Nuova occupazione: uomini e donne la cercano in modi diversi 

Gli uomini e le donne sono diversi, anche quando si tratta di scelte professionali. Il dato emerge da un’indagine condotta dal Centro Studi di Fòrema, ente di formazione del sistema confindustriale veneto, che ha approfondito le esigenze e le aspettative di coloro che cercano lavoro o desiderano cambiarlo, evidenziando notevoli differenze tra uomini e donne.

La ricerca, che ha coinvolto oltre oltre duecento persone tra corsisti e disoccupati, fornisce un quadro dettagliato del tema “Cosa ti serve per lavorare?” in un periodo caratterizzato dalle rivoluzioni green e digitali.

Chi pensa alla busta paga, chi alla soddisfazione personale

Gli uomini risultano più orientati alla busta paga, con il 51% che pone maggiore enfasi sulla sicurezza economica, rispetto al 45% delle donne. Le signore, invece, manifestano interessi più ampi e articolati: considerano infatti aspetti come la crescita professionale e umana (14% vs 11%), l’autorealizzazione (12% vs 10%), e la gestione delle competenze (8% vs 5%). Questo riflesso dei ruoli tradizionali di “breadwinner” evidenzia le diverse prospettive di uomini e donne anche sul lavoro.

La formazione è una priorità per le lavoratrici

Per quanto riguarda la formazione, le donne vi ripongono una maggiore fiducia, attribuendo maggiore importanza ai percorsi formativi rispetto agli uomini (55% vs 38%). Le competenze digitali risultano fondamentali per entrambi i generi, con il 56% delle donne e il 50% degli uomini che le ritengono cruciali.

La formazione tecnica è anch’essa ritenuta importante dal 47% degli intervistati, mentre il tirocinio formativo, fondamentale per il 73% del campione, risulta essere una metodologia apprezzata per sviluppare competenze direttamente in azienda.

I giovani puntano sulle skills tecniche e tecnologiche

Per i giovani, la formazione tecnica è prioritaria nel 75% dei casi, mentre le digital skills sono essenziali per tutte le fasce d’età. Inoltre, il tirocinio formativo gode del massimo favore da parte dei giovani (58%). Questo strumento rimane gradito anche dopo i 30 anni, con una percentuale del 42% fra gli intervistati che lo apprezza.

Le donne mostrano un grande interesse nell’accesso alle informazioni sul mercato del lavoro (62%), mentre i giovani manifestano un forte appeal nei confronti dei bonus (67%) come incentivo alla partecipazione alle attività. L’occupazione influisce sulla percezione degli strumenti proposti: il 50% di chi cerca lavoro lavoro li ritiene cruciali, contro il 34% di chi è già occupato. 

Per concludere

In conclusione, l’indagine offre uno sguardo approfondito sulla complessità delle motivazioni e delle aspettative legate al lavoro, evidenziando la necessità di rispondere alle esigenze differenziate di uomini, donne e giovani nel contesto che stiamo vivendo.

Vivibilità in Europa: l’Italia si posiziona male in classifica  

Costi della vita e delle utenze penalizzano i “voti” relativi alla vivibilità del nostro Paese, che risulta tra i peggiori in Europa. Nonostante un leggero calo dell’inflazione e dei costi energetici rispetto ai massimi storici degli ultimi anni, l’attenzione sulla problematica del prezzo degli affitti e dell’energia elettrica persiste in Italia e nel resto d’Europa. La banca online N26 ha condotto uno studio sull’Indice di Vivibilità, esaminando i dati relativi a spese per l’abitazione ed energetiche in ogni paese europeo.

L’obiettivo è identificare le nazioni che offrono la migliore qualità di vita, considerando aumenti salariali, densità di popolazione e il livello di felicità dei residenti.

L’Italia: il problema degli stipendi troppo bassi

Secondo i risultati dello studio, l’Italia si posiziona al penultimo posto per vivibilità, preceduta solo dal Regno Unito. Il costo degli affitti e dell’energia elettrica impatta notevolmente sugli stipendi mensili degli italiani, tra i più bassi in Europa. Con oltre il 52% del salario destinato all’affitto, la situazione economica italiana evidenzia un problema enorme. Insomma, il nostro della vita è troppo alto e difficilmente sostenibile.

La Danimarca in testa alla classifica

Al contrario, la Danimarca si distingue come il miglior paese europeo in cui vivere, con un impatto meno pesante sugli stipendi in termini di affitti ed energia elettrica. Con rispettivamente il 21% e il 18% del salario destinato agli affitti, Svizzera e Belgio si collocano al secondo e terzo posto nella classifica. In questi Paesi è evidente una situazione più favorevole per quanto riguarda la proporzionalità tra reddito e costi abitativi.

I Paesi Bassi al terzultimo posto

Sorprendentemente, i Paesi Bassi occupano il terzultimo posto nella classifica N26, con circa il 37% del salario destinato a coprire il costo dell’affitto. Questa percentuale più elevata rispetto ai paesi in testa riflette un’importante sfida economica nel bilanciare la propria economia interna.

In conclusione, la vivibilità in Europa è fortemente influenzata dal costo degli affitti e da quelli dell’energia elettrica. Mentre Danimarca, Svizzera e Belgio offrono una qualità della vita superiore, l’Italia si trova ad affrontare tensioni importanti, evidenziate dalla quota significativa del salario destinata agli affitti. Un’attenta riflessione sulle politiche economiche e abitative potrebbe contribuire a migliorare la situazione e rendere il vivere in Italia più accessibile ed equilibrato.

Percezione e realtà: che divario c’è e come le vivono i cittadini? 

Il divario tra la percezione e la realtà dei fatti è un fenomeno diffuso, come dimostra l’indagine Ipsos condotta su un campione 10.000 persone residenti in 10 Paesi, tra cui l’Italia. , L’obiettivo dell’analisi è testare le convinzioni delle persone su questioni sociali, politiche ed economiche confrontandole con i dati reali. le sorprese, ovviamente, non mancano.

Immigrazione, cultura, religione, criminalità : visioni distorte  

La percezione dell’immigrazione è distorta in tutti i Paesi esaminati. La media del divario tra percezione e realtà è del 24% rispetto al 12%, un fenomeno riscontrato anche in Italia (21% vs. 11%). Le percezioni errate riguardo alla presenza di musulmani sono evidenti. Mentre la cifra reale è del 3%, la percezione nei 9 paesi a maggioranza non musulmana è superiore al 17%. In Italia, la convinzione che il 19% sia musulmano contrasta con la realtà, dove sole il 4,8% pratica questa religione.

Anche per quanto concerne la criminalità c’è molto da dire. La maggioranza degli intervistati ritiene erroneamente che il tasso di omicidi sia aumentato dal 2000, sebbene sia diminuito in tutto il mondo, tranne negli Stati Uniti. In Italia, il 55% crede che gli omicidi siano aumentati negli ultimi vent’anni.

Disuguaglianza economica: un fenomeno sovrastimato

La percezione della disuguaglianza economica è sovrastimata. La quota di ricchezza detenuta dall’1% delle famiglie più abbienti è stimata al 36%, ma il dato reale è del 13%. Anche in Italia, il divario tra percezione e realtà è evidente (36% vs. 14%).

Teorie del complotto

Le credenze irrazionali coinvolgono oltre un quarto del campione nei dieci Paesi. In Italia, il 24% crede nei fantasmi, il 17% nella stregoneria e il 16% nella chiaroveggenza, percentuali inferiori alla media degli altri stati. Quasi la metà delle persone è sospettosa verso gli scienziati, preferendo affidarsi all’esperienza personale. In Italia, questa percentuale si attesta al 42%.

Alcune teorie del complotto, come un presunto progetto di sostituzione della popolazione con immigrati (24% in Italia), trovano riscontro tra il 15% e il 25% degli intervistati nei dieci Paesi. La diffidenza verso il governo ucraino (27% in Italia) e le teorie sulla falsità delle missioni spaziali americane (20% in Italia) sono altrettanto diffuse.

L’importanza di avere informazioni corrette

In sintesi, l’indagine evidenzia un divario significativo tra percezione e realtà in diverse sfere della società, sottolineando l’importanza di informazioni corrette e consapevolezza pubblica.

Dimissioni del personale: alle aziende possono costare 2 milioni di euro all’anno

È quanto emerge dal terzo Outlook dell’Osservatorio sulla formazione continua curato da OfCourseMe. Tra le spese legate all’onorario di un’agenzia di head hunting e quelle relative a un periodo di mancata produttività il costo che deve affrontare un’azienda di medio-grande dimensione (500 dipendenti) quando perde talenti (e deve assumerne di nuovi) è di circa 2 milioni di euro l’anno.

“Supponiamo di avere un’impresa di 500 persone, con una perdita di figure qualificate, churn, dell’8% annua – spiega Davide Conforti, Presidente dell’Osservatorio e Founder di OfCourseMe -. Abbiamo calcolato che i costi affrontati, in termini di spese per le agenzie di head hunting e mancata produttività, e tenendo conto del tempo medio per l’assunzione di una nuova persona, pari a 2,5 mesi, è di 2 milioni di euro in un anno”.

Come affrontare la “piaga” della perdita di talenti? La risposta è nell’upskilling

La domanda che si è posto l’Osservatorio è la seguente: come possono le imprese affrontare la ‘piaga’ della perdita di persone chiave, il conseguente vuoto di competenze, e al contempo, cercare di contenere i costi?

“La risposta risiede nell’upskilling – aggiunge Davide Conforti -, una strategia vincente che non solo mitiga i rischi, ma contribuisce attivamente a migliorare il business”.
Ma quanto è effettivamente tangibile l’impatto della formazione? E, soprattutto, è possibile calcolarne il ROI?

La formazione continua non è solo una spesa necessaria, ma un investimento strategico

“Grazie a iniziative di sviluppo professionale è possibile mitigare il churn di almeno il 10% – sottolinea Conforti -. Questo equivarrebbe a un risparmio di 200 mila euro”.
Confrontando il costo medio di un piano di upskilling su una popolazione di circa mille persone con i benefici derivanti dalla riduzione del churn i risultati calcolati dall’Osservatorio sono sorprendenti. Il ROI dell’upskilling si attesta infatti tra 3 e 6 volte l’investimento iniziale. Ciò dimostra che la formazione continua non è solo una spesa necessaria, ma un investimento strategico che si ripaga ampiamente da sé già nel corso del primo anno.

Ma occorre valutare puntualmente competenze critiche e skill gap su cui intervenire

“L’effetto positivo della formazione richiede, però, un approccio strategico da valutare puntualmente in relazione alle prospettive dell’impresa – puntualizza ancora il manager -. È necessario avere chiaro quali siano le competenze critiche e gli skill gap su cui intervenire. Da qui, avviare percorsi di upskilling personalizzati, in grado di coinvolgere le singole persone”.

Bonus pet: anche nel 2024 nessuna svolta

In Italia non esiste un Sistema Veterinario Nazionale alla stregua di quello per gli umani, pertanto, quando l’amico a quattro zampe si ammala i conti sono piuttosto salati, e senza possibilità di costi calmierati.
Ma è possibile accedere a un Bonus Animali Domestici 2024 per risparmiare o recuperare i costi?

Purtroppo al momento non si può parlare di un vero e proprio Bonus per gli animali domestici, ma di una detrazione sulle spese già sostenute. Che sono piuttosto variabili: da poco meno di 100 euro per una prima visita ad alcune centinaia di euro per interventi di routine, come la sterilizzazione.
Per non parlare dei costi per interventi chirurgici straordinari, che possono richiedere anche l’esborso di diverse migliaia di euro.

Spese obbligatorie: dal microchip alle vaccinazioni

Spesso si tratta di circostanze impossibili da evitare. Come, ad esempio, il microchip obbligatorio previsto per i cani su tutto il territorio nazionale, oppure le vaccinazioni per prevenire determinate malattie. O ancora, l’insorgenza di patologie croniche dovute all’età dell’animale.
A tutto ciò si aggiunge un’alimentazione sana, costituita da prodotti di qualità che utilizzano materie prime certificate per far sì che la salute del pet non risenta troppo del passare del tempo.
In sostanza, secondo un’indagine effettuata da Federconsumatori per il mantenimento di un cane si possono spendere all’anno fra i 1.700 e i 2.500 euro, in base alla taglia e all’età, mentre per un gatto in media circa 1.200 euro annuali.

Detrazione sulle spese veterinarie

Nel corso degli anni si è discusso sulla possibilità di introdurre agevolazioni per consentire ai detentori di animali di recuperare almeno in parte le spese veterinarie sostenute.

La più ‘famosa’ risale al 2022, quando l’onorevole Michela Vittoria Brambilla aveva proposto un bonus di 150 l’anno per ciascun animale domestico iscritto all’anagrafe (fino a un massimo di tre) destinato a tutti coloro con reddito ISEE inferiore a 15.000 euro. Tuttavia, la proposta non è stata inserita nella Legge di Bilancio 2023.
Qualunque sia la spesa annuale destinata al pet c’è comunque la possibilità di recuperare in parte quanto sostenuto tramite la detrazione del 19% prevista a livello nazionale.

Requisiti per la detrazione

La legge prevede la possibilità di presentare al massimo 550 euro di spese sostenute alle quali viene sottratta una franchigia di 129,11 euro. Sul risultato, si applica la detrazione.

Presentando tutte le fatture accumulate per le prestazioni veterinarie si possono quindi ricevere fino a circa 80 euro di rimborso.
Tale agevolazione non è però prevista per tutte le spese sostenute per l’animale domestico, ma solo per le visite ambulatoriali effettuate dal veterinario, le analisi di laboratorio, gli esami diagnostici (come lastre ed ecografie), gli interventi chirurgici e i giorni di ricovero presso cliniche veterinarie.
Inoltre, i farmaci destinati agli animali, con o senza ricetta, purché siano acquistati in farmacia.

Auguri di Natale: cosa si augurano davvero gli italiani?

Gli italiani sono sempre più in affanno, e la condizione di precarietà si ripercuote anche sui buoni auspici che ci si augura a Natale. In un periodo di sfide globali che mettono a dura prova la società, emerge una profonda necessità di ritornare ai valori fondamentali e alle priorità più preziose.

Insomma, basta con i tradizionali “auguri a te e famiglia”. Ma cosa si augurano e augurano davvero gli italiani a Natale? La grande maggioranza, una vita senza stress e ansia (71%), poi prospettive lavorative migliori e stabili (59%), serenità di vivere in un mondo all’insegna della pace (66%) e salute per sé stessi e i propri cari (62%). Lo ha scoperto un’indagine promossa da Baci Perugina, e condotta su un campione di 1200 utenti web.

L’atmosfera è ideale per i buoni sentimenti

Il Natale è da sempre un periodo speciale, capace di portare serenità e magia, e far ‘rallentare’ quanto basta per riflettere sulle cose che veramente contano nella vita.
Il 64% degli intervistati attende il periodo natalizio poiché è un momento di pausa, dove alcuni gesti ricevono maggiore attenzione.

Ma non solo, c’è anche chi lo definisce ‘il periodo preferito dell’anno’ (56%) o chi lo accosta a un’atmosfera ideale per i buoni sentimenti (49%) e a sentire persone solitamente distanti (44%).

WhatsApp sostituisce biglietti e cartoncini scritti a mano

Ma come scrivono le frasi d’augurio e buon auspicio gli italiani?
Utilizzando frasi standard (25%), in modo personalizzato (24%), con citazioni d’autore (21%) oppure scegliendo versi di canzoni (18%).
Ma in un momento storico sempre più frenetico in cui tutto ciò che si vive è anche online non sorprende che per scrivere i propri biglietti d’auguri il 29% attinga da internet, dai social (26%), dai libri (22%) e il 17% chiede di scriverli direttamente all’Intelligenza artificiale (ChatGPT).

E prima ancora dei classici cartoncini scritti a mano (26%) gli italiani preferiscono inviare i propri auguri di Natale tramite WhatsApp (32%).
A seguire, i tradizionali auguri fatti a voce nel giorno di Natale o alla Vigilia (21%) e quelli scritti via e-mail a clienti e colleghi nei giorni che precedono le festività (14%).

Ai regali non si rinuncia

Non ci sono dubbi, invece, sulle persone da cui gli italiani preferirebbero ricevere gli auguri: al primo posto il partner (30%), seguiti da genitori (27%), amici (22%) e parenti (15%).
Diverso è il periodo in cui si preferisce fare i propri auguri: c’è chi li manda durante la mattina di Natale (32%) o nel corso della giornata, e chi invece la vigilia (31%), senza contare chi li invia le settimane precedenti per condividere gli auguri con colleghi, clienti e amici prima della chiusura (11%).
In ogni caso, per accompagnare un messaggio di auguri, gli italiani optano per un regalo personalizzato (26%), seguito dal tradizionale cesto natalizio (23%), gioielli (17%), giochi (14%) e le piante (13%).

Investimenti digitali nel 2024: nelle imprese previsto un incrementi dei budget dell’1,9%

Nel complesso contesto geopolitico attuale, l’Italia registra una crescita costante degli investimenti digitali, tanto che si prevede un aumento dell’1,9% nei budget ICT delle aziende entro il 2024. Tale incremento conferma il trend positivo degli ultimi 8 anni, superando le previsioni di crescita del PIL nazionale. Per quanto riguarda le grandi imprese, le spese si concentrano principalmente su sistemi di Information Security (57%), soluzioni di Business Intelligence e visualizzazione dati (45%), e Big Data Management e architettura dati (37%).
Da notare che al quarto posto, con un 31%, spiccano gli investimenti in Artificial Intelligence, Cognitive Computing e Machine Learning, in notevole crescita rispetto all’anno precedente.

La digitalizzazione porta a un incremento di organico

Secondo i responsabili delle aziende coinvolto in un’indagine mirata, l’innovazione digitale ha contribuito a un aumento dell’organico grazie a una maggiore attrattività e crescita (24% delle imprese), piuttosto che a una riduzione di personale per efficienza dei processi e automazione (14%). Tuttavia, l’impatto principale è stato una crescita della qualificazione professionale, indicata dal 50% delle aziende.

L’Open Innovation

Nel contesto di un mondo in continua evoluzione, l’Open Innovation emerge come catalizzatore di trasformazione. Nel 2023, l’86% delle grandi aziende italiane adotta pratiche di innovazione aperta, mentre nelle PMI la percentuale si attesta poco al di sotto della metà, con una crescita più lenta. Questi risultati emergono dalla ricerca condotta dagli Osservatori Startup Thinking e Digital Transformation Academy della School of Management del Politecnico di Milano.

Nelle aziende debutta la Direzione Innovazione

Nelle imprese italiane si stanno diffondendo nuovi modelli organizzativi e ruoli con responsabilità diffuse sull’innovazione. Il 41% delle grandi aziende ha formalizzato una Direzione Innovazione, mentre il 51% ha definito figure di Innovation Champion. Il 74% ha adottato azioni di “Corporate Entrepreneurship” per stimolare approcci imprenditoriali, con particolare attenzione alla formazione su competenze digitali e imprenditoriali (55%).

La principale sfida per la trasformazione digitale, secondo il 47% delle grandi imprese, è la mancanza di competenze digitali interne, seguita dalla reticenza delle persone ad adottare strumenti digitali (44%) e dalla difficoltà ad attirare professionisti con competenze STEM e digitali (34%).

I principali “motori” di innovazione? Le start up

L’Open Innovation continua a crescere, con oltre la metà delle grandi aziende che destinano un budget specifico a iniziative di questo tipo. Le società di consulenza vedranno una diminuzione delle preferenze, passando dal 25% all’18%, mentre le startup diventeranno fonte principale di innovazione per un terzo dei manager nei prossimi tre anni. Infatti la collaborazione tra aziende e startup è in aumento, con il 58% delle grandi aziende che già collabora con startup (rispetto al 33% del 2018), e l’80% che prevede di farlo nel prossimo futuro.
Tuttavia, ci sono sfide significative, come il rischio di tempi di sviluppo superiori alle aspettative (44% delle imprese).

Si può cucinare con l’acqua del rubinetto?

Si può cucinare con l’acqua del rubinetto?

Si può cucinare con l’acqua del rubinetto? Questo è quello che si chiedono un pò tutti gli appassionati di cucina.

Si tratta di un argomento molto interessante e comune a tutti noi: possiamo cucinare con l’acqua del rubinetto o dobbiamo preoccuparci di qualcosa?

Spesso ci si pone questa domanda e la risposta dipende da tanti fattori che evidenzieremo di seguito, assieme ai vantaggi e i (falsi) miti legati all’utilizzo dell’acqua del rubinetto in cucina.

Qualità dell’acqua del rubinetto

L’acqua è un ingrediente fondamentale in cucina e utilizzarne una di qualità è essenziale per ottenere piatti deliziosi e salutari.

Molti di noi potrebbero essere tentati dall’acquistare acqua in bottiglia, ma non sempre questo è necessario.

Prima di tutto, è importante comprendere che la qualità dell’acqua del rubinetto può variare da una località all’altra. In molti paesi, vengono adottate rigorose norme di sicurezza e controlli per garantire che l’acqua proveniente dal rubinetto sia potabile.

In Italia le aziende preposte alla gestione dell’acqua monitorano costantemente la qualità della stessa per garantire che questa sia sicura per il consumo umano.

Chiaramente ci sono delle zone in cui vi è una maggiore concentrazione di calcare o vi sono problemi con le tubazioni vetuste, motivo per il quale il consumo dell’acqua del rubinetto in quel caso è sconsigliato.

Vantaggi di cucinare con l’acqua del rubinetto

Una delle principali ragioni per cucinare con l’acqua del rubinetto è la sua praticità. Non sarà più necessario preoccuparsi di acquistare, trasportare e conservare bottiglie d’acqua. Basterà aprire il rubinetto e avere a disposizione tutta l’acqua che si vuole.

Tra l’altro cucinare con l’acqua del rubinetto può rappresentare un notevole risparmio dato che l’acqua in bottiglia ha un prezzo al litro decisamente superiore.

Un altro aspetto importante da considerare è l’impatto ambientale. L’utilizzo dell’acqua del rubinetto riduce la quantità di plastica generata dalle bottiglie d’acqua. Contribuirete così a ridurre l’inquinamento causato dalla produzione e dallo smaltimento di queste bottiglie.

Miti e realtà sull’acqua del rubinetto

Esistono alcuni miti diffusi riguardo all’acqua del rubinetto che possono indurre le persone a preferire alternative costose o inquinanti come l’acqua in bottiglia. Vediamo di sfatare alcuni di questi miti.

Nella maggior parte delle città italiane, l’acqua del rubinetto è sicura da bere. Le autorità locali controllano attentamente la qualità dell’acqua e adottano misure per garantirne la potabilità. Se avete dubbi sulla qualità dell’acqua nella vostra zona, potete consultare i rapporti pubblici sulle analisi dell’acqua o chiamare il vostro fornitore idrico locale.

Spesso inoltre, si sente dire che l’acqua di rubinetto altera il sapore dei cibi. In realtà l’acqua del rubinetto, quando è di buona qualità, non altera affatto i sapori.

Ad ogni modo, in alcune zone essa potrebbe presentare un sapore o un odore leggermente diverso a causa di sostanze come il cloro utilizzato per la disinfezione. Questo problema può essere facilmente risolto installando uno degli appositi depuratori acqua che possono aggiustarne il sapore e renderlo più gradevole.

Ulteriori consigli per migliorare il sapore dell’acqua del rubinetto

Se desiderate migliorare il sapore dell’acqua del rubinetto, ecco alcuni suggerimenti utili:

1. Lasciate riposare l’acqua in una caraffa aperta per alcuni minuti prima di utilizzarla. Questo permetterà di evaporare ad eventuali sostanze che alterano il sapore.

2. Utilizzate un filtro (o caraffa con filtro) per rimuovere eventuali impurità o sostanze indesiderate.

3. Fate controllare le tubazioni in casa e sostituitele se ossidate, dato che questo problema può alterare il sapore dell’acqua.

Conclusioni

In sintesi, cucinare con l’acqua del rubinetto può essere una scelta sicura, conveniente e sostenibile.

La qualità dell’acqua del rubinetto viene dunque attentamente monitorata per garantire che sia potabile e priva di contaminanti. In questa maniera è possibile risparmiare denaro, ridurre l’impatto ambientale e godere di tutti i vantaggi che l’acqua di rubinetto offre, tra tutti anche la praticità d’uso ed il risparmio a livello economico.

Dunque, non abbiate paura di utilizzare l’acqua del rubinetto per cucinare i vostri piatti preferiti.

Godetevi la praticità, il risparmio e il gusto delizioso che potrete ottenere semplicemente aprendo il rubinetto. Buon appetito!

Smart TV: nel 2023 sorpassano quelle tradizionali 

Lo rivela il Sesto Rapporto Auditel-Censis, ‘La nuova Italia televisiva’: nel 2023 le Smart tv superano le tv tradizionali. 

Negli ultimi sette anni le tv tradizionali si sono ridotte di 12 milioni e 100mila esemplari, arrivando a 20 milioni e mezzo, mentre le Smart tv sono triplicate, passando da poco più di 7 milioni a 21 milioni (+13 milioni e 600mila).
Inoltre, sono 122 milioni i device presenti nelle case degli italiani, +2,2% nell’ultimo anno e +9,6% dal 2017 a oggi, per una media di circa cinque schermi per famiglia e oltre due schermi per individuo.

Aumenta la visione in streaming

La crescita degli schermi dipende esclusivamente dall’aumento di quelli connessi, che permettono di integrare i contenuti della tv lineare con l’offerta in streaming.
Nel 2023 sono 97 milioni, +31,7% negli ultimi sette anni e +4,4% nell’ultimo anno, con una media di quattro device connessi per abitazione.

“Nel 2023, 26 milioni e 300mila italiani, il 45,8% del totale, ha fruito di contenuti televisivi su piattaforme e siti web. Nel 2017 erano il 27% del totale e non raggiungevano 16 milioni – spiega Andrea Imperiali, presidente Auditel -. Sono quindi aumentati del 66,2% nei sette anni considerati, con una spinta decisiva nell’anno della pandemia, mantenuta anche negli anni successivi. Di fronte a una tale trasformazione dei consumi, che vede protagonisti sul palcoscenico globale grandi gruppi multinazionali, i broadcaster italiani non si sono fatti trovare impreparati, anzi”.

I salotti italiani somigliano sempre più a sale cinematografiche

I nuovi televisori sono più grandi rispetto al passato: nel 2017 i televisori di 50 pollici o più erano meno di 2 milioni (circa il 4% del totale), ora sono oltre 6 milioni (14,1%). In sette anni sono triplicati.
Sempre più diffuso poi anche il 4K, televisore Smart con il quadruplo di pixel rispetto a quelli Full HD, presente in oltre 8 milioni di televisori (19%, tre anni fa erano l’11,2%).

Ma ai device connessi andrebbero aggiunti almeno altri due dispositivi smart che hanno fatto ingresso nelle case degli italiani negli ultimi dieci anni, smart speaker e smartwatch. Tra le funzionalità prevedono anche quella di seguire contenuti audio e video in streaming. 

Due milioni esclusi dalla vita digitale

Oggi il 63,1% delle famiglie italiane (15 milioni e 400mila, +17,1% in 7 anni) vive in abitazioni che dispongono della Banda Ultra Larga. Accedono a internet tramite Adsl, fibra ottica o satellitare.

Ma la strada da percorrere per raggiungere l’obiettivo stabilito dal PNRR all’interno della Strategia per la Banda Ultra Larga (connessioni a 1 Gigabit su tutto il territorio nazionale per tutti entro la fine del 2026) è ancora lunga.
Restano fuori dalla vita digitale 2 milioni e mezzo di italiani che non accedono a internet da casa, riporta Askanews. Il 30,2% possiede solo una connessione mobile che non sempre ha velocità e capacità tali da supportare al meglio tutte le attività, e 5 milioni e mezzo di famiglie (il 22,4%) si collega solo con smartphone.

2023: la rivoluzione del 5G nel mercato industriale

Il 2023 è stato un anno cruciale per il mercato industriale del 5G, con la definizione degli standard che lo distinguono dalle generazioni precedenti di reti mobili. Questa evoluzione ha spinto i principali operatori di telecomunicazioni a lanciare le prime offerte commerciali di reti private, destinate esclusivamente alle singole aziende.
Nel corso dell’anno, diverse reti 5G MPN (Mobile Private Network) sono state implementate grazie soprattutto a investimenti privati, segnando così una transizione da finanziamenti pubblici.

Crescita e sfide nello scenario europeo

Attualmente, in Europa sono in corso 117 progetti 5G industriali, con sette nuovi casi segnalati in Italia nel 2023. Si prevede che entro il 2026, il mercato industriale 5G in Europa raggiungerà un valore di 1,72 miliardi di euro, di cui il 10% sarà rappresentato dall’Italia, il quarto Paese per dimensione.
Tuttavia, questo valore è soggetto a incertezze legate al ruolo del settore pubblico, alla capacità di formulare pacchetti di soluzioni e servizi, e alla fiducia e capacità del settore privato nell’avviare progetti.

I dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano

Secondo l’Osservatorio 5G & Beyond della School of Management del Politecnico di Milano, il 2023 è stato caratterizzato da uno sviluppo significativo delle reti industriali, indicando una transizione dalla fase embrionale a progetti più solidi e commerciali.
La consapevolezza delle imprese sull’importanza del 5G come piattaforma per la digitalizzazione dei processi operativi e il supporto alla nuova automazione è in crescita, anche grazie alla riduzione di alcuni ostacoli tecnologici e alle esperienze internazionali.

Sfide e prospettive future

Tuttavia, l’Osservatorio evidenzia alcune sfide. Lo sviluppo delle reti pubbliche procede a velocità inferiore a causa delle difficoltà economico-finanziarie degli operatori di telecomunicazioni. I progetti attuali sono fortemente centrati sull’infrastruttura di rete, trascurando la progettazione di applicazioni innovative. Il ruolo del settore pubblico, a livello italiano ed europeo, sarà cruciale nel determinare l’andamento del mercato, dalle politiche sullo spettro alla diversificazione dei servizi di connettività.
A livello globale, lo sviluppo del 5G dipenderà dalla collaborazione o competizione tra i grandi cloud provider Hyperscaler e gli operatori di telecomunicazioni. L’Italia è incoraggiata a favorire gli investimenti in digitalizzazione, mentre la filiera TLC deve strutturare un’offerta adatta al contesto produttivo nazionale.
L’Osservatorio prevede che entro tre anni il mercato industriale 5G in Europa raggiungerà i 1,72 miliardi di euro, ma questo valore potrebbe superare i 2 miliardi in uno scenario favorevole nel 2026. L’analisi dei progetti evidenzia il crescente interesse nei 27 Paesi dell’Unione Europea, con Germania e Finlandia in testa.
L’Italia si distingue con 7 nuovi progetti nel 2023. Tuttavia, la regolamentazione, la disponibilità dello spettro e la presenza di aziende con capacità di investimento sono fattori cruciali per lo sviluppo del 5G.

Vantaggi del 5G nelle reti industriali

Il 5G emerge come tecnologia dominante nelle reti industriali estese, offrendo affidabilità e prestazioni superiori rispetto ad alternative come LoRaWAN, WMBUS e WiFi. La sua utilità si evidenzia soprattutto in settori come la manifattura e la logistica, garantendo copertura affidabile, semplificando la gestione delle reti e abilitando nuove applicazioni. La sua forza risiede anche nelle soluzioni ibride, combinando reti private e pubbliche, e nelle applicazioni che richiedono alta affidabilità e copertura globale.
In sintesi, il 2023 segna una svolta nel mercato industriale 5G, con opportunità e sfide che richiedono una collaborazione tra settore pubblico e privato per massimizzare il suo potenziale.