraverso canali diretti, confermando un trend già consolidato negli ultimi anni.

Tour operator e viaggi organizzati: ritorno ai livelli pre-pandemia

Dopo anni di difficoltà, i tour operator hanno finalmente superato i livelli di vendita del 2019, con una crescita del 9%, in linea con le agenzie di viaggio. Anche il settore del business travel ha ritrovato la stabilità: la spesa delle imprese italiane per i viaggi d’affari ha raggiunto i 22 miliardi di euro, con una riduzione del costo medio per trasferta rispetto agli anni precedenti.

Nuove tendenze: esperienze, digitalizzazione e pagamenti flessibili

Le esperienze di viaggio sono sempre più centrali nelle scelte dei turisti: l’80% dei viaggiatori considera le attività culturali e outdoor un elemento chiave nella selezione della destinazione.
L’intelligenza artificiale sta trasformando il settore: il 15% dei viaggiatori italiani utilizza strumenti basati sull’AI per pianificare i propri spostamenti, mentre le agenzie di viaggio stanno adottando queste tecnologie più rapidamente rispetto alle strutture ricettive.

Infine, cresce la richiesta di flessibilità nei pagamenti: il 51% degli italiani preferisce prenotazioni con possibilità di cancellazione o modifica, e il 18% valuta solo fornitori che offrono il pagamento rateale. Questo cambiamento sta spingendo le agenzie di viaggio ad adottare nuove soluzioni, rendendo il turismo più accessibile anche in un contesto di prezzi in aumento.
Il mercato dei viaggi in Italia, pur rallentando il ritmo di crescita, si conferma solido e in costante evoluzione, con nuove opportunità legate alla digitalizzazione e alle preferenze emergenti dei consumatori.

Lavoro: a gennaio previste 497mila entrate, 49% di difficile reperimento

A livello territoriale, a programmare un maggior numero di assunzioni per gennaio 2025 sono le imprese del Nord-Ovest (159mila) e del Sud (123mila), seguite da quelle del Nord-Est (115mila). In totale, sono oltre 497mila i lavoratori ricercati a gennaio dalle imprese, e circa 1,4 milioni per il primo trimestre dell’anno
A guidare la domanda sono le imprese turistiche, che nel mese programmano circa 67mila entrate (+16mila vs gennaio 2024), seguite dal commercio (oltre 77mila entrate, +2mila).

In flessione, le previsioni dell’industria manifatturiera e dei servizi alle imprese (entrambi -12mila unità).
A delineare questo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, grazie al Programma nazionale Giovani, donne e lavoro cofinanziato dall’Unione europea.

Nel Nord-Est oltre il 54% delle posizioni è vacante

A gennaio l’industria complessivamente programma 161mila assunzioni (-6,4% vs 2024), di cui109mila nelle industrie manifatturiere e nelle public utilities (-9,7%), e 52mila nelle costruzioni (+1,4%). I servizi nel complesso prevedono di assumere 336mila lavoratori, pressoché stabili su base annua.
Sotto l’aspetto dimensionale sono le microimprese (fino a 9 dipendenti) a prevedere una crescita delle assunzioni (+1,5mila vs 2024). In flessione la previsione delle medio-grandi imprese (-8mila e -4mila).

Sempre a gennaio il mismatch tra domanda e offerta di lavoro interessa 246mila assunzioni, il 49,4% di quelle programmate, soprattutto a causa della mancanza di candidati (32,0%).
La difficoltà di reperimento è più elevata nelle regioni del Nord-Est, con oltre il 54% di posizioni vacanti, e il Centro (101mila).

Il Borsino delle professioni

Dal Borsino delle professioni, nel gruppo delle professioni intellettuali e scientifiche sono difficili da reperire analisti e specialisti nella progettazione di applicazioni (62,1%) e ingegneri (58,5%), mentre tra le professioni tecniche, tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (67%) e tecnici della salute (66,3%).

Tra le attività commerciali e nei servizi risultano di più difficile reperimento gli operatori della cura estetica (59,8%) e le professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali (55,9%).
Elettricisti (75,5%), fonditori, saldatori, lattonieri, calderai, montatori di carpenteria metallica (74,5%) presentano la più elevata difficoltà di reperimento tra gli operai specializzati, mentre per i conduttori si contraddistinguono gli operai addetti a macchinari dell’industria tessile/confezioni (67,9%) e gli addetti alle macchine per lavorazioni metalliche (65,6%).

Cercasi immigrati e under30

I contratti a tempo determinato si confermano la forma maggiormente proposta (circa 215mila unità, 43,2% del totale), seguiti dai contratti a tempo indeterminato (115mila, 23,1%).
Quanto ai livelli di istruzione, il 18% delle ricerche di personale è rivolto a laureati (90mila), il 28% a diplomati (138mila) e il 34% a chi ha una qualifica/diploma professionale (167mila). Oltre 11mila le richieste per i diplomati ITS Academy.

Oltre 89mila assunzioni di lavoratori sono invece destinate a immigrati (18%), soprattutto nei settori dei servizi operativi (28,8%), trasporto/logistica (26,3%), metallurgia (21,4%), alloggio e ristorazione (20%) e costruzioni (19,9%). 
Inoltre, per 148mila posti di lavoro (30%) si richiedono giovani under30, in particolare, nei settori finanziario (43,1%), turistico (41,8%) e informatico (40,7%).

Le libere professioni rialzano la testa: 10mila unità in più nel 2023  

È quanto emerge dal IX Rapporto sulle libere professioni in Italia – Anno 2024, curato dall’Osservatorio delle libere professioni di Confprofessioni: dopo gli anni della pandemia, che ha inghiottito circa 75mila lavoratori autonomi, nel 2023 si registra un balzo di circa 10mila unità, che nel complesso porta il numero di liberi professionisti a quota un milione e 360mila, pari al 5,8% della forza lavoro e al 27% del lavoro indipendente in Italia.
Insomma, le libere professioni rialzano la testa, ma devono fare i conti con le debolezze strutturali di un mercato del lavoro in continua evoluzione.

A livello europeo, nel 2023 si contano quasi 6 milioni di liberi professionisti, di cui tre su 100 svolgono un lavoro intellettuale. E l’Italia si colloca al vertice della classifica per densità di professionisti, davanti a Germania, Francia e Spagna.

Incremento della quota femminile soprattutto al Sud

A trainare il rialzo occupazionale sono i datori di lavoro-professionisti, i più colpiti durante il periodo pandemico, che raggiungono quota 204mila, grazie al recupero di circa 20mila unità realizzato nel biennio 2022-2023.
Notevole l’incremento della quota femminile, soprattutto nelle regioni meridionali, che nello scorso anno conta circa 133mila donne in più rispetto al 2010, mentre il numero di uomini è salito di circa 40mila unità nello stesso periodo. Un dato che evidenzia un chiaro processo di ribilanciamento di genere all’interno della libera professione.

La dinamicità del mercato del lavoro si riflette anche sull’occupazione negli studi professionali. Nel 2023 sono stati creati oltre 62mila nuovi posti di lavoro, grazie all’aumento dei contratti a tempo indeterminato, che nel 2023 segnano un saldo occupazionale pari a 51.568.

Sulla dinamica occupazionale pesa la flessione dei giovani

Nell’ultimo triennio la maggior crescita dei profitti si registra tra geometri (+62%), medici e odontoiatri (+53,6%), ingegneri (+53%) e architetti (+52,7%). 

Sulle dinamiche occupazionali pesano, tuttavia, diverse criticità che frenano lo slancio del settore, a cominciare dalla continua flessione dei giovani (-13,8%), dovuto in larga misura alla crescente concorrenza del lavoro dipendente, all’inverno demografico e il progressivo invecchiamento della popolazione. L’età media dei liberi professionisti passa dei 45,5 anni del 2013 ai 48,2 del 2023.
Non a caso sono proprio gli over 55 a registrare l’aumento più sostenuto (+6,1%) tra il 2019 e il 2023.ù

E il lavoro dipendente torna ad attirare i lavoratori autonomi

Il lavoro professionale/indipendente si scontra però con l’occupazione dipendente. Le imprese hanno accresciuto il loro appeal, non solo nei confronti dei giovani che si affacciano sul mercato del lavoro, ma anche di una parte di lavoratori indipendenti, che scelgono di passare dalla libera professione al lavoro subordinato.

Negli ultimi quattro anni, dunque, il bilancio del mercato del lavoro indipendente, seppur in crescita rispetto al 2022, è ancora negativo e non arriva a colmare il divario causato dalla pandemia. Si sono infatti persi circa 223mila posti di lavoro tra gli indipendenti, e i liberi professionisti diminuiscono di 67mila unità (-5%).
Un bilancio più pesante per le partite Iva, che sono 256mila in meno rispetto al 2019.