Perché i gioielli non sono più nella lista dei desideri degli italiani? 

C’è stato un tempo in cui un gioiello parlava da solo. Bastava aprire una scatolina per dire “ti voglio bene”, “ti ricorderò”, “questo momento conta”. Oggi, per molti italiani, quella voce si è abbassata fino quasi a sparire. Non perché il gioiello non piaccia più, ma perché non viene più percepito come necessario, né emotivamente vicino.

Lo raccontano i dati dell’Osservatorio Consumatori Federpreziosi Confcommercio 2025, realizzato da Format Research e presentato a Vicenzaoro January. Su cento potenziali consumatori, solo il 35,8% prende davvero in considerazione l’idea di acquistare un gioiello. Tutti gli altri lo escludono a monte, senza nemmeno arrivare al confronto.

Un valore… dimenticato

La ricerca non parla di crisi di prodotto, ma di crisi di significato. Il gioiello non viene bocciato, semplicemente non entra più nella “grammatica mentale” del dono. Oggi un oggetto è speciale solo se porta con sé un valore personale, un ricordo, una storia. Lo dice il 46,3% degli intervistati. Eppure, per molti, il gioiello è percepito come un oggetto qualsiasi, se non addirittura superato.

Il punto è tutto qui: manca il legame emotivo. Il 90,1% dei non acquirenti dichiara di non associare il gioiello a ricordi o affetti. Prezzo e materiali pesano, ma vengono dopo. Prima c’è la sensazione che non racconti nulla di sé.

Quattro modi di guardare allo stesso oggetto

Analizzando 820 persone che non acquistano gioielli, Format Research individua quattro atteggiamenti: contrari, indifferenti, possibilisti e vicini. È un percorso graduale. Dai più razionali, che vedono il gioiello come inutile, fino a chi ne intuisce il valore simbolico ma non ha ancora trovato una ragione vera per comprarlo.

Il gruppo più numeroso è quello degli indifferenti, spesso giovani adulti. Non odiano il gioiello, semplicemente non lo considerano. Non è un’opzione quando si parla di regali o di momenti importanti.

Entrare in gioielleria per… sentirsi fuori posto

Anche l’esperienza d’acquisto ha il suo peso. L’86% dei non acquirenti descrive le gioiellerie come ambienti freddi, poco accoglienti. Più che le vetrine chiuse, pesa la distanza relazionale: personale percepito come poco empatico, linguaggio tecnico, mancanza di dialogo.

Quanto conta la narrazione

Eppure una leva esiste, ed è potente. Per l’85,5% degli intervistati, il gioiello tornerebbe rilevante se fosse capace di raccontare una storia. Non una formula di marketing, ma un racconto vero, umano, riconoscibile. Non a caso, l’84,7% giudica oggi povera di emozioni la proposta del settore.

Come ha ricordato a Vicenza il presidente di Federpreziosi Confcommercio Stefano Andreis, il futuro passa da qui: restituire al gioiello una voce. Non per convincere, ma per tornare a significare qualcosa nella vita delle persone.

Economia italiana: nel 2026 torna l’incertezza, ma c’è anche qualche sorpresa 

Abbiamo salutato il 2025 con qualche spiraglio di fiducia sul fronte dell’economia internazionale. Sembrava che le tensioni nel mondo si fossero attenuate e i tagli ai tassi di interesse potessero riportare un po’ di ossigeno ai mercati, sostenendo la liquidità globale.

A pochi giorni dall’inizio del 2026, invece, ci troviamo già a fare i conti con la dura realtà:  con il nuovo anno, sono comparsi nuovi fattori di instabilità. Secondo l’Istat, questi elementi rafforzano l’ipotesi di un rallentamento dell’attività economica mondiale nel corso dell’anno. In sintesi, la parola d’ordine sarà prudenza. 

Italia, manca un vero slancio 

In questo contesto, l’economia italiana sembra avere il fiato un po’ corto. Nel terzo trimestre del 2025 il Pil è cresciuto dello 0,1% rispetto al trimestre precedente: un segnale positivo, ma troppo contenuto. E i dati più recenti non sono certo incoraggianti: dopo il recupero registrato a settembre, a ottobre c’è stato un indebolimento diffuso dell’attività economica.
La crescita resta inferiore alla media dell’area euro, con grandi differenze tra i vari settori produttivi.

Import ed export senza grandi novità 

Anche gli scambi con l’estero seguono questo andamento “cauto”. Tra agosto e ottobre, esportazioni e importazioni mostrano variazioni poco significative, rispettivamente pari allo 0,3% e allo 0,2%. Se si guarda ai primi dieci mesi del 2025, il bilancio è leggermente migliore: le esportazioni crescono del 3,4% su base annua, mentre le importazioni aumentano del 3,7%.

I dati nascondono dinamiche molto diverse tra comparti, segno di un’economia che procede a velocità diverse.

Inflazione: per ora sotto controllo

Sul fronte occupazionale, novembre segna un lieve calo rispetto a ottobre, pur restando positivo il confronto su base annua. La flessione mensile riguarda soprattutto le donne e quasi tutte le fasce d’età, con l’eccezione delle 25-34enni. Nel complesso, però, tra settembre e novembre l’occupazione aumenta dello 0,3%, pari a circa 66 mila occupati in più, mentre diminuisce il numero delle persone in cerca di lavoro.

I prezzi restano sotto controllo. A dicembre l’indice armonizzato dei prezzi al consumo cresce dell’1,2%, un valore nettamente inferiore alla media dell’area euro. Nel complesso del 2025, l’inflazione si attesta all’1,7% in Italia. Un dato che, insieme all’aumento del potere d’acquisto delle famiglie nel terzo trimestre, offre un piccolo margine di respiro ai consumi.

Farmaceutica, un settore che corre

In questo contesto con il freno a mano tirato, spicca la performance del settore farmaceutico. Tra gennaio e ottobre 2025, le esportazioni di prodotti farmaceutici crescono in media del 33,7%, mentre le importazioni aumentano del 44,6%. Il comparto supera così il 10% dell’interscambio nazionale.

Gli Stati Uniti diventano il principale partner commerciale dell’Italia per questi prodotti, mentre la forte presenza di imprese multinazionali a controllo estero continua a giocare un ruolo decisivo.

Natale e doni: oltre il 22% degli italiani è ricorso all’auto-regalo

Per Natale 2025 sono stati oltre il 22% gli italiani che sono ricorsi “all’auto regalo”.. E se sono stati soprattutto i giovani ad aver fatto un regalo a sé stessi non si è trattato di una forma di egoismo, ma di gratificazione. 

Ma quali sono stati gli auto-regali più gettonati?
Al primo posto i prodotti tecnologici (26,1%), seguiti dall’abbigliamento (22,8%) e da un viaggio (17,9%). Il 2,5% dei giovani italiani si è regalato un animale domestico.
È quanto emerge dalla ricerca realizzata da Big, Business intelligence group.

Chi vive al Centro e i 35-44enni hanno messo più pacchetti sotto l’albero

Dai dati della ricerca emerge poi che quest’anno la maggior parte degli italiani ha effettuato almeno un regalo. I più ‘generosi’ sono stati quelli di età compresa tra 35-44 anni, che hanno toccato quota 93%, seguiti dagli under34 (91,3%), dalla fascia dei 45-54enni (90,6%) e dagli over54 (88,8%).

Se si considerano le zone d’Italia, in testa in questa classifica si è posizionato il Centro (92,7%), poi il Nord-Est (90,5%), il Nord-Ovest (89,8%) e infine Sud e Isole (89%).
La ricerca conferma però che un italiano su cinque tra coloro che vivono da soli è rimasto solo anche a Natale, e non ha fatto regali né a sé stesso né agli altri (18,8%).

Tech, abbigliamento, viaggi ma anche esperienze e animali domestici

In generale, se il primato dell’auto-regalo natalizio spetta alla fascia 25-34 anni (31,6%), compresi i single (19,8%), le fasce 34-45 e 45-54 si sono fermate tra il 22% e il 23%, perché hanno fatto almeno un regalo anche familiari, coniugi e colleghi.

Quanto agli auto-regali più gettonati, oltre a prodotti tecnologici, abbigliamento e viaggi, gli italiani si sono regalati anche accessori (15,9%), hobby e passioni (14,1%), prodotti per la cura di sé (10,1%), un’esperienza (4,9%), arredamento e decorazioni per la casa (4,2%), abbonamenti o servizi (2,6%), giochi e divertimenti (1,7%) e animali domestici (1,5%).
Per i giovani, prodotti hi-tech (26,3%) e un viaggio (25,3%), mentre il 22,2% si è auto regalato un nuovo capo d’abbigliamento, il 7,6% un prodotto per la cura di sé e il 2,5% un animale domestico.

Dall’autogratificazione alla libertà personale le motivazioni del dono a sé stessi

Per quanto riguarda le motivazioni che hanno spinto ad auto-regalarsi qualcosa per Natale, riporta Adnkronos, la prima risposta è stata ‘gratificarmi e concedermi qualcosa che desidero fare da tempo’(47%) soprattutto per gli over34. La seconda motivazione, ‘per vivere un momento di piacere e di benessere personale’ (14%), e la terza ‘per celebrare la mia indipendenza e libertà personale’ (8,9%), molto più gettonata dagli under34, tra i quali è stata selezionata da un intervistato su 5 (19,1%).

Più indietro, tra le motivazioni anche ‘alleviare lo stress accumulato nel corso degli ultimi mesi’(8,5%) e ‘compensare frustrazioni e tirarmi su di morale’ (5,2%), considerata un po’ più importante per i giovani da 25 a 34 anni (10,2%).

Salute digitale: nel 2025 cresce l’online nel mondo Health & Pharma

Il mercato Health & Pharma continua a correre sul digitale, e il 2025 sembra confermare una tendenza ormai radicata. Secondo la settima edizione dell’Osservatorio Netcomm Digital Health & Pharma, gli acquisti online del settore raggiungeranno i 2,139 miliardi di euro, con una crescita del 7,4% in un solo anno.
Un risultato che racconta una trasformazione profonda nelle abitudini di consumo degli italiani.

Una platea sempre più ampia

Aumenta anche il numero di persone che scelgono il web per acquistare prodotti legati alla salute e al benessere: 24,6 milioni di consumatori digitali, pari al 70,5% di chi compra online in Italia. Un dato che rende bene l’idea di quanto questo comparto sia diventato familiare, pratico e alla portata di tutti.

Roberto Liscia, presidente di Netcomm, sottolinea come la spinta non arrivi più soltanto dal prezzo, ma anche dal desiderio di comodità e da nuovi strumenti: Intelligenza Artificiale, Chatbot e un’integrazione sempre più fluida tra negozi fisici e canali digitali. Una sorta di “ecosistema misto” che sta ridisegnando il percorso del consumatore.

Customer Journey: tra ricerche, dubbi e tecnologia

Il cosiddetto Customer Journey resta complesso e piuttosto articolato, soprattutto nelle fasi preliminari all’acquisto. Il primo riferimento sono ancora i motori di ricerca (18,1%), seguiti dai consigli dei professionisti sanitari e dalle opinioni di amici e familiari. Ma la vera novità è l’ingresso, nella top 5 dei touchpoint, di strumenti basati sull’intelligenza artificiale.

Chatbot e tool di AI vengono consultati soprattutto per chiarire dubbi su salute e uso dei prodotti, non tanto per scegliere il brand o l’e-commerce. La crescente familiarità con queste tecnologie convive però con una buona dose di prudenza: oltre metà degli intervistati teme un ruolo troppo centrale dell’IA nella cura, e il 66% non la vede come un possibile sostituto dei professionisti.
Quando si passa alla decisione finale, la comodità sembra contare sempre di più: otto consegne su dieci arrivano direttamente a casa, mentre due su dieci vengono ritirate presso un punto fisico.

Chi compra online: dagli abitudinari ai super digitali

L’Osservatorio distingue vari profili di acquirenti. I più numerosi sono gli “Abitudinari” (42%), che arrivano dritti al sito del proprio merchant di fiducia senza troppe tappe intermedie.
All’estremo opposto ci sono i “Digital Power Buyer” (8%), consumatori super informati che navigano tra social, recensioni, contenuti di influencer e strumenti digitali.

La fedeltà ai negozi è un tratto comune: il 44,1% acquista spesso dallo stesso merchant, percentuale che sale al 51% tra gli under 35. Anche chi compra solo offline viene influenzato dal web: nel 41,5% dei casi arriva in negozio già orientato da ricerche online.

Social network e “Pharma Influencer”: il nuovo passaparola

Sui social, il tema salute è ormai un argomento fisso. Il 41,6% degli acquirenti online segue contenuti legati al benessere: Instagram supera Facebook, mentre YouTube e TikTok restano dietro ma in crescita. L’effetto dei Pharma Influencer è evidente: nove utenti su dieci che seguono contenuti di salute hanno comprato almeno una volta su loro suggerimento. Tra i giovanissimi, la percentuale sale al 27,7%.

Accanto ai social, crescono anche le community dedicate: 5,9 milioni di persone partecipano a gruppi online per scambiarsi esperienze e consigli, segno che il bisogno di confronto umano rimane forte, anche in un mondo sempre più digitale.

Consumer journey: sempre più guidato dall’AI in ogni fase del percorso

Oggi, la trasformazione del consumer journey, ovvero, il modo in cui le persone scoprono brand e prodotti, valutano le alternative e decidono cosa acquistare è sempre più rapida e smart.
Dall’informazione iniziale alla scelta finale, fino al momento dell’acquisto i consumatori sono sempre più guidati dall’AI.

In particolare, il 20% degli italiani utilizza l’AI per informarsi durante una decisione d’acquisto, 1 su 5 la usa per orientarsi negli acquisti, e quasi 1 su 10 la considera la prima fonte di informazione.
Lo attestano i dati della ricerca realizzata da Eumetra in collaborazione con MediaWorld, dal titolo “Ti informerAI. SceglierAI. ComprerAI: come l’Intelligenza Artificiale cambia il consumer journey”.

Come confronterAI prezzi e prodotti?

Per comprendere ‘quanto’ l’AI intervenga nel consumer journey, la ricerca ha simulato l’acquisto di due prodotti di diverse categorie merceologiche, uno smartphone e un condizionatore a parete.

Nel momento in cui ci si interessa di un prodotto noto e su cui il consumatore è competente (lo smartphone), le piattaforme AI sono usate per comparare requisiti tecnici dal 10% del campione. Mentre quando si valuta l’acquisto di un prodotto meno diffuso, e su cui i consumatori sono meno competenti (il condizionatore a parete), la percentuale sale al 14%.
Quando poi si comparano prezzi (e non feature tecniche) sono invece i motori di ricerca a essere utilizzati, nel 27% dei casi per lo smartphone e nel 29% per il condizionatore a parete.

Un mercato sempre più popolato, ma dominato da pochi grandi player

Nella fase finale del processo di acquisto, invece, il 16% dei consumatori consulta l’AI per decidere ‘dove’ acquistare lo smartphone e il 14% per decidere acquistare il condizionatore a parete.
In ogni caso, il mercato dell’AI è sempre più popolato, ma dominato da pochi grandi player che guadagnano la fiducia dei consumatori.

In testa c’è ChatGPT , utilizzato dal 64% degli utenti, seguito da Gemini (47%), Microsoft Copilot (20%), Perplexity (7%), Grok (6%), Atlas OpenAI (6%), Claude (4%) e Llama (3%).
La scelta tra le piattaforme è anche generazionale. Tra i giovani (18-34 anni) l’utilizzo di ChatGPT è all’84%, nella fascia 35-54 anni al 52% e scende al 25% tra i 55-64enni.

Per i brand non si tratta più solo di essere presenti online

Dai dati del report emerge come il dibattito sull’AI da parte di aziende e professionisti non si traduca in altrettanta enfasi da parte dei consumatori.

I consumatori ‘usano’ l’AI, ma si interrogano molto meno su essa. Se il 12% se ne occupa professionalmente e il 23% ‘legge e si informa molto’, il restante 65% si divide tra chi intercetta frequentemente notizie sull’AI (33%), chi ne sente parlare raramente (29%) e chi non ne sa nulla (3%).
Per le aziende invece oggi non si tratta più solo di ‘essere presenti online’, ma di capire come diventare rilevanti in un ecosistema in cui l’AI è ormai un nuovo protagonista delle decisioni di consumo.

Prestiti personali in Lombardia: perché sono in aumento 

In Lombardia, negli ultimi mesi, è aumentato il ricorso al credito al consumo. A dirlo è l’osservatorio di Facile.it e Prestiti.it, che traccia un quadro molto chiaro: chi ha domandato un prestito personale nel 2025 ha chiesto, in media, poco più di 10.700 euro. Una cifra un po’ più alta rispetto al resto del Paese, come se i lombardi avessero bisogno di “quel qualcosa in più” per gestire spese e progetti.

La restituzione? Spalmata in circa cinque anni, con una rata che si aggira attorno ai 198 euro al mese. Una somma che entra stabilmente nel bilancio familiare, quasi come una bolletta in più.

A cosa servono questi prestiti

Analizzando le motivazioni dichiarate dai cittadini, si intravede una sorta di mappa dei bisogni quotidiani. Al primo posto spunta la richiesta di liquidità, che rappresenta il 31% delle domande. È la voce più “umana” di tutte: quella che indica una necessità generica, spesso legata a spese improvvise o momenti in cui serve un po’ di respiro.

Subito dopo troviamo il consolidamento dei debiti, scelto da un lombardo su cinque tra coloro che specificano la finalità. Un modo per rimettere ordine a scadenze e rate, come quando si decide di riordinare un cassetto che non si chiude più.
Al terzo posto ci sono i prestiti per comprare un’auto usata, seguiti a ruota da quelli per ristrutturare casa. E poi arrivano le richieste per coprire spese mediche o acquistare nuovi mobili: segnali di un quotidiano che procede tra esigenze pratiche e piccoli cambiamenti.

Gli esperti di Facile.it ricordano che indicare la finalità non è obbligatorio, ma può essere utile: alcune società applicano tassi più leggeri proprio in base all’uso del denaro. E, come sempre, guardare più offerte prima di scegliere è un consiglio sempre utile.

Province diverse, abitudini diverse

Non tutta la Lombardia si comporta allo stesso modo. A chiedere gli importi più alti sono i residenti della provincia di Como: oltre 12mila euro in media. Seguono Varese, Cremona e Monza e Brianza.

Più indietro Bergamo, Lodi e Mantova, mentre Milano – paradossalmente – chiude la classifica, con richieste medie sotto gli 11mila euro. Forse una maggiore disponibilità economica o forse semplicemente esigenze differenti: difficile dirlo con certezza.

Chi chiede un prestito in Lombardia

Guardando ai profili, emerge una fotografia piuttosto nitida del richiedente. Chi firma una domanda ha mediamente 43 anni e, nel 70% dei casi, è un uomo.

Gli importi richiesti cambiano in base al genere: gli uomini puntano a ottenere circa il 13% in più rispetto alle donne. Un dato legato anche ai redditi dichiarati, più alti per gli uomini.

TV: anche nel 2025 genera attenzione, emozioni e valore per i brand

Cosa guardano in TV gli italiani,  per quanto tempo, con chi, e con quale livello di attenzione e soddisfazione? Risponde un’indagine realizzata da Human Highway insieme a Emotiva, condotta coinvolgendo 2.000 persone invitate a compilare un diario digitale sulle esperienze di visione su TV, app e piattaforme digitali, suddivise tra mattina, durante i pasti e sera per una settimana.

In totale sono state raccolti oltre 42.000 ‘diari’ che hanno permesso di tracciare un quadro completo della giornata tipo dello spettatore italiano.
Quello che è emerso conferma come la TV sia ancora capace di generare attenzione, emozioni e valore per i brand, dimostrando una straordinaria capacità di adattamento nello scenario digitale in continua trasformazione.

Dalla mattina alla sera: come cambia la fruizione?

Per gli italiani la giornata inizia con l’informazione: telegiornali e programmi di approfondimento, spesso condivisi con altre persone, diventano momenti di co-visione e di discussione. Durante i pasti restano centrali i contenuti informativi e giornalistici, scelti per chiarezza, serietà e capacità di stimolare riflessione.
Di sera, invece, è il tempo del relax e dell’evasione, con film, serie TV e grandi show.

Grazie alla presenza di in media 4-5 schermi per nucleo domestico, ogni membro della famiglia può scegliere tra documentari, programmi tematici, sport o eventi live.
L’intrattenimento si conferma la categoria in grado di riunire tutta la famiglia, con un indice di soddisfazione fino al +40%. Anche eventi sportivi e musicali dal vivo rappresentano momenti di forte aggregazione, generando picchi di coinvolgimento emotivo e sociale.

Il rapporto tra pubblico e pubblicità

Un tema centrale per i brand è il rapporto tra pubblico e pubblicità televisiva. I dati della ricerca sfatano un mito diffuso: gli spot non allontanano gli spettatori. Tra il 70% e il 99% del pubblico rimane davanti allo schermo durante le interruzioni pubblicitarie. E nei film e nelle serie TV, quando il messaggio è percepito come mirato e rilevante, la permanenza sale fino al 95%.

Se il break è introdotto dai conduttori, l’attenzione resta alta. Tra l’80% e il 90% degli spettatori continua a seguire il programma senza abbandonare la visione.
Questi risultati dimostrano che se ben integrata nel contesto editoriale, la pubblicità televisiva non è vissuta come un disturbo, ma può mantenere viva l’attenzione e rafforzare il legame con i contenuti.

Qualità editoriale e soddisfazione dei contenuti

Complessivamente, la ricerca evidenzia la resilienza della televisione e la sua efficacia come mezzo per i brand.

La qualità editoriale può aumentare il ricordo pubblicitario fino al 40%. L’attenzione media si attesta intorno al 60%, con punte del 97% nei programmi di intrattenimento. E la soddisfazione dei contenuti, intesa come la capacità di mantenere la promessa emotiva per cui vengono scelti, supera il 50%, traducendosi in un tempo di fruizione significativo: da 1 a 2 ore al giorno per spettatore.

Il Sud accelera più del Nord, ma il divario resta

Nel 2024 il Mezzogiorno, a livello economico, è cresciuto più del Nord. Il valore aggiunto prodotto dalle regioni del Sud è aumentato del 2,89%, contro l’1,77% registrato nel Settentrione e il 2,14% della media nazionale.

Il dato emerge da un’analisi del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere, elaborata sulla base dell’ultima revisione dei conti nazionali diffusa dall’Istat. Un risultato che racconta di un Sud più dinamico, anche se il divario con il resto del Paese resta profondo.

Bene l’agricoltura, meno l’industria  

L’agricoltura torna a essere protagonista con un incremento del 10,25%, pur rappresentando una parte minima dell’economia complessiva (solo il 2,23% del valore aggiunto). Va meno bene, invece, la manifattura, che perde terreno (-4,10%) e pesa per circa un quinto sul totale della ricchezza prodotta.

Sul piano regionale, spiccano Sardegna (+3,74%), Puglia (+3,13%) e Calabria (+3,12%), segno che la ripresa non è isolata ma diffusa in buona parte del Mezzogiorno.

A Viterbo il migliore exploit  

A livello provinciale, il primato della crescita va a Viterbo, che con un +4,85% è la provincia più veloce d’Italia. Seguono Imperia (+4,29%) e Foggia (+4,22%).

Sono numeri che mostrano come il dinamismo economico non appartenga più solo ai grandi centri urbani, ma anche a territori di dimensioni più contenute, capaci di reinventarsi e valorizzare le proprie risorse locali.

Milano sempre in testa

Se però si guarda alla ricchezza individuale, la mappa del Paese resta spaccata in due. Nel Nord il valore aggiunto pro capite raggiunge 40.158 euro, mentre al Sud si ferma a 22.353 euro.

Milano domina la classifica con 65.721 euro per abitante, quasi il doppio della media nazionale di 33.348 euro. Un livello di produttività che, nel panorama europeo, solo una ventina di province riescono a eguagliare, e più della metà si trovano in Germania.

Unioncamere: “Serve una strategia per ridurre i divari”

Per Andrea Prete, presidente di Unioncamere, i numeri raccontano “un’Italia in movimento, ma ancora diseguale”. Il Mezzogiorno cresce, sottolinea, “ma serve una politica industriale capace di sostenere la competitività e di ridurre i costi energetici, che continuano a penalizzare le imprese italiane rispetto ai concorrenti europei”.

Passaporto Usa, per la prima volta in 20 anni fuori dalla top 10

Dopo essere crollato al 7° posto lo scorso anno e al 10° a luglio 2025 il passaporto statunitense ora scende ulteriormente al 12° posto dalla classifica. Si tratta dell’Henley Passport Index, l’indice dei 10 passaporti più “potenti” al mondo, ovvero, quelli che permettono l’accesso senza visto al maggior numero di Paesi.
Dal primo posto nel 2014 al 12° nel 2025 per la prima volta in 20 anni il passaporto statunitense è fuori dalla top 10. In pratica, ora è pari merito con la Malesia, consentendo un accesso senza visto a 180 destinazioni.

Secondo Christian Kaelin, presidente di Henley & Partners e creatore dell’Index, questo calo di potere “segnala un cambiamento fondamentale nella mobilità globale e nelle dinamiche di soft power. Le nazioni che abbracciano l’apertura e la cooperazione stanno facendo passi da gigante, mentre quelle che si aggrappano ai privilegi del passato vengono lasciate indietro”.

Sul podio una triade asiatica: Singapore, Corea del sud, Giappone

L’Henley Passport Index vede al 1° posto Singapore, il cui passaporto dà accesso a 193 Paesi senza necessità di visto, seguito da Corea del sud (190) e Giappone (189).
Quanto all’Italia (accesso a 188 Paesi), compare al 4° posto, ex aequo con altri Paesi.

Questo calo si verifica nel contesto di una stretta sull’immigrazione da parte dell’amministrazione Trump, che vede il Dipartimento di Stato annunciare l’avvio di una revisione della documentazione di oltre 55 milioni di titolari di visti statunitensi per potenziali violazioni.
Il rapporto di Henley cita infatti la politica dell’amministrazione Usa come uno dei fattori che hanno contribuito al crollo nella classifica, riporta ANSA.

La Cina scala la classifica e guadagna 30 posizioni

Durante la presidenza Trump sono state imposte sospensioni a viaggiatori di 12 Paesi e restrizioni a molte altre nazionalità. Tanto che gli Stati Uniti si collocano anche al 77° posto nell’Henley Openness Index, che misura la disponibilità dei Paesi ad accogliere visitatori senza visto. Washington infatti consente l’ingresso libero solo a 46 Paesi.

Quanto all’Europa, sono più di 25 i Paesi europei che restano tra le prime 10 posizioni. Il Regno Unito invece è passato dal 6° all’8° posto, segnando un minimo storico.
Ma è la Cina che ha registrato la crescita maggiore, passando dal 94° posto nel 2015 al 64° nel 2025, grazie all’accesso senza visto a 37 destinazioni in più.

Il sogno americano della doppia cittadinanza

Il calo del potere del passaporto statunitense alimenta una crescita record nelle richieste di programmi di residenza e cittadinanza per investimento.
Nel 2025, gli americani sono diventati il gruppo più numeroso di richiedenti, con un aumento del 67% rispetto al 2024.

“La cittadinanza multipla sta diventando una realtà sempre più diffusa negli Stati Uniti – spiega Peter J. Spiro, professore alla Temple University Beasley School of Law, come riferisce Euronews -. Come ha scritto un utente sui social, la doppia cittadinanza è il nuovo sogno americano”.

Cloud e intelligenza artificiale: l’Europa alla prova dell’indipendenza digitale

Il mercato del Cloud continua a correre, ma l’Europa resta in bilico tra crescita e dipendenza tecnologica. Nel 2025 il settore vale 112 miliardi di dollari, con un incremento del 20% rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, che sottolinea come quasi il 90% del mercato europeo sia controllato da grandi provider statunitensi o extraeuropei.

“Questo dato – spiega Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio – riaccende il tema della sovranità digitale e della capacità del continente di rimanere competitivo in uno scenario geopolitico sempre più instabile.”
Più della metà delle grandi organizzazioni europee, infatti, lamenta la lentezza dei provider locali nel proporre soluzioni aggiornate e innovative. Da qui la necessità di politiche industriali comuni, filiere digitali europee e collaborazioni tra aziende pubbliche e private.

L’Italia cresce grazie a AI e capacità di innovare

In Italia il Cloud non mostra segni di rallentamento, anzi: nel 2025 tocca gli 8,13 miliardi di euro, con un balzo del 20%. Un risultato che conferma la sua importanza come motore dell’innovazione, sostenuto dalla diffusione dell’intelligenza artificiale e dai progetti di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.

A trainare il mercato è ancora il Public & Hybrid Cloud, con 5,83 miliardi di spesa (+21%). Crescono l’Infrastructure as a Service, il Software as a Service e il Platform as a Service, mentre il Private Cloud fa un salto del 23%, arrivando a 1,39 miliardi. Un aumento legato al bisogno di maggiore controllo sui dati e all’arrivo di nuove offerte di “Cloud sovrano”.

Le imprese scelgono strategie ibride

“Il 2025 segna un punto di svolta – osserva Stefano Mainetti, responsabile scientifico dell’Osservatorio –. Il Cloud è diventato un vero asset strategico, non solo una tecnologia.”
Sempre più aziende adottano strategie ibride: il 46% delle grandi organizzazioni sceglie con cura quali applicazioni spostare sulla nuvola e quali mantenere internamente.

Parallelamente cresce l’attenzione per sicurezza e conformità: il 72% delle imprese ha avviato progetti di cybersecurity e quasi quattro su dieci lavorano per adeguarsi alle nuove regole europee, dal NIS2 al DORA fino all’AI Act.

AI e Cloud, un legame a doppio filo

Il Cloud è ormai la base su cui si costruisce l’intelligenza artificiale. Un quarto delle grandi aziende utilizza già servizi di AI-as-a-Service, ma solo il 30% si affida completamente al Cloud pubblico: la maggioranza preferisce soluzioni private o ibride, per garantire controllo e sicurezza.

“Cloud e AI sono inseparabili – ricorda Mariano Corso, tra i responsabili scientifici dell’Osservatorio – ma servono regole e competenze per gestirli al meglio.” Nonostante qualche ritardo nella governance, oltre la metà delle imprese italiane indica l’AI come la priorità d’investimento per il 2026.