Alimentazione: per gli italiani la ricerca del gusto guida le scelte di acquisto

La sostenibilità gioca un ruolo chiave negli acquisti del 77% dei consumatori italiani. La variabile del prezzo, seppur rappresenti un driver rilevante, non costituisce l’unico elemento di scelta, e di fronte alla necessità di scegliere tra convenienza e sostenibilità prevale quest’ultima.
Ma anche la ricerca del gusto guida le scelte degli italiani. Il 94% lo considera il gusto un driver di acquisto importante, così come la provenienza locale (85%) e il Km0 (78%), associati a freschezza, supporto all’economia del territorio e minor inquinamento.

Emerge da una ricerca realizzata da Swg per Carrefour Italia, presentata in occasione del piano di rilancio del programma Act for Food, fulcro della strategia di Transizione Alimentare del Gruppo Carrefour.
Obiettivo: facilitare un’alimentazione di qualità più sana, rispettosa del pianeta, locale e accessibile a tutti.

Come dev’essere un prodotto “buono”?

La stagionalità, scelta dal 53% degli italiani, seguita dalla freschezza (44%) dall’essere a km0 (15%) e dall’italianità (14%) sono le caratteristiche chiave di un prodotto ‘buono’.
La cucina italiana, del resto, viene considerata dalla grande maggioranza la più gustosa, con solo il 13% degli intervistati che considera più appaganti altre scelte alimentari, come le proposte etniche, il fast food e il cibo vegetariano o vegano

Cresce poi la consapevolezza nei confronti del biologico, acquistato da quasi la metà degli intervistati e considerato dalla larga maggioranza più sano (90%), sostenibile a livello ambientale (89%) e sociale (86%), oltre che gustoso (83%).

Bio: permane la percezione di “più costoso”

Questa attitudine positiva si riflette anche nella fiducia dei consumatori verso le aziende del territorio e le aziende produttrici, sia che si tratti di realtà locali (85%), di aziende specializzate nel ‘bio’ (82%) o di player di maggiori dimensioni, con la private label ritenuta più convincente rispetto all’industria di marca (78% clienti fiduciosi contro il 56%).

Tuttavia, sui cibi bio pesa ancora una percezione di maggiore costo. Infatti, il 70% degli intervistati considera questi prodotti più cari.

La gamma private label con il miglior rapporto qualità/prezzo

Lanciato nel 2018 per tradurre in azioni concrete la strategia di Transizione Alimentare per tutti, oggi Act for Food entra in una nuova fase e punta, in particolare, sui prodotti private label.

“Guidare la transizione alimentare per tutti è la nostra ragione d’essere e permea tutto il nostro agire come impresa. Il programma Act for Food traduce in concreto questa missione per i nostri clienti, per aiutarli a mangiare in maniera più sana, ma anche più gustosa, senza spendere un patrimonio e senza causare danni agli ecosistemi – afferma Christophe Rabatel, ceo Carrefour Italia -. Le scelte dei consumatori condizionano l’intera filiera alimentare e la grande distribuzione è uno snodo fondamentale, che può favorire maggiore consapevolezza e un cambiamento positivo dell’intera catena del valore in ottica di sostenibilità”.

Italia, consumi stabili: l’analisi del secondo trimestre 2024

Nel secondo trimestre del 2024, la spesa dei consumatori italiani per i beni di largo consumo (FMCG) e per i prodotti tecnologici e durevoli (T&D) è rimasta sostanzialmente stabile, con un leggero calo dello 0,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Alcune categorie, come i prodotti per la cura degli animali, della persona, dei bambini e della casa, hanno continuato a registrare risultati positivi, mentre i dispositivi elettronici hanno mostrato qualche segnale di ripresa, nonostante una fase di difficoltà evidenziata negli  ultimi mesi.

L’Osservatorio dei Consumi: il barometro di NIQ

Il Barometro dei Consumi di NIQ (The NIQ Retail Spend Barometer) è uno strumento innovativo che combina i dati di NielsenIQ e GfK per monitorare l’andamento delle vendite di prodotti FMCG e T&D in Italia. Questo studio offre una panoramica dettagliata delle tendenze di acquisto dei consumatori, suddividendo le analisi per categoria e canale di vendita.
Pubblicato trimestralmente, il barometro fornisce informazioni preziose per comprendere come cambiano le priorità di spesa delle famiglie italiane.

Largo consumo: lieve rallentamento

Tra aprile e giugno 2024, il settore del largo consumo ha subito una leggera contrazione, con un calo del fatturato dello 0,1% rispetto allo stesso periodo del 2023, mantenendosi comunque sopra i 31 miliardi di euro. Nonostante la stabilità nelle vendite dei beni essenziali, alcune categorie hanno registrato crescite significative: il settore Fresh Food ha superato gli 11 miliardi di euro (+0,6%), mentre lo Snacking ha generato oltre 1 miliardo di euro (+1,1%).

I prodotti per la cura della persona e della casa hanno mostrato performance particolarmente positive, con crescite del 6,8% e del 3,9% rispettivamente. Anche il settore del petcare ha visto un aumento del 3,3%.
Al contrario, i settori Ambient Food e Dairy hanno registrato cali del 2,5% e del 2,6%, rispettivamente, influenzando negativamente il totale del fatturato.

Tecnologici e durevoli, si ferma la discesa  

Il mercato dei beni tecnologici e durevoli ha rallentato la sua discesa, con una diminuzione dello 0,7% nel secondo trimestre 2024, raggiungendo quasi 14,8 miliardi di euro.
Tra i settori in difficoltà, quello dei Technical Consumer Goods (TCG) ha segnato un calo del 4,5%, mentre il comparto del fai-da-te e degli elettrodomestici ha mostrato segnali positivi, con incrementi rispettivamente dello 0,9% e dello 0,7%.

Evoluzione dei comportamenti d’acquisto 

L’evoluzione del comportamento d’acquisto riflette una maggiore attenzione dei consumatori italiani verso una revisione delle spese, influenzata dall’andamento dei prezzi.
La collaborazione tra NielsenIQ e GfK permette una visione completa e integrata delle dinamiche di acquisto, offrendo ai decisori aziendali un quadro dettagliato e globale delle scelte dei consumatori, sia nei beni di largo consumo che in quelli tecnologici e durevoli.

Italiani e desiderio di benessere: ci si affida al medico, ma non solo 

Il benessere degli italiani si fonda sulla ricerca di un delicato equilibrio tra mente e corpo, un concetto che va oltre il semplice “stare bene” fisicamente per abbracciare anche il “sentirsi bene” a livello psicologico. Questo tema, sempre più centrale nella vita quotidiana, richiede oggi il supporto di nuove figure professionali specializzate.

È quanto emerge dalla survey BVA Doxa, realizzata per la IV edizione dell’Osservatorio “Change Lab, Italia 2030”, promosso da Groupama Assicurazioni, parte del Gruppo internazionale Groupama.

Salute e benessere: uno sguardo al 2030

L’Osservatorio, il cui obiettivo è individuare i principali trend che entro il 2030 cambieranno le abitudini di vita degli italiani, ha analizzato l’approccio della popolazione alla salute e al benessere. L’indagine, condotta ad aprile 2024 su un campione rappresentativo di 1.000 italiani tra i 18 e i 74 anni, ha evidenziato come per quasi un italiano su due (45%) la salute sia vista come un equilibrio complesso da raggiungere, che coinvolge non solo il corpo ma anche la mente.

La prevenzione: una priorità per gli italiani

La ricerca ha rivelato che più della metà della popolazione (52%) si dichiara soddisfatta del proprio stato di salute, sia fisico che mentale. Questo risultato riflette un’attenzione crescente verso la prevenzione: il 66% degli intervistati effettua periodicamente analisi del sangue e delle urine, il 47% si sottopone a screening di controllo e il 44% pratica regolarmente attività fisica.

Il ruolo del medico e delle nuove figure professionali

Solo il 16% degli italiani considera il medico di base come unico punto di riferimento per la salute. Il 36% degli intervistati, pur ritenendo il medico di famiglia una figura centrale, lo affianca ad altre competenze specialistiche. In effetti, il 88% degli italiani ha consultato medici specialisti negli ultimi anni, in particolare fisioterapisti, osteopati, massoterapisti (34%), nutrizionisti (27%) e psicologi (21%).

Sfide future e timori

Nonostante la fiducia nel sistema sanitario nazionale, gli intervistati indicano la necessità di migliorare l’accesso ai servizi sanitari digitali (60%) e l’assistenza nella rete scolastica (38%). Inoltre, il 35% desidera uno psicologo di base accanto al medico di famiglia.

Guardando al futuro, il 42% degli italiani teme di non poter accedere alle cure necessarie in caso di peggioramento delle condizioni di salute, un timore che spinge il 65% a considerare l’acquisto di un’assicurazione sanitaria.

Lavoro, guadagno, tempo libero: generazioni a confronto

Emerge dalla ricerca ‘Rapporto tra generazioni nel mondo del lavoro’, realizzata da Heineken Italia e condotta da AstraRicerche: per gli italiani l’azienda ideale in cui lavorare è quella che garantisce più tempo libero per altre attività della vita (51,5%). Secondo lo studio, a dare più importanza al tempo libero sono soprattutto GenZ (20%) e Millennials (21%). 

In generale, al secondo posto gli italiani scelgono la possibilità di crescere e sviluppare competenze attraverso l’offerta formativa (40,7%), al terzo, la flessibilità nei tempi e nei luoghi di lavoro (40,5%).
Solo dopo, compare l’attenzione ai pacchetti welfare (34,5%), la parità di genere, diversità e inclusione (27,5%) e gli stipendi superiori alla media dei coetanei (27%).
In ultima posizione, guadagnare molto a fronte di molte ore lavorate (11%).

Per GenX e Boomers il posto fisso resta un’ambizione

Resta un’ambizione comune il posto fisso (43%), in particolare per GenX e Boomers, soprattutto in un’azienda di grandi dimensioni (37%) e dal respiro internazionale (35,5%).
Per tutte le generazioni, a ogni modo, è imprescindibile l’attenzione al lavoratore come ‘persona’.

Le generazioni preferite con cui lavorare sono la GenX (69,5%) e la GenY/Millennials (63%) per la condivisione di valori e (41%) e perché sanno rapportarsi meglio con i colleghi (31%).
La GenZ, apprezzata principalmente per il suo rapporto con la tecnologia (41%), per la creatività (39%), per avere meno pregiudizi (32%) si auto-sceglie nel 54% dei casi.

Con la GenZ si lavora meglio

La GenZ, infatti, è apprezzata anche dalle altre generazioni: per la capacità di dialogo/confronto (40%), la capacità di guardare avanti e avere una visione differente (41%) e le competenze digitali (47%).
Millennials e GenX sono preferiti invece per capacità di dialogo e di lavorare in gruppo (42% e 43%), mentre i Boomers hanno l’esperienza utile per apprendere il lavoro da svolgere (51%) e allo stesso tempo sono ‘quelli che ascoltano di più, capiscono le difficoltà e aiutano quando serve’ (29%).

Il rapporto tra persone di età molto diversa in azienda, appartenenti a diverse generazioni, è considerato un grande vantaggio quando viene raggiunto (68%), ma anche qualcosa difficile da ottenere (49%).

L’importanza di un rapporto intergenerazionale positivo in azienda

Come dare valore alle differenze generazionali? Anzitutto, riferisce Adnkronos, creando un ambiente inclusivo dove vengano valorizzate le diversità attraverso team eterogenei (42,8%) e gruppi di lavoro intergenerazionali (42,7%).

Tante sono infatti le opportunità di crescita e creazione di valore create dal rapporto intergenerazionale positivo in azienda: miglior clima aziendale grazie ai momenti di socialità, networking e attività di squadra (40%), eterogeneità di visione (39,5%), consolidamento delle competenze funzionali (38,5%), ma anche maggiore capacità di intercettare i bisogni delle diverse fasce di consumatori (38%) e maggiori competenze digitali per la popolazione aziendale (36,7%).

Cambiamento climatico: per gli italiani il governo non fa abbastanza

Il 41% dei cittadini a livello globale ritiene che il comportamento umano è il principale responsabile del riscaldamento globale, con le donne (44%) più propense degli uomini (37%) a sostenere questa opinione.
È quanto ha rilevato WIN – Worldwide Independent Network, l’associazione mondiale indipendente di ricerca di mercato e sondaggi, che in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente dello scorso 5 giugno ha reso pubblici i risultati dello studio annuale sul Climate Change. Lo studio ha coinvolto circa 34 mila persone in 39 paesi.

Dal focus sull’Italia, realizzato da BVA Doxa per WIN, è emerso che gli italiani attribuiscono la principale causa del riscaldamento globale all’industria e al mondo produttivo. Ma secondo gli italiani governo e istituzioni potrebbero fare di più per contrastare il fenomeno.

A livello globale cresce la fiducia nei governi

Che ruolo assume quindi il governo in questo contesto? Se poco più di un terzo degli italiani ritiene che le istituzioni preposte stiano attuando misure utili per l’ambiente, solo il 5% si dichiara molto d’accordo che i governi stiano facendo abbastanza. Non la pensa così il 60% degli intervistati in Italia, per i quali i governi non stanno facendo abbastanza.

A livello globale, però, la fiducia negli organismi governativi che intraprendono azioni necessarie per la tutela dell’ambiente è salita dal 39% nel 2023 al 44% nel 2024, con gli uomini (46%) più fiduciosi delle donne (41%).

Quali comportamenti individuali adottare?

Tornando ai dati italiani, il 30% dei nostri connazionali ritiene che i comportamenti delle persone rappresentino una causa significativa del cambiamento climatico.

Il 74% conferma la sua disponibilità ad adottare comportamenti di riciclo e riutilizzo, mentre altre azioni includono la rinuncia alla fast fashion (31%), la riduzione dell’uso dell’auto (24%), l’acquisto di prodotti bio (20%) e la riduzione dei viaggi aerei (18%).
A livello globale, il 64% delle persone preferisce il riciclaggio come best practice da adottare per contrastare il fenomeno, e il 29% rinuncia all’acquisto di prodotti di fast fashion.

È il momento di agire con decisione

Se le opinioni e le azioni a contrasto del cambiamento climatico variano ampiamente tra gli intervistati dei diversi Paesi, evidenziando la necessità di approcci diversificati e mirati per affrontare questa sfida globale, dalla ricerca emerge però chiaramente una richiesta forte e pressante da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni.

In particolare, i cittadini chiedono politiche più efficaci, investimenti in energie rinnovabili, incentivi per comportamenti sostenibili e una maggiore trasparenza sulle azioni intraprese.
Insomma, è arrivato il momento di agire con decisione per la salvaguardia dell’ambiente.

Caffè: un’esperienza che va oltre il gusto

Tra i prodotti agroalimentari italiani più esportati nel 2023, con un giro d’affari di 2,259 miliardi di euro (+6,8% sul 2022), il caffè è uno dei settori industriali storicamente più legati al nostro know-how., e la quasi totalità degli abitanti del Belpaese conferma il legame indissolubile con questa bevanda.
Secondo la nuova indagine realizzata da AstraRicerche per Consorzio Promozione Caffè (‘Se è italiano… si sente! – Gli Italiani e il Caffè’,) uno degli aspetti che gli italiani apprezzano di più è la ritualità di un’abitudine che scandisce i diversi momenti della giornata (92%). Ma anche le occasioni di convivialità, soprattutto per chi ha tra 25 e 34 anni (95%).

Oltre a essere considerato come una ‘sveglia’ (91%), il caffè è anche un momento d’incontro (92%), e un gesto d’amore rivolto alle persone a cui lo offriamo (91%). Non meno importante il concetto di tradizione (92%) e la precisa gestualità nella preparazione (91%) e nel berlo (90%).

Un simbolo dell’italianità nel mondo: l’espresso 

Molto apprezzata dai più giovani anche la varietà offerta in termini di miscele e tipologie (91% 25-34enni, 89% media intervistati).
Se la qualità del caffè è ben rappresentata da marchi celebri (92%) e piccole torrefazioni (87%), il caffè è considerato un mix straordinario di tradizione e creatività (91%) che rappresenta il ‘saper fare italiano’ (89%).

Inoltre, gli italiani, amano trovarlo all’estero mentre viaggiano (89%) e sono convinti di poterlo riconoscere anche a occhi chiusi (81%).
Ma soprattutto, sono convinti che contribuisca a creare un’immagine positiva dell’Italia nel mondo (89%) e a esportare il nostro modo di intendere il caffè (83%).
Ma qual è il simbolo del caffè italiano per gli stranieri? Non c’è dubbio, l’espresso (61%) e quello della moka (22%).

Un viaggio multisensoriale

Per gli italiani bere un caffè è un’esperienza capace di coinvolgere tutti e cinque i sensi (70%). Anzi, è un vero e proprio viaggio sensoriale del coffee lover, che segue tappe molto precise e inizia con l’olfatto.

L’aspetto più apprezzato, infatti, è il profumo del caffè appena fatto (91%), della miscela o dei chicchi appena tostati (88%). Arriva quindi il gusto, inteso come sapore (89%) e calore (84%), apprezzato anche a livello tattile (81%), seguito dall’udito, con il borbottio della moka (84%) che supera il suono della macchina del bar (68%).
Ultima tappa, la vista, in particolare quando si tratta di giudicare l’aspetto finale del caffè e dei suoi ‘fratelli’, come cappuccino o caffè macchiato (83%).

La gestualità che anticipa la degustazione

Fondamentale è la cura nella presentazione (82%), e non meno importanti, la precisione nel dosarlo e l’attesa nel vederlo salire nella moka o scendere dalla macchina del bar (78%).

A circa 7 italiani su 10, inoltre, piace macinarlo personalmente e apprezzano l’attenzione di alcuni baristi nello scaldare la tazzina, oppure la velocità della macchina a capsule o cialde. Ma ci sono anche modalità più di nicchia, come la cuccuma napoletana, il caffè turco non filtrato o l’alambicco di vetro.

Genitori: il nuovo protagonismo dei papà italiani

In occasione della Festa del papà è stata rilasciata l’ultima edizione dell’Osservatorio Eumetra Parents (and Grandparents), che offre una fotografia dei padri italiani oggi, tra preoccupazioni, aspirazioni e cambiamento del proprio ruolo all’interno della famiglia moderna. 

Di fatto, il 77% dei papà italiani è preoccupato per il futuro, con un picco di ansia (85%) tra coloro che hanno figli tra 0 e 3 anni. La principale fonte di preoccupazione è il tema economico, con un occhio particolare al rialzo dei prezzi (56%) e all’andamento dell’economia italiana (41%), seguiti dal cambiamento climatico (39%). 
E sebbene il 61% dei papà indichi una stabilità delle entrate, il 51% riferisce una diminuzione dei risparmi della famiglia.

Desiderio di maggior protagonismo nella famiglia

“Il nostro Osservatorio – sottolinea Matteo Lucchi, ceo Eumetra – mette in luce un chiaro cambiamento all’interno delle dinamiche famigliari. I papà mostrano un maggior desiderio di protagonismo, anche nelle scelte o attività di cura quotidiana dei figli”.
Sebbene l’81% dei papà consideri il lavoro come chiave per la realizzazione personale, lo studio mostra come una percentuale non altrettanto elevata ritenga il proprio ruolo nella famiglia già sufficiente a questo scopo.

Il 91% pone i figli al primo posto, l’82% si sente realizzato come genitore, ma il 61% si sente sotto pressione o stressato. Nonostante ciò, quasi la metà dei papà si assegnerebbe un voto eccellente come genitore (tra 8 e 10), con una media complessiva di 7,4. Ancora: l’82% afferma di non annoiarsi mai con i propri figli e il 74% impone regole rigorose.

Conciliare lavoro e vita privata

La questione di una maggiore conciliazione tra lavoro e genitorialità è sentita anche tra i papà, con il 39% che richiede maggiori supporti familiari e il 31% che riconosce la necessità di compromessi.

Come incentivo a un maggiore sviluppo della genitorialità tra le giovani generazioni, i papà mettono al primo posto un lavoro stabile e sicuro (24%), seguito da uno stipendio adeguato (22%), con solo il 16% che considera cruciale il sostegno economico dello Stato (tuttavia, il 52% lo giudica sufficiente).

La genitorialità di oggi tra smartphone e questioni di genere

Sulle questioni di genere, il 61% sostiene che sia giusto acquistare oggetti ‘appropriati’ per bambine e bambini, mentre l’uso di smartphone e tablet come supporto nel gestire i figli è una realtà per il 53% dei papà.
La gestione quotidiana della casa vede un impegno equo del 51% dei padri, con un 69% che condivide decisioni e responsabilità con la madre.

Per quanto riguarda gli acquisti, c’è una divisione dei compiti: alimentazione (66%), puericultura pesante (75%), giochi (78%), materiale scolastico (66%), farmaci (72%) e vacanze (75%).
Inoltre, l’81% dei papà parla o parlerà di sostenibilità con i figli, l’83% di inclusione e diversità e il 31% effettua acquisti tenendo conto della sostenibilità del prodotto.

Salute mentale, un problema diffuso in tutto il mondo

La salute mentale continua a essere un tema delicatissimo su scala globale. Un dato rappresentativo dell’entità del fenomeno: il 32% della popolazione mondiale segnala disturbi mentali, con un aumento di 5 punti percentuali rispetto al 2022. In Italia, sebbene la quota sia inferiore (28%), si registra un incremento di 6 punti rispetto all’anno precedente. Questi sono i risultati della quarta edizione del Mind Health Report condotta da Ipsos per AXA in 16 Paesi, incluso l’Italia.

La consapevolezza sul tema è ancora scarsa

In questo contesto, un ulteriore elemento di preoccupazione è la scarsa consapevolezza sull’argomento e soprattutto un crescente ricorso all’autodiagnosi e all’autogestione. I problemi legati al benessere mentale correlati al lavoro stanno raggiungendo livelli critici. Eppure, nella percezione generale, il lavoro non è ritenuto la principale causa di tali difficoltà.

In Italia, c’è ancora molto da fare per quanto riguarda il supporto e le soluzioni per la salute mentale sul luogo di lavoro. Per il 50% dei lavoratori, le risposte offerte in tema di salute mentale influenzano positivamente la decisione di rimanere in azienda.

Cosa accade in Italia

La preoccupazione per la salute mentale persiste sia a livello globale sia nazionale. In Italia, nel corso degli ultimi 12 mesi, il 28% dei nostri connazionali ha sperimentato una qualche forma di malessere o disturbo mentale, con un aumento del 6% rispetto all’anno precedente. L’ansia è il disturbo più comune (14%), seguita dalla depressione (12%).

Il 44% degli italiani sceglie di autogestire i disturbi relativi al benessere mentale, un trend in aumento del 7% rispetto al 2022. Tuttavia, un terzo delle persone potenzialmente sofferenti di depressione, ansia o stress non ha consultato un medico quest’anno.

Salute mentale sul luogo di lavoro

A livello globale, le difficoltà mentali sono principalmente attribuite a ragioni personali anziché professionali, ma in Italia il 76% dei lavoratori manifesta almeno un disturbo correlato al lavoro. Il disimpegno sul lavoro è uno dei segnali critici che le aziende dovrebbero prendere in considerazione.

Più della metà dei lavoratori italiani ritiene che le aziende non si preoccupino della salute mentale dei dipendenti, e un terzo è insoddisfatto delle azioni intraprese. Tra le maggiori richieste, una giornata dedicata al benessere mentale e consulti specialistici esterni, guardati con particolare interesse soprattutto dalle donne e dai giovani (18-24). Il supporto offerto in tema di salute mentale impatta comunque positivamente sulla decisione di rimanere in azienda: la pensa così il 50% degli italiani, soprattutto giovani (71% nella fascia 18-24 anni).

Nuova occupazione: uomini e donne la cercano in modi diversi 

Gli uomini e le donne sono diversi, anche quando si tratta di scelte professionali. Il dato emerge da un’indagine condotta dal Centro Studi di Fòrema, ente di formazione del sistema confindustriale veneto, che ha approfondito le esigenze e le aspettative di coloro che cercano lavoro o desiderano cambiarlo, evidenziando notevoli differenze tra uomini e donne.

La ricerca, che ha coinvolto oltre oltre duecento persone tra corsisti e disoccupati, fornisce un quadro dettagliato del tema “Cosa ti serve per lavorare?” in un periodo caratterizzato dalle rivoluzioni green e digitali.

Chi pensa alla busta paga, chi alla soddisfazione personale

Gli uomini risultano più orientati alla busta paga, con il 51% che pone maggiore enfasi sulla sicurezza economica, rispetto al 45% delle donne. Le signore, invece, manifestano interessi più ampi e articolati: considerano infatti aspetti come la crescita professionale e umana (14% vs 11%), l’autorealizzazione (12% vs 10%), e la gestione delle competenze (8% vs 5%). Questo riflesso dei ruoli tradizionali di “breadwinner” evidenzia le diverse prospettive di uomini e donne anche sul lavoro.

La formazione è una priorità per le lavoratrici

Per quanto riguarda la formazione, le donne vi ripongono una maggiore fiducia, attribuendo maggiore importanza ai percorsi formativi rispetto agli uomini (55% vs 38%). Le competenze digitali risultano fondamentali per entrambi i generi, con il 56% delle donne e il 50% degli uomini che le ritengono cruciali.

La formazione tecnica è anch’essa ritenuta importante dal 47% degli intervistati, mentre il tirocinio formativo, fondamentale per il 73% del campione, risulta essere una metodologia apprezzata per sviluppare competenze direttamente in azienda.

I giovani puntano sulle skills tecniche e tecnologiche

Per i giovani, la formazione tecnica è prioritaria nel 75% dei casi, mentre le digital skills sono essenziali per tutte le fasce d’età. Inoltre, il tirocinio formativo gode del massimo favore da parte dei giovani (58%). Questo strumento rimane gradito anche dopo i 30 anni, con una percentuale del 42% fra gli intervistati che lo apprezza.

Le donne mostrano un grande interesse nell’accesso alle informazioni sul mercato del lavoro (62%), mentre i giovani manifestano un forte appeal nei confronti dei bonus (67%) come incentivo alla partecipazione alle attività. L’occupazione influisce sulla percezione degli strumenti proposti: il 50% di chi cerca lavoro lavoro li ritiene cruciali, contro il 34% di chi è già occupato. 

Per concludere

In conclusione, l’indagine offre uno sguardo approfondito sulla complessità delle motivazioni e delle aspettative legate al lavoro, evidenziando la necessità di rispondere alle esigenze differenziate di uomini, donne e giovani nel contesto che stiamo vivendo.

Percezione e realtà: che divario c’è e come le vivono i cittadini? 

Il divario tra la percezione e la realtà dei fatti è un fenomeno diffuso, come dimostra l’indagine Ipsos condotta su un campione 10.000 persone residenti in 10 Paesi, tra cui l’Italia. , L’obiettivo dell’analisi è testare le convinzioni delle persone su questioni sociali, politiche ed economiche confrontandole con i dati reali. le sorprese, ovviamente, non mancano.

Immigrazione, cultura, religione, criminalità : visioni distorte  

La percezione dell’immigrazione è distorta in tutti i Paesi esaminati. La media del divario tra percezione e realtà è del 24% rispetto al 12%, un fenomeno riscontrato anche in Italia (21% vs. 11%). Le percezioni errate riguardo alla presenza di musulmani sono evidenti. Mentre la cifra reale è del 3%, la percezione nei 9 paesi a maggioranza non musulmana è superiore al 17%. In Italia, la convinzione che il 19% sia musulmano contrasta con la realtà, dove sole il 4,8% pratica questa religione.

Anche per quanto concerne la criminalità c’è molto da dire. La maggioranza degli intervistati ritiene erroneamente che il tasso di omicidi sia aumentato dal 2000, sebbene sia diminuito in tutto il mondo, tranne negli Stati Uniti. In Italia, il 55% crede che gli omicidi siano aumentati negli ultimi vent’anni.

Disuguaglianza economica: un fenomeno sovrastimato

La percezione della disuguaglianza economica è sovrastimata. La quota di ricchezza detenuta dall’1% delle famiglie più abbienti è stimata al 36%, ma il dato reale è del 13%. Anche in Italia, il divario tra percezione e realtà è evidente (36% vs. 14%).

Teorie del complotto

Le credenze irrazionali coinvolgono oltre un quarto del campione nei dieci Paesi. In Italia, il 24% crede nei fantasmi, il 17% nella stregoneria e il 16% nella chiaroveggenza, percentuali inferiori alla media degli altri stati. Quasi la metà delle persone è sospettosa verso gli scienziati, preferendo affidarsi all’esperienza personale. In Italia, questa percentuale si attesta al 42%.

Alcune teorie del complotto, come un presunto progetto di sostituzione della popolazione con immigrati (24% in Italia), trovano riscontro tra il 15% e il 25% degli intervistati nei dieci Paesi. La diffidenza verso il governo ucraino (27% in Italia) e le teorie sulla falsità delle missioni spaziali americane (20% in Italia) sono altrettanto diffuse.

L’importanza di avere informazioni corrette

In sintesi, l’indagine evidenzia un divario significativo tra percezione e realtà in diverse sfere della società, sottolineando l’importanza di informazioni corrette e consapevolezza pubblica.