Serie A, i tifosi sono oltre 25 milioni: Juve la più amata

La Serie A si conferma uno dei grandi amori degli italiani. Alla fine della stagione 2024/25 i tifosi delle squadre del massimo campionato sono 25,5 milioni. Lo rivela la ricerca Sponsor Value di StageUp e Ipsos, che da oltre vent’anni fotografa la passione calcistica nel nostro Paese.

Il numero è in crescita rispetto al 2022 (+4,7%) e mostra un dato interessante: quasi la metà dei tifosi, il 45%, è donna. Rispetto al periodo pre-Covid i numeri sono leggermente più bassi, ma il calcio resta comunque lo sport più seguito, capace di coinvolgere quasi un italiano su due.

Juve al top, Inter davanti al Milan

La classifica delle squadre più tifate non cambia. In testa c’è sempre la Juventus con circa 7,8 milioni di sostenitori, nonostante un piccolo calo (-1,4%) dovuto ai risultati poco brillanti.
Alle spalle troviamo l’Inter, che con 4,1 milioni di fan mantiene il sorpasso sul Milan (3,8 milioni). Un dato che si ripete ormai da tre anni e che racconta bene la forza dei nerazzurri negli ultimi campionati.

Alle spalle delle milanesi c’è il Napoli, oggi a quota 3 milioni di tifosi. Gli scudetti vinti negli ultimi anni hanno spinto la crescita del club partenopeo (+15,2% rispetto al 2021/22). La Roma chiude la top five con 1,8 milioni di sostenitori.

Lecce e Atalanta, crescono le tifoserie

Se le grandi dominano per numeri assoluti, le sorprese arrivano dai club che stanno crescendo di più. Su tutti il Lecce, che nell’ultima stagione ha visto aumentare i propri tifosi del 10%. Dietro i salentini ci sono l’Atalanta (+7,5%), il Verona (+4,8%), il Napoli (+4,5%) e il Bologna (+4,1%).

A fare la differenza non sono solo i risultati sul campo – spesso sorprendenti e maturati all’ultimo minuto – ma anche il legame con il territorio e la capacità di mantenere viva la partecipazione dei tifosi per tutta la stagione.

Una passione che continua a bruciare

In sintesi, la Serie A resta il cuore del calcio italiano: da un lato i grandi club che continuano a muovere milioni di persone, dall’altro realtà più piccole che sanno entusiasmare e conquistare nuovi sostenitori.

Un mix che spiega perché, anno dopo anno, il campionato italiano riesce ancora a far battere il cuore a milioni di appassionati.

YouTube: imparare con i video piace a bambini, genitori e insegnanti europei

YouTube aiuta a imparare. Lo ha scoperto una ricerca condotta dalla società di consulenza indipendente Livity, che ha chiesto a oltre 7.000 giovani di età compresa tra 13 e 18 anni in sette Paesi europei come utilizzano le piattaforme digitali per apprendere. I risultati confermano che i giovani, gli insegnanti e i genitori europei utilizzano YouTube per l’istruzione e la creatività. 

Che si tratti di fare ricerche su altre lingue e culture o di cercare un video utile per i compiti di algebra, YouTube è un luogo in cui i giovani possono imparare, esplorare le proprie passioni e trovare un senso di appartenenza. Dentro e fuori la classe.

Contenuti video al servizio dell’apprendimento

I contenuti video ormai svolgono un ruolo centrale nella vita digitale quotidiana degli adolescenti di tutta Europa. Nei focus group condotti da Livity, gli adolescenti hanno espresso la gioia di scoprire nuovi interessi attraverso i video.

Tra gli intervistati, il 74% ha dichiarato di guardare video su YouTube per imparare qualcosa di nuovo per la scuola, il 71% di guardare video su YouTube per imparare qualcosa di nuovo per divertimento o al di fuori della scuola. E il 73% ha dichiarato di guardare contenuti video in generale almeno un paio di volte a settimana per favorire l’apprendimento, sia per la scuola sia per divertimento.

Una risorsa per sviluppare la creatività

Una ricerca di Oxford Economics rivela, inoltre, che genitori e insegnanti di tutti i 27 paesi della UE e del Regno Unito utilizzano YouTube come risorsa fondamentale per aiutare i bambini a imparare, sviluppare la creatività e comprendere il mondo.
In tutta la UE, l’84% degli insegnanti intervistati ha utilizzato contenuti di YouTube nelle proprie lezioni o nei compiti, mentre due terzi (67%) hanno concordato sul fatto che YouTube contribuisce ad aumentare il coinvolgimento degli studenti.

Nel frattempo, i genitori riconoscono il valore di YouTube e YouTube Kids nell’aiutare i bambini a imparare ed esplorare. Tanto che l’80% dei genitori che utilizzano YouTube ritiene che la piattaforma offra contenuti di qualità per l’apprendimento e l’intrattenimento.

Scoprire il mondo, ma con responsabilità 

Inoltre, il 71% dei genitori europei è sicuro di poter guidare i propri figli verso un utilizzo responsabile di YouTube, e due terzi (66%) ritengono che li aiuti a scoprire il mondo.

“YouTube è utilizzato da bambini, genitori e insegnanti a fini educativi e siamo consapevoli del ruolo importante che svolgiamo nella vita dei giovani – spiegano da YouTube -.  Ecco perché siamo una delle prime piattaforme a offrire esperienze pensate appositamente per i giovani. I nostri prodotti per i giovani, YouTube Kids ed Esperienze Supervisionate, sono sviluppati sotto la guida di esperti indipendenti e raggiungono oltre 100 milioni di utenti attivi, registrati e non registrati, ogni mese”.

Phishing 2025: il furto di dati diventa intelligente

Il phishing continua a essere la tipologia di frode on line più diffusa, ma negli ultimi mesi c’è stata un’evoluzione decisamente preoccupante. Non solo sono aumentati gli attacchi, ma sono diventati infinitamente più intelligenti. Secondo i dati di Kaspersky, solo tra aprile e giugno 2025 sono stati intercettati oltre 142 milioni di link dannosi.

In Europa la crescita è stata del 41% rispetto al trimestre precedente. Non si tratta più delle vecchie truffe piene di errori grossolani: oggi dietro ci sono strumenti avanzati, spesso alimentati dall’intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale al servizio del cybercrime

Con i nuovi modelli linguistici, i criminali sono in grado di scrivere e-mail e messaggi indistinguibili da quelli reali. Non ci sono refusi, non ci sono errori: sembra tutto autentico. Nei social e nelle chat spuntano bot che conversano come persone vere, in grado di creare rapporti di fiducia con le vittime.

A rendere il tutto ancora più credibile ci pensano audio e video deepfake: voci di colleghi, dirigenti o persino funzionari bancari che convincono a condividere dati riservati o codici di sicurezza.

I dati biometrici sotto attacco

Gli hacker non si accontentano più delle credenziali di accesso. Oggi puntano a ciò che non può essere cambiato: impronte vocali, riconoscimento facciale, firme elettroniche e persino quelle calligrafiche. Attraverso siti fraudolenti che imitano servizi ufficiali, gli utenti vengono indotti a cedere informazioni preziosissime, che finiscono poi sul mercato nero del web o vengono usate per frodi.

La novità più preoccupante è che i cybercriminali sfruttano strumenti considerati affidabili. Per ingannare anche i sistemi di difesa automatica, molti siti inseriscono persino i classici CAPTCHA, di solito associati a portali sicuri.

Il caso ForumTroll

All’inizio dell’anno Kaspersky ha individuato Operation ForumTroll, una campagna che prendeva di mira media e istituzioni russe. Un semplice clic bastava a infettare i sistemi, sfruttando una vulnerabilità di Chrome mai segnalata prima. Per non farsi scoprire, i link restavano online per pochissimo tempo e poi reindirizzavano a siti autentici.

Come proteggersi

Fidarsi è bene, ma non farsi è meglio: in sintesi è questo il principale consiglio degli esperti. Bisogna diffidare da richieste improvvise di codici o accesso alla fotocamera, evitare di caricare firme su siti poco noti e limitare la condivisione di dati personali online.
E, naturalmente, bisogna sempre tenere aggiornate le soluzioni di sicurezza.

Stereotipi di genere: come li vivono oggi i ragazzi italiani?

Qual è la percezione degli adolescenti italiani sui ruoli di genere? E come interpretano i possibili fenomeni legati alla violenza? Insomma, come cambia il percepito tra generazioni su un argomento tanto sensibile?

A questo proposito ha risposto l’Istat, che ha condotto un’indagine in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità rivolta ai giovani tra gli 11 e i 19 anni per comprendere la diffusione degli stereotipi di genere e le rappresentazioni della violenza nelle relazioni. I risultati offrono uno spaccato prezioso per orientare politiche educative e sociali più efficaci, come previsto dalla Convenzione di Istanbul che sottolinea la necessità di modificare atteggiamenti culturali e comportamenti sociali alla base della disuguaglianza.

Il rapporto ideale si basa sul sostegno reciproco

I ragazzi dimostrano di essere maturi e consapevoli. Infatti, per la maggior parte degli adolescenti, l’elemento centrale di una relazione affettiva è il supporto nei momenti difficili. Lo afferma il 48,1% dei giovani, seguiti da chi ritiene importanti sincerità, fedeltà e comprensione. Solo una minoranza (circa il 10%) dà priorità alla bellezza fisica o all’attrazione.

La gelosia, però, continua a essere vista da molti come segno d’amore: lo pensa il 29,1% degli intervistati, con picchi del 41,3% tra i ragazzi più giovani.

L’aspetto fisico è ancora un valore soprattutto tra le ragazze

Ci sono miti difficili da estirpare. Ne è la riprova che lo stereotipo più radicato è l’idea che l’aspetto fisico sia più rilevante per le ragazze che per i ragazzi. Questa convinzione è condivisa dal 56,4% dei giovani, con lievi differenze tra maschi (58,6%) e femmine (54%).

L’accordo cresce con l’età e risulta più marcato tra i giovani con cittadinanza straniera e in contesti familiari meno agiati o con basso livello d’istruzione dei genitori.

Ruoli in casa: siamo lontani dalla parità 

Il 24,9% degli adolescenti ritiene che gli uomini siano meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche. Anche in questo caso, lo stereotipo è più diffuso tra i maschi (30,4%) e cala con l’età. Le famiglie con madri laureate mostrano una maggiore apertura e un minor grado di adesione a questo tipo di visioni.

La scienza? Per 1 ragazzo su 5 è materia da “uomini”

Un giovane su cinque (21,2%) pensa che i ragazzi siano naturalmente più portati per le discipline scientifiche, tecnologiche e ingegneristiche. La percentuale sale al 29,1% tra i maschi, contro il 12,9% tra le femmine.

Anche qui il livello d’istruzione dei genitori, in particolare delle madri, incide sulla percezione: più alta è la formazione, minore è l’adesione a questo pregiudizio.

Il successo professionale è ancora declinato al maschile

Fortunatamente si allenta un po’ lo stereotipo che vuole che il lavoro sia più importante per l’uomo che per le donne (14,6%). Ma l’idea è dura morire. specie tra i maschi (22%) e tra i giovani stranieri (24,5%).

Questo pregiudizio si lega fortemente all’idea che la realizzazione femminile passi attraverso la famiglia. Però, tra i ragazzi con madri laureate, la percentuale scende fino all’11,7%, e tocca il minimo tra le ragazze con madri molto istruite (5,2%).

Istruzione e contesto fanno la differenza

Dall’indagine emerge come lo status socioeconomico e il livello di istruzione dei genitori, soprattutto delle madri, influenzino in modo determinante le convinzioni degli adolescenti.

Stereotipi e pregiudizi, sebbene ancora presenti, tendono a diminuire in ambienti più educati e consapevoli. Per costruire una cultura del rispetto e dell’uguaglianza, è fondamentale investire in educazione e prevenzione sin dalle prime fasi della crescita.

Dazi USA, a rischio le filiere produttive italiane

Lo rivela un’elaborazione di ReportAziende.it condotta su dati Istat-Comext ed Eurostat aggiornati al 2024: l’entrata in vigore dei nuovi dazi statunitensi al 30%, prevista per agosto su una vasta gamma di prodotti europei, rischia di colpire duramente le filiere produttive italiane più esposte all’export verso gli Stati Uniti.

Le prime stime indicano che l’effetto immediato dell’applicazione della tariffa potrebbe tradursi in una perdita diretta fino a 9 miliardi di euro, mentre considerando anche le conseguenze su filiere, marginalità, investimenti e consumi, la forchetta complessiva stimata si colloca tra 18 e 22 miliardi di euro nel biennio 2025–2026.

I settori più vulnerabili

L’Italia esporta verso gli Usa oltre 70 miliardi di dollari l’anno (63 miliardi di euro), di cui oltre 30 miliardi di euro sono riferibili ai comparti direttamente colpiti dai dazi. 

I settori maggiormente interessati comprendono il farmaceutico, con circa il 18% dell’export italiano di medicinali e preparazioni diretto negli Usa (pari a 13,7 miliardi di dollari su 75 miliardi di dollari totali di settore), la meccanica generale (circa il 6,8 % del valore del comparto), l’automotive (5,5 % dell’export nazionale e 14,7 % dell’export globale), le macchine industriali (tra 5,0 % e 6,8 %), il vino e bevande (4,4 %, 22,7 % export mondiale di settore), la moda e la pelletteria (3,2 %, 9,1 % globale), mobili e arredamento (2,5 %, 14% globale,) metalli e acciaio, con una quota di export verso Usa prossima al 7 %, e l’elettronica medicale, con il 2,6 % delle esportazioni mondiali di settore.

L’impatto territoriale e occupazionale

La “mappa del rischio” di ReportAziende.it evidenzia un’incidenza più forte nel Nord Italia, dove si concentrano le produzioni verso gli Usa.
In particolare, Lombardia (Milano, Brescia, Mantova, pharma, meccanica, moda, formaggi), Emilia-Romagna (Parma, Modena, Reggio, agroalimentare Dop, automotive), Veneto (Treviso, Verona, Vicenza, occhialeria, vino, moda, salumi), Toscana (Firenze, Arezzo, Siena, vino Doc, moda, gioielleria), Piemonte (Torino, Cuneo, componentistica auto, meccanica di precisione, agroalimentare).

Secondo le stime, il 75 % dell’impatto occupazionale si concentrerà nel Nord Italia, con una perdita potenziale tra 115.000 e 145.000 posti di lavoro a livello nazionale, e oltre 25.000 in Emilia-Romagna.

Effetti sui prezzi interni

A partire dal primo trimestre 2026, le difficoltà a smaltire le scorte e l’aumento dei costi di produzione potrebbero tradursi in un +10 % in media sui prezzi al consumo nei settori colpiti, in particolare, formaggi Dop, salumi, olio Evo, vini premium e Doc, abbigliamento e calzature di fascia medio-alta.

Nel 2026 il calo dei volumi potrebbe tradursi fino al 40 % per agroalimentare, meccanica e moda, con il rischio di abbandono del mercato Usa da parte di molte Pmi.
A livello europeo si valutano contromisure su whiskey, automotive e prodotti tech, insieme a strumenti straordinari di sostegno per le imprese.

Welfare: con una spesa pari al 30% del PIL l’Italia è seconda in Europa 

Lo rivela il rapporto realizzato da Fondazione per la Sussidiarietà (FpS), ‘Sussidiarietà e… welfare territoriale’: l’Italia è al secondo posto in Europa per la spesa sociale. Con circa 620 miliardi di euro nel 2022 è pari al 30% del Pil.
Ma molto si potrebbe fare per ottimizzare la spesa, soddisfare la domanda crescente dei cittadini e affrontare le sfide che bassi tassi di natalità, allungamento della vita media e aumento degli anziani pongono nel prossimo futuro.

Tanto che nel 2024 la spesa familiare privata degli italiani per il welfare è stata di circa 138 miliardi di euro, quasi 5.400 euro per ciascun nucleo. Un impegno consistente, che colma il vuoto lasciato in molti settori dall’intervento pubblico.

Investire sullo stato sociale significa costruire società più coese

In Italia il 5% delle famiglie possiede il 46% della ricchezza, mentre quasi il 10% della popolazione è in difficoltà. Particolarmente grave la situazione delle famiglie con persone disabili. Oltre un quarto (28,4%) è a rischio povertà o esclusione sociale.

Negli ultimi tre anni una quota significativa (oltre il 67%) di chi ha richiesto assistenza ha incontrato difficoltà o impossibilità di accesso ai servizi del welfare territoriale.
“Investire sullo stato sociale, sulla sua universalità e inclusività, non è solo un dovere di solidarietà verso i più fragili, ma significa anche costruire società più coese, sistemi più resilienti e una crescita economica più stabile”, sostiene Giorgio Vittadini, Presidente FpS. 

Ma solo il 38% dei cittadini promuove le politiche per la lotta alla povertà

“È venuto il momento di rinnovare il patto sociale che ci unisce, con la cultura della sussidiarietà, che è ricerca del bene comune attraverso la messa a sistema del contributo di tutti”, aggiunge Vittadini.
Eppure, solo il 38% dei cittadini promuove le politiche per la lotta alla povertà e al disagio sociale.

Nel nostro Paese le prestazioni pensionistiche (vecchiaia, invalidità e reversibilità) assorbono quasi la metà delle risorse del welfare, mentre alle politiche sociali (famiglie e minori, disabilità e disoccupazione) è destinato meno del 20%.

Un sistema sbilanciato verso il trasferimento monetario rispetto all’offerta di servizi

Il welfare territoriale in Italia è caratterizzato da un complesso reticolo istituzionale, con competenze distribuite tra Stato, Regioni e Comuni, carenza o assenza di coordinamento e potenziali conflitti.

Il sistema è sbilanciato verso il trasferimento monetario rispetto alla più efficace offerta di servizi. È incentrato sull’offerta di servizi parcellizzati e non sulla presa in carico della persona. Inoltre, il rapporto pubblico-privato sociale è troppo soggetto alle regole di mercato, e manca un sistema di monitoraggio dei bisogni e di valutazione della qualità dei servizi.

Dal Rapporto emerge quindi l’importanza di passare da una visione ‘amministrativa’ dei bisogni a un approccio olistico, che riconosca la complessità e la specificità delle esigenze individuali e comunitarie mettendo al centro la persona.

Cybesecurity: le aziende industriali EMEA non valutano regolarmente le vulnerabilità

Lo studio ‘Securing OT with Purpose-built Solutions’, condotto da Kaspersky in collaborazione con VDC Research, rileva una tendenza preoccupante: un numero significativo di aziende non esegue regolari penetration test o valutazioni delle vulnerabilità.
Una solida strategia di cybersecurity da parte delle aziende presuppone un iniziale check completo degli asset aziendali. Questo consente ai leader di individuare le aree a più alto rischio.

Negli ambienti in cui i sistemi IT e OT convergono non è sufficiente un semplice monitoraggio completo degli asset.
Le aziende devono adottare un metodo di valutazione del rischio allineato alle realtà operative. In questo modo le aziende stabiliscono una chiara linea base degli asset e possono intraprendere una valutazione del rischio che tenga conto dei requisiti e delle potenziali conseguenze fisiche e informatiche causate dalle vulnerabilità.

Il 4% esegue risolve le criticità solo quando necessario

In area EMEA solo il 29% degli intervistati esegue queste valutazioni critiche mensilmente, mentre la maggioranza, ovvero il 48%, le esegue ogni due mesi circa.
È preoccupante poi che il 19,6% effettui queste valutazioni solo una o due volte l’anno e che il 4% risolva le vulnerabilità solo quando necessario. Questo approccio irregolare potrebbe esporre le aziende a minacce sempre più complesse.

Ogni software è vulnerabile a bug, codici poco sicuri e altri punti deboli che i malintenzionati possono sfruttare per compromettere gli ambienti IT.
Per le aziende industriali una gestione efficace delle patch è quindi fondamentale al fine di mitigare questi rischi.

Il 17% applica patch ai sistemi OT una o due volte l’anno

Tuttavia, molte aziende si trovano a dover affrontare sfide rilevanti, spesso con difficoltà nell’assegnare il tempo necessario a sospendere le operazioni per gli aggiornamenti critici.
Molte aziende poi applicano patch ai sistemi OT solo con cadenza mensile o anche più lunga, aumentando in modo significativo l’esposizione al rischio.

In particolare, il 33,9% degli intervistati in EMEA applica le patch mensilmente, mentre il 45% ogni pochi mesi e il 17% una o due volte l’anno.
Le sfide relative alla gestione efficace delle patch vengono amplificate negli ambienti OT. Limitata visibilità dei dispositivi, scarsa disponibilità di patch da parte dei fornitori, requisiti di competenze specialistiche e conformità alle normative aggiungono ulteriori livelli di complessità per la cybersecurity.

Armonizzare i sistemi IT e OT

La crescente convergenza dei sistemi IT e OT rende quindi necessaria l’armonizzazione di questi sistemi tradizionalmente diversi, spesso basati su tecnologie di proprietà anziché su standard aperti.

La sfida è ulteriormente accentuata dalla rapida proliferazione dei dispositivi Internet of Things (IoT), come telecamere, sensori intelligenti per il monitoraggio delle risorse e della salute e sistemi avanzati di controllo della climatizzazione.
La diffusione di dispositivi connessi amplia la superficie di attacco delle aziende industriali, sottolineando l’urgente necessità di adottare solide misure di cybersecurity.

Alimentazione: prezzi e cultura ridefiniscono le abitudini

Emerge dalla nuova Worldviews Survey di WIN, Worldwide Independent Network of Market Research: una maggiore consapevolezza unita alle restrizioni economiche sono strettamente legate ai cambiamenti nei consumi alimentari di tutto il mondo.

Nell’ultimo anno, una parte significativa della popolazione mondiale ha infatti modificato attivamente le proprie abitudini alimentari. Si tratta di un cambiamento che a livello mondiale favorisce modelli di consumo più consapevoli e attenti al costo: quasi la metà (45%) ha ridotto il consumo di fast food, il 37% di alimenti confezionati e il 40% l’assunzione di dolci.
Allo stesso tempo, l’aumento del costo della vita ha spinto i consumatori a rivalutare le proprie abitudini alimentari, riducendo gli elementi non essenziali e aumentando il consumo di cibi freschi. 

Cresce l’uso di vitamine. Con qualche differenza tra i Paesi

Dal 2018, si registra un notevole aumento globale delle persone che assumono regolarmente vitamine, passate dal 25% al 34%.
Questo comportamento è più comune tra le donne (38%), gli anziani (39% vs 27% 18–24enni) e chi ha un livello di istruzione più alto (46% vs 27% basso livello di istruzione). 

Tuttavia, questa tendenza positiva nasconde marcate differenze regionali e nazionali.
Gli Stati Uniti sono in cima alla classifica, con il 57% degli intervistati che assume regolarmente vitamine, seguiti da Finlandia (56%) e Canada (52%). 
All’estremo opposto, la Costa d’Avorio registra la percentuale più bassa (11%), seguita da Argentina (16%), Perù e Cile (entrambi 17%) e Thailandia (19%). 

Il caso virtuoso del Giappone

Il Giappone si distingue per la notevole stabilità alimentare. La maggior parte degli intervistati non segnala cambiamenti significativi nella propria dieta nell’ultimo anno. Una coerenza attribuibile alla cultura alimentare giapponese, da sempre orientata a pasti bilanciati e nutrienti. Inoltre, i cibi confezionati e pronti in Giappone sono associati a standard elevati di freschezza, qualità e presentazione.

Le preferenze culturali per la routine, l’elevata fiducia nelle normative sulla sicurezza alimentare e la presenza di una popolazione anziana che tende a mantenere abitudini consolidate contribuiscono alla stabilità delle abitudini alimentari in Giappone. Il Paese registra infatti il minor numero di cambiamenti nelle abitudini alimentari in quasi tutte le categorie analizzate, tra cui dolci, fast food, prodotti biologici e alimenti confezionati.

E in Italia? Si riduce il consumo di carne, sale, piatti pronti

Sebbene si registrino aumenti nel consumo di alcuni alimenti meno salutari tra i giovani (fast food, dolci), prevalgono tendenze di riduzione per carne, sale e piatti pronti, e un leggero aumento di alimenti biologici e a basso contenuto di zuccheri e grassi.

La maggior parte degli italiani dichiara una buona salute percepita e mostra una crescente attenzione verso le proprie abitudini alimentari.
Il 16,3% definisce il proprio stato di salute ‘molto buono’, mentre il 63,1% ‘buono’, per un totale di risposte positive pari al 79,4%. Solo il 4,2% ritiene di avere una salute ‘non buona’.
Nella fascia 18-24 anni l’85,2% si considera in buono stato di salute.

Industria a Milano Monza Brianza Lodi nel primo trimestre 2025 

Nel primo trimestre 2025, rispetto al primo trimestre 2024, la produzione industriale dell’area metropolitana milanese è in crescita del +1,3%, un dato superiore a quello lombardo (-0,4%). Quanto al fatturato, sempre a lòivello tendenziale, la crescita è del 3,3% a livello locale e + 0,7% regionale.

In relazione al portafoglio ordini, l’aumento tendenziale per l’area di Milano è del +1%, una performance lievemente più bassa rispetto alla manifattura lombarda (+1,4%). Per i mercati esteri milanesi, invece, il miglioramento è del +4,2%, superiore sia alla componente interna (-0,6%) sia agli ordini esteri lombardi (+3%), mentre gli ordini interni regionali restano stabili (+0,3%).
Emerge dalle elaborazioni del Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Milano: tenuta congiunturale per la produzione

Per la produzione industriale milanese il primo trimestre 2025 delinea una tenuta congiunturale rispetto al quarto trimestre 2024 (+0,5% destagionalizzato), e cresce lievemente anche il fatturato (+0,7%).
Rispetto al dato lombardo, il dato milanese è simile per la produzione (+0,4% in regione) ed è più contenuto l’aumento del fatturato locale (Lombardia +0,1% destagionalizzato).

Per gli ordini interni il dato congiunturale è in lieve calo per l’industria milanese (-0,3%) così come per la manifattura lombarda (-0,3% destagionalizzato).
Negli ordini esteri, la performance milanese cresce del +1,5% mentre la Lombardia del +0,4% destagionalizzato) 

Portafoglio ordini in calo per la manifattura brianzola

La crescita tendenziale della capacità produttiva colloca i volumi prodotti nell’area di Monza e Brianza a un livello abbastanza stabile, in lieve calo, rispetto al primo trimestre 2024 (- 0,5%), in linea con il calo del dato lombardo (-0,4%). Nello stesso periodo, i dati della manifattura brianzola per il fatturato (+0,1%) sono stabili, con una crescita minore rispetto al dato lombardo (+0,7%).
Sempre rispetto al primo trimestre 2024, il portafoglio ordini del manifatturiero brianzolo evidenzia un calo reale maggiore rispetto a quello in Lombardia (rispettivamente -2,5% e +1,4%). 

Si rileva però una tenuta congiunturale: per la produzione industriale il primo trimestre 2025 registra un aumento del +0,4% destagionalizzato rispetto al quarto trimestre 2024, mentre cala lievemente il fatturato (-0,4% destagionalizzato).
Stabili le commesse acquisite dai mercati esteri (+0,1% destagionalizzato), in calo quelle interne (-1,6%). 

Fatturato di Lodi +6,2% tendenziale

Nel primo trimestre 2025 rispetto all’anno precedente, si verifica un trend di crescita per la produzione. Relativamente all’analisi tendenziale, raffrontata al primo trimestre 2024, l’aumento della produzione si attesta a +5,3%, una performance migliore rispetto al dato lombardo (-0,4%).
In relazione al fatturato, nel confronto con il primo trimestre 2024, il recupero si attesta a +6,2%, superiore per intensità al dato regionale (+0,7%).

Gli ordini in un anno sono in crescita del +6,1% rispetto al +1,4% lombardo. 
In crescita, rispetto al trimestre precedente ,il trend congiunturale della produzione industriale (+1,3% destagionalizzato), accompagnato dal l’aumento del fatturato (+3% destagionalizzato).
Crescono poi le commesse acquisite dai mercati interni (+2,8% destagionalizzato), così come gli ordini esteri (+0,9%). 

Superbonus: spesi altri 1,8 miliardi nei primi mesi del 2025

Nonostante la riduzione dell’incentivo al 65% a partire dal 2025, il Superbonus continua a pesare sulle finanze dello Stato. Nei primi tre mesi dell’anno, infatti, la spesa pubblica legata a questa misura è aumentata di ulteriori 1,8 miliardi di euro. Il totale complessivo degli oneri sostenuti dallo Stato ha così raggiunto i 126 miliardi di euro. Lo conferma l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che ha analizzato l’impatto economico dell’agevolazione.

Secondo i dati, l’effetto “trascinamento” delle richieste ancora in corso ha fatto salire i costi, nonostante il rallentamento imposto dalla stretta normativa avviata nel 2024. Se non ci saranno nuove proroghe, dal 2026 il Superbonus sarà definitivamente archiviato.

Le Regioni che spendono di più (e quelle che spendono meno)

Nel primo trimestre del 2025, Campania, Marche e Molise si sono distinte per l’aumento più marcato degli oneri: rispettivamente +301,6 milioni, +87,6 milioni e +19,3 milioni di euro. All’estremo opposto, la crescita più contenuta si è registrata in Puglia, Valle d’Aosta e Sardegna.

Benefici o costi? Dove pende l’ago della bilancia  

Il provvedimento ha diviso l’opinione pubblica e la politica. I sostenitori sottolineano i benefici generati: aumento del PIL, più occupazione, maggiore gettito fiscale e riduzione delle emissioni. Tuttavia, studi della Banca d’Italia sollevano dubbi sull’effettivo rapporto costi-benefici. In particolare, si stima che l’impatto ambientale positivo impiegherebbe quasi 40 anni per ripagare la spesa pubblica sostenuta.

Un dato preoccupante riguarda il 25% dei beneficiari: secondo i ricercatori, questi avrebbero comunque realizzato gli interventi, anche senza l’incentivo. Un comportamento che ha contribuito a generare un “costo inutile” per lo Stato stimato in almeno 45 miliardi. Anche Corte dei Conti e Banca d’Italia hanno evidenziato l’effetto regressivo del Superbonus, che ha finito per favorire maggiormente le fasce più abbienti.

Interventi affrettati e di scarsa qualità

Il boom di richieste ha alimentato una crescita economica tra il 2021 e il 2022, contribuendo per circa 1,4-2,6 punti percentuali al PIL nazionale. Tuttavia, l’impennata della domanda ha anche portato a lavori svolti in tempi strettissimi e, spesso, senza gli standard qualitativi adeguati. Molti edifici ristrutturati con il Superbonus mostrano già segni di criticità.

In parallelo, l’aumento dei prezzi dei materiali ha messo in crisi numerosi appalti pubblici: la necessità di adeguare i costi ha causato rallentamenti e sospensioni nei cantieri in tutta Italia.

Tanti fondi spesi, pochi edifici coinvolti

Alla fine di marzo 2025, gli interventi legati al Superbonus hanno interessato quasi 500mila edifici, pari appena al 4,1% del patrimonio residenziale italiano. Le regioni più attive sono state Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia, Trentino-Alto Adige e Toscana. Al contrario, nel Sud Italia l’interesse è stato decisamente più basso.

Costo medio per intervento: oltre 250 mila euro

Il costo medio per ogni ristrutturazione coperta dall’incentivo si attesta sui 252.000 euro. Spiccano la Valle d’Aosta, con una media record di 402.000 euro, seguita da Liguria, Campania, Basilicata e Lombardia. Le spese più contenute si registrano invece in Veneto, Sardegna e Toscana.