C’è stato un tempo in cui un gioiello parlava da solo. Bastava aprire una scatolina per dire “ti voglio bene”, “ti ricorderò”, “questo momento conta”. Oggi, per molti italiani, quella voce si è abbassata fino quasi a sparire. Non perché il gioiello non piaccia più, ma perché non viene più percepito come necessario, né emotivamente vicino.
Lo raccontano i dati dell’Osservatorio Consumatori Federpreziosi Confcommercio 2025, realizzato da Format Research e presentato a Vicenzaoro January. Su cento potenziali consumatori, solo il 35,8% prende davvero in considerazione l’idea di acquistare un gioiello. Tutti gli altri lo escludono a monte, senza nemmeno arrivare al confronto.
Un valore… dimenticato
La ricerca non parla di crisi di prodotto, ma di crisi di significato. Il gioiello non viene bocciato, semplicemente non entra più nella “grammatica mentale” del dono. Oggi un oggetto è speciale solo se porta con sé un valore personale, un ricordo, una storia. Lo dice il 46,3% degli intervistati. Eppure, per molti, il gioiello è percepito come un oggetto qualsiasi, se non addirittura superato.
Il punto è tutto qui: manca il legame emotivo. Il 90,1% dei non acquirenti dichiara di non associare il gioiello a ricordi o affetti. Prezzo e materiali pesano, ma vengono dopo. Prima c’è la sensazione che non racconti nulla di sé.
Quattro modi di guardare allo stesso oggetto
Analizzando 820 persone che non acquistano gioielli, Format Research individua quattro atteggiamenti: contrari, indifferenti, possibilisti e vicini. È un percorso graduale. Dai più razionali, che vedono il gioiello come inutile, fino a chi ne intuisce il valore simbolico ma non ha ancora trovato una ragione vera per comprarlo.
Il gruppo più numeroso è quello degli indifferenti, spesso giovani adulti. Non odiano il gioiello, semplicemente non lo considerano. Non è un’opzione quando si parla di regali o di momenti importanti.
Entrare in gioielleria per… sentirsi fuori posto
Anche l’esperienza d’acquisto ha il suo peso. L’86% dei non acquirenti descrive le gioiellerie come ambienti freddi, poco accoglienti. Più che le vetrine chiuse, pesa la distanza relazionale: personale percepito come poco empatico, linguaggio tecnico, mancanza di dialogo.
Quanto conta la narrazione
Eppure una leva esiste, ed è potente. Per l’85,5% degli intervistati, il gioiello tornerebbe rilevante se fosse capace di raccontare una storia. Non una formula di marketing, ma un racconto vero, umano, riconoscibile. Non a caso, l’84,7% giudica oggi povera di emozioni la proposta del settore.
Come ha ricordato a Vicenza il presidente di Federpreziosi Confcommercio Stefano Andreis, il futuro passa da qui: restituire al gioiello una voce. Non per convincere, ma per tornare a significare qualcosa nella vita delle persone.