Nelle aziende sempre meno donne al comando: perchè?

Lo confermano i dati di LinkedIn, pubblicati nel rapporto dedicato al Global Gender Gap del World Economic Forum 2023: se negli ultimi 8 anni il tasso di assunzione di donne nei ruoli di leadership a livello globale è aumentato lentamente (circa 1% annuo) nel 2020 la pandemia ne ha frenato il progresso, bloccato ulteriormente nel 2022 e 2023 dal rallentamento globale del mercato del lavoro.
Insomma, mentre il mondo continua a far fronte al rallentamento della crescita economica il tasso di assunzione di donne nei ruoli dirigenziali scende ai livelli del 2021. E nel primo trimestre 2023 la percentuale di donne che ricoprono ruoli dirigenziali scende al 32%, tornando ai livelli registrati durante il 2020.

Calano le assunzioni femminili per ruoli dirigenziali

Ancora una volta il peso maggiore della crisi grava sulle carriere femminili, erodendo i passi avanti fatti negli ultimi due anni.  Il calo della presenza femminile nelle posizioni di leadership è determinato da un minor numero di assunzioni di donne in ruoli dirigenziali. E i settori che registrano il calo maggiore sono servizi al consumo (-0,58%), sanitari e di assistenza (-0,42%) e settore immobiliare (-0,41%). Il calo maggiore di assunzioni di figure femminili senior si registra poi nei settori Tecnologia, Informazione e Media, e Servizi professionali (-4% rispetto al pre-2022). 
Analogamente, i settori Entertainment Providers e Wholesale riducono la quota di donne assunte in ruoli di leadership del 3%. Si tratta di alcuni dei settori più colpiti dai licenziamenti, che potrebbero avere un ulteriore impatto a medio termine sul numero di lavoratrici che raggiungono posizioni di leadership.

Il gap tra posizioni entry-level e C-Suite

Tutti i settori mostrano un Drop to Top, ovvero la misura in cui la rappresentanza femminile diminuisce ai livelli più alti.  In media, la quota di donne nei ruoli di C-Suite scende al 25%, nonostante queste rappresentino quasi la metà delle posizioni entry-level.
Ma alcuni settori fanno meglio di altri. Nel settore dei servizi al consumo il 57% delle posizioni di ingresso è occupato da donne, rispetto al 38% dei ruoli di leadership, in quello del commercio al dettaglio il 53% delle posizioni di ingresso è occupato da donne, rispetto al 36% delle posizioni di leadership, e nel settore dell’istruzione le donne rappresentano il 60% delle posizioni di ingresso e il 39% delle posizioni di vertice.

Posizioni STEM: le più richieste, ma 8 leader su 10 sono maschi

Anche se nel mondo ci sono più laureate in materie STEM non altrettante entrano poi nella forza lavoro. E se i ruoli STEM sono tra quelli più richiesti, quindi probabilmente più resistenti alle pressioni economiche, a livello globale le donne continuano a essere significativamente sottorappresentate (29%), dove 8 ruoli di leadership su 10 sono occupati da uomini. 
Il calo più netto nella rappresentanza femminile (7%) si verifica tra la laurea e l’ingresso nella forza lavoro STEM, per poi diminuire solo quando si inizia a scalare la leadership. Ciò è vero in tutti i Paesi, ma il calo è molto più marcato in Austria, Paesi Bassi, Francia e Brasile.

Prezzi più alti e carrelli più vuoti, ma non per tutti i prodotti

L’aumento dei prezzi costringe gli italiani a riconfigurare la shopping strategy, la conseguenza è un carrello più leggero, ma più ‘pesante’ in termini di costi. Questo però in funzione delle tipologie di prodotti e della capacità di spesa, come emerge dalla nuova edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, il report che analizza l’andamento delle vendite di quasi 133mila prodotti di largo consumo, tra food & beverage, petcare, cura casa e cura persona, che nel 2022 hanno sviluppato oltre 43 miliardi di euro di sell-out, l’82,1% delle vendite realizzate da supermercati e ipermercati italiani. L’Osservatorio monitora l’evoluzione della composizione e delle vendite in valore e volume di 12 panieri, tra food e non food, sulla base dei claim, delle certificazioni, dei loghi e delle icone presenti sulle etichette, misurando i trend di vendita tramite i dati elaborati da NielsenIQ su venduto e consumo nella GDO.

Non tutti i prodotti hanno subìto tagli nelle quantità acquistate

“Tra i principali panieri analizzati dall’Osservatorio Immagino i claim relativi al basso tenore di zuccheri, alla ricchezza in proteine e all’assenza di lattosio hanno aumentato le vendite anche in volume e non solo a valore – spiega Marco Cuppini, research and communication director GS1 Italy -. Evidentemente le caratteristiche di questi prodotti sono talmente importanti per i consumatori da non modificarne i comportamenti di acquisto”.

Diminuiscono i volumi, soprattutto per le fasce di prezzo più basse

“La storica e radicata difesa della qualità del cibo messa in atto dagli italiani ha faticato a reggere l’urto dei fenomeni così impattanti che hanno caratterizzato gli ultimi 12 mesi – aggiunge Cuppini -. Sono aumentati i prezzi e si è cominciato a vedere in modo netto come siano diminuiti i volumi, anche se in maniera diversa fra fasce di prezzo, con quella più bassa che ha mostrato la maggior sofferenza”.

I panieri Food e non food

Nel food i panieri che non hanno subito ‘tagli’ sono Italianità, Free from, Rich-in, Intolleranze e Lifestyle.
Tra i loghi e certificazioni, bollini, indicazioni e claim che forniscono garanzie precise, come la bandiera del paese d’origine, il logo EU Organic o le certificazioni in materia di Corporate Social Responsibility, come Fairtrade, Friend of the sea, FSC e Sustainable cleaning. Inoltre, gli Ingredienti benefici, il Metodo di lavorazione, la Texture dei prodotti, e il Petcare in generale.
E nel non food, Cura casa green, e Cura persona, in particolare, health&beauty.

Italiani, 20 chili di cibo in pattumiera ogni anno. Perchè?  

Ogni famiglia italiana spreca in media quasi 20 chilogrammi di cibo all’anno, secondo i dati dell’Osservatorio sprechi alimentari del Crea, presentati dalla Società italiana di nutrizione umana (Sinu) al XLIII congresso nazionale. Si tratta di una quota importante, che oltre a essere realmente “brutta” ha anche un peso economico non irrilevante. Per combattere un simile spreco, la Sinu ha sviluppato un decalogo di comportamenti virtuosi che vanno dalla pianificazione degli acquisti al riutilizzo degli avanzi, sottolineando i vantaggi della dieta mediterranea sia per la salute sia per il risparmio.

Spagna, Germania e Ungheria sprecano ancora di più

Se gli italiani si rivelano dei veri “spreconi”, non è che nel resto d’Europa le cose vadano meglio, anzi. Analizzando i dati dell’Osservatorio sprechi, emerge che nel 2018 gli italiani hanno sprecato in media 370 grammi di cibo alla settimana per famiglia. Questo dato si avvicina a quello dei Paesi Bassi (365 g/settimana) ed è inferiore rispetto a Spagna (534 g/settimana), Germania (534 g/settimana) e Ungheria (464 g/settimana). In Italia, si verifica principalmente uno spreco di prodotti completamente inutilizzati (43,2% rispetto al 31% della quantità sprecata), mentre si ha una minore tendenza a gettare gli avanzi dei piatti (14,6% contro il 20%) e i prodotti aperti ma non completamente consumati a causa della scadenza (30,3% contro il 36%). Nel 2021, lo spreco domestico è aumentato a 420 grammi a settimana per famiglia.

La tipologia di famiglia influisce su ciò che finisce nella spazzatura

La dimensione della famiglia influisce sullo spreco alimentare, ma guardando ai dati pro capite si nota un maggior spreco nelle famiglie monocomponenti. Inoltre, si riscontra una certa propensione allo spreco alimentare nei segmenti di età più giovane e tra le famiglie con maggiori disponibilità economiche. Tuttavia, le famiglie sono consapevoli dell’impatto negativo degli sprechi su diversi livelli. L’impatto economico è quello maggiormente percepito (70%), seguito da quello sociale (conseguenze sulla disponibilità di cibo nel mondo, 59%) e ambientale (55%).

Il decalogo per non sprecare

Il decalogo proposto dalla Sinu per favorire comportamenti virtuosi comprende una serie di semplici abitudini. Ecco i dieci punti: 1) pianificare il menù settimanale; 2) stabilire le quantità da acquistare e cucinare; 3) evitare gli acquisti impulsivi o eccessivi; 4) fare la spesa sempre dopo aver mangiato e mai a stomaco vuoto; 5) imparare a riconoscere se un alimento è ancora buono; 6) leggere attentamente l’etichetta; 7) riutilizzare gli avanzi; 8) seguire la dieta mediterranea; 9) preferire porzioni piccole o monoporzioni; 10) educare le nuove generazioni.

Il 58% degli italiani ha una “miniera” di vecchi telefoni cellulari nel cassetto

Ogni anno vengono lanciati almeno un centinaio di nuovi modelli di telefoni cellulari e tutti abbiamo visto le code davanti ai negozi per ottenere l’ultimo modello di quelli più  più rinomati e all’avanguardia. Siamo da tempo dipendenti dalla tecnologia e la domanda è: cosa succede ai vecchi dispositivi che abbiamo in tasca?
Il 58% degli italiani ha ammesso di avere una miniera di telefoni cellulari nel cassetto, riporta Ansa. Non li buttiamo via, li accumuliamo “per ricordo” o li teniamo “di scorta”, ma anche perché non sappiamo come smaltirli correttamente. Questo trend emerge da un’indagine condotta dalla società francese CertiDeal, specializzata in dispositivi elettronici usati e ricondizionati, ovvero riportati a nuova vita come se fossero nuovi di zecca. Gli italiani hanno difficoltà a separarsi dal vecchio smartphone, solo il 15% degli intervistati lo regala ad amici, figli o parenti, mentre il 9% lo rivende. Il rapporto attesta che solo nel 2022 sono stati accumulati complessivamente oltre 5 miliardi di cellulari dismessi su un totale di 16 miliardi. Se fossero tutti impilati l’uno sopra l’altro, creerebbero una colonna alta 50.000 chilometri.

Il tech decluttering

È necessario aprire quei cassetti e fare un “tech decluttering”, cioè fare pulizia proprio come si fa con il contenuto degli armadi all’inizio della bella stagione. “In questo caso, il decluttering va oltre il semplice mettere in ordine perché si tratta di una decisione che non solo libera spazio in casa, ma fa bene anche alla mente e all’ambiente”, spiegano gli analisti di CertiDeal, fornendo alcuni consigli pratici per farlo. Si consiglia di aprire i cassetti e mettere insieme tutti i dispositivi, compresi gli accessori, per selezionare quelli funzionanti e ancora in uso rispetto a quelli non funzionanti. Tra quelli che ancora funzionano, perché non pensarci per un possibile riciclaggio? Potrebbero essere utili a qualcuno che conosciamo, oppure possono essere smontati e offerti a un rivenditore. Se sono “morti”, devono essere trattati come “rifiuti speciali” portandoli nei punti di raccolta Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) o in un centro di raccolta ecologica comunale attrezzato per lo smaltimento dei Raee. Possono anche essere consegnati a un negozio di elettronica, che è obbligato a ritirare i vecchi apparecchi.

In Italia il mercato dei telefoni cellulari usati è sotto la media europa

Al fine di interrompere il consumo sfrenato di cellulari (che sembrano tarati per durare al massimo 5-7 anni) e quindi l’accumulo mostruoso di spazzatura elettronica inquinante, il mercato dei telefoni usati e ricondizionati, cioè garantiti come performance e qualità pari al nuovo ma a prezzi più vantaggiosi, sta crescendo di mese in mese.
Sebbene il mercato dei telefoni cellulari usati stia crescendo in Italia, siamo ancora al di sotto della media europea. Deloitte attesta che nel nostro paese il mercato è ancora agli inizi e solo il 3% degli smartphone usati viene venduto a aziende specializzate nel riciclo e solo il 2% viene rivenduto o scambiato. In Germania, l’11% dei telefoni cellulari viene riciclato e nel Regno Unito il 16%, mentre in Francia circa il 6%. 

Economia circolare? La conosce 1 italiano su 2

Una nuova ricerca condotta da SWG per il sito di rivendita di dispositivi usati Swappie rivela che, nonostante solo 1 italiano su 2 sia familiare con il concetto di economia circolare, l’82% dei cittadini riconosce il ruolo potenzialmente determinante dell’economia circolare per la tutela dell’ambiente quando gli vengono spiegati i suoi principi guida. Il 23% degli italiani guarda ai modelli di economia circolare, mentre il 59% sostiene che l’economia circolare non si diffonderà abbastanza da essere efficace.

L’economia resta fragile, i consumi in lieve recupero

La buona tenuta del mercato del lavoro e i risultati positivi del mercato turistico, soprattutto incoming, spingono i consumi in lieve recupero, ma permane la lentezza nel rientro della fiammata inflazionistica e si assiste al lieve calo su base mensile del Pil.
Sono i principali risultati emersi dalla Congiuntura Confcommercio relativa al mese di maggio 2023, che per i consumi indica ad aprile un lieve aumento rispetto al mese precedente, Questo, grazie esclusivamente ai Servizi, che segnano un +4,5% rispetto al -1,5% dei Beni. E se la domanda di autovetture si conferma in ripresa resta negativa la dinamica di consumi alimentari, energia elettrica e mobili. 

Pil mensile a -0,2%

Secondo le stime dell’Ufficio Studi Confcommercio il Pil, rispetto ad aprile, dovrebbe subire una diminuzione dello 0,2%. Su base annua questo andamento si tradurrebbe in una crescita dell’1,5%.
Le famiglie continuano, al di là delle criticità indotte dall’inflazione sui bilanci familiari, nel percorso di recupero della domanda favorendo le voci di spesa che considerano più rappresentative della ritrovata ‘libertà’. Nonostante i progressi, anche i dati dell’ultimo mese confermano le difficoltà dei consumi in volume calcolati nella metrica dell’ICC a tornare ai livelli pre-Covid. Per alcuni segmenti le deboli dinamiche degli ultimi periodi sembrano aver contribuito ad aumentare la distanza, ponendo seri dubbi sulla possibilità di tornare nel 2024 sui livelli del 2019.

Le dinamiche tendenziali

Anche ad aprile 2023 la domanda delle famiglie è stata sostenuta principalmente dal recupero della componente relativa ai Servizi, anche se per servizi ricreativi, alberghieri e della ristorazione la distanza percentuale con i volumi registrati nello stesso periodo del 2019 supera ancora le due cifre. Relativamente ai consumi di Beni, dopo la stagnazione di marzo la domanda è tornata a registrare un ridimensionamento nel confronto annuo. Ad aprile la stima per l’aggregato è -0,4%. Il settore Automotive si conferma il più dinamico, con una variazione tendenziale del 16,9%. I recuperi degli ultimi mesi hanno comunque solo parzialmente ridotto la distanza con i livelli di spesa reale del 2019. Tra le altre voci si conferma in netta riduzione la domanda per energia elettrica (-7%), mobili (-7,8%), alimentari (-3%) ed elettrodomestici (-0,8%). Relativamente ad abbigliamento e calzature il modesto segnale di recupero (+0,7%) non attenua le difficoltà del settore.

Prezzi al consumo, tendenze a breve termine

Sulla base delle dinamiche registrate dalle diverse variabili che concorrono alla formazione dei prezzi al consumo l’Ufficio Studi stima per maggio un +0,5% in termini congiunturali e +7,8% su base annua. Nonostante il moderato ridimensionamento del tasso di crescita tendenziale dei prezzi, si confermano le difficoltà dell’inflazione a instradarsi su un sentiero di rapido rientro. Le prime indicazioni di un’evoluzione più contenuta dell’inflazione di fondo consolidano, comunque, le attese di una parte finale del 2023 più favorevole. Tale evoluzione potrebbe agevolare le famiglie nel percorso di recupero della domanda, favorendo il mantenimento di tassi di crescita dell’economia in linea con quelli registrati nella prima parte dell’anno.

I giornali generati dall’Intelligenza artificiale proliferano online

Nel mese di aprile di quest’anno NewsGuard, il tool online di NewsGuard Technologies che permette agli utenti di riconoscere le fake news, ha identificato 49 siti ‘sospetti’ in sette lingue, ceco, cinese, francese, inglese, portoghese, tagalog e thailandese. In apparenza questi siti avevano l’aspetto dei tipici siti di notizie, ma sembrerebbero invece essere stati interamente, o in gran parte, generati da modelli di linguaggio basati sull’Intelligenza artificiale, e quindi progettati per imitare la comunicazione umana. Secondo NewsGuard, gli strumenti basati sull’Intelligenza artificiale ora vengono utilizzati per riempire le cosiddette ‘content farm’, ovvero i siti web di bassa qualità diffusi in tutto il mondo che sfornano grandi quantità di articoli clickbait per massimizzare le proprie entrate pubblicitarie.

Centinaia di articoli a giorno su avariati argomenti

Questi siti spesso non identificano i proprietari, e producono un grande numero di contenuti su diversi argomenti, tra cui politica, salute, intrattenimento, finanza e tecnologia. Alcuni di questi newsbot pubblicano centinaia di articoli al giorno, che a volte promuovono anche narrazioni false. Inoltre, quasi tutti i contenuti sono scritti utilizzando un linguaggio banale e frasi ripetitive, segni distintivi dei testi prodotti dall’Intelligenza artificiale.

Testate giornalistiche create dall’Intelligenza artificiale piene di pubblicità

Molti di questi siti, poi, sono pieni di pubblicità, poiché probabilmente sono stati progettati per generare entrate dagli annunci programmatici posizionati attraverso algoritmi. Esattamente ciò per cui era stata concepita la prima generazione di content farm su internet, gestite da esseri umani. 
Proprio mentre negli ultimi mesi sono stati presentati e resi disponibili al pubblico diversi strumenti, sempre più potenti, basati sull’Intelligenza artificiale, il timore che tali strumenti possano essere utilizzati per dare vita a testate giornalistiche ora è diventato realtà.

Il governo britannico avvia un’inchiesta sull’AI

Pertanto, il governo del Regno Unito ha deciso di avviare un’indagine sull’AI e sul suo impatto su consumatori, business ed economia. Sotto i riflettori, anche l’Intelligenza artificiale generativa, alla base del chatbot ChatGPT, sviluppato da OpenAI e sostenuto da Microsoft. Il governo, riporta Adnkronos, fa sapere che seguirà cinque principi nella verifica dell’applicazione dell’AI e nello stabilire regole e leggi per l’uso dell’Intelligenza artificiale: sicurezza, trasparenza, equità, responsabilità e gestibilità.
“È cruciale che i potenziali benefici di questa tecnologia trasformativa siano equamente accessibili alle attività commerciali del Regno Unito e ai consumatori – commenta Sarah Cardell, direttrice della Competition and Markets Authority -, e che allo stesso tempo le persone siano protette da fenomeni come disinformazione e fake news”.

Luxury real estate internazionale: Parigi in testa, Milano al 10° posto

Qual è la città più attraente per l’immobiliare di lusso a livello internazionale? Secondo il Barnes Index City 2023 delle 50 città più ricercate dagli UHNWI (Ultra High-Net-Worth Individuals), è Parigi, seguita sul podio da due mete americane, Miami (2°) e New York (3°). Parigi, che si sta preparando per le Olimpiadi del 2024, sembra quindi trovare unanimità tra gli investitori internazionali, attratti dal suo patrimonio, la sua cultura e la sua forza economica. Ma tra le prime dieci ci sono anche altre quattro città europee, Londra (7°), Ginevra (8°), Madrid (9°) e Milano (10°), segnale di un ritorno in grazia delle città storiche agli occhi di clienti facoltosi. 

Roma guadagna undici posizioni e conquista i clienti stranieri

Il 2022 è stato in generale un anno incredibile per le compravendite residenziali in Italia, con circa 787.000 compravendite (+4.8%) sul territorio nazionale. E i primi mesi del 2023 hanno espresso un’effervescenza in Italia anche del mercato immobiliare di lusso, riscontrando un aumento della domanda soprattutto da parte di clienti stranieri. Nel Barnes Index City 2023 appaiono infatti anche due italiane, Milano (10°), e Roma, che dal 22° posto dell’anno precedente passa all’11°. Roma fa quindi un balzo in avanti nella classifica delle città più desiderate dagli ultra-ricchi del mondo, confermando il trend di crescita della domanda di immobili degli ultimi anni.

Top 5: anche Miami, New York, Austin e Dubai

Il livello più alto è composto da cinque città, riuscite più di altre a rassicurare gli investitori in questo periodo di incertezza. Oltre a Parigi, riferisce Ansa, in cima alla lista, grazie alla loro vitalità economica hanno conquistato il 2°, 3° e 4° posto tre grandi città degli Stati Uniti, Miami, New York e Austin (Texas). In quinta posizione Dubai, che entra a far parte dell’esclusivo club degli investimenti ‘safe global’ per il suo appeal esercitato su imprenditori ed expat family. È infatti una sorta di El Dorado per gli investitori nei settori del lusso, tech e salute, e in due decenni è passata da destinazione in cui investire a destinazione in cui vivere.

Una Top 10 polarizzata tra Nord America ed Europa

Tra le tradizionali ‘scommesse sicure’, Londra, Ginevra, Madrid, Milano e Roma, a conferma di un polarismo all’interno dell’indice tra Nord America e Europa, interrotto da Tokyo, che appare come unica città asiatica al 6° posto della Top 10. Ma alle soglie della Top 10 c’è una nuova arrivata, Istanbul, che ogni anno attira sempre più investitori grazie alla sua posizione strategica nel punto di incontro tra Europa e Asia. Quanto alle ‘escluse’, la chiusura della Cina agli stranieri ha fatto sì che diverse città cinesi scendano o siano fuori dall’Index. Allo stesso modo, la guerra in Ucraina ha alienato Mosca e San Pietroburgo dalle simpatie degli investitori per un periodo di tempo imprecisato.

Attenzione a Qbot, il malware che minaccia le e-mail aziendali con un PDF dannoso

L’ondata è iniziata la sera del 4 aprile, e da allora gli esperti di Kaspersky hanno scoperto oltre 5.000 e-mail di spam con file PDF che diffondono il malware Qbot nelle mail aziendali in inglese, tedesco, italiano e francese. Qbot è un trojan bancario che funziona come parte di una rete botnet. È in grado di rubare dati come password e corrispondenza di lavoro, e consente agli attori delle minacce di installare ransomware o altri trojan su vari dispositivi in rete. E all’inizio di aprile Kaspersky ha scoperto un aumento di attacchi del malware Qbot indirizzato a utenti aziendali e diffuso attraverso una campagna di e-mail dannose.

Tecniche avanzate di social engineering

Gli attaccanti utilizzano tecniche avanzate di social engineering: intercettano la corrispondenza di lavoro e inoltrano allegati PDF dannosi agli stessi thread di posta elettronica, metodo insolito per questo malware. Il banker viene distribuito attraverso la corrispondenza di lavoro di una potenziale vittima, rubata dai criminali informatici che inoltrano un’e-mail a tutti i destinatari del thread esistente e chiedono di aprire l’allegato PDF dannoso in circostanze plausibili.

Se l’utente fa clic su ‘Open’…

Ad esempio, gli attaccanti potrebbero chiedere di condividere tutta la corrispondenza relativa all’allegato, o di calcolare l’importo del contratto in base ai costi stimati nell’allegato. Più in particolare, il contenuto del file PDF è un’immagine che simula una notifica di Microsoft Office 365 o Microsoft Azure. Se l’utente fa clic su ‘Open’, l’archivio dannoso viene scaricato sul suo computer da un server remoto (sito Web compromesso). Gli esperti di Kaspersky hanno condotto un’analisi tecnica dettagliata di questo schema, disponibile su Securelist.

“Gli autori migliorano costantemente le loro tecniche”

“Raccomandiamo alle aziende di prestare sempre attenzione perché il malware Qbot è molto dannoso, anche se la sua funzionalità di base non è cambiata negli ultimi due anni – ha dichiarato Darya Ivanova, Malware Analyst di Kaspersky -. Gli autori migliorano costantemente le loro tecniche, aggiungendo nuovi elementi convincenti di ingegneria sociale. Questo aumenta la probabilità che un dipendente sia vittima dello stratagemma. Per essere sempre al sicuro, è importante controllare attentamente i vari segnali di allarme, come l’ortografia dell’indirizzo e-mail del mittente, allegati strani, errori grammaticali e altro ancora. Inoltre, le soluzioni di cybersecurity specializzate possono aiutare a garantire la sicurezza delle e-mail aziendali”.

Cibi a base vegetale, in Italia crescono del +3%

La gamma di cibi a base vegetale, prodotti realizzati partendo da proteine vegetali di verdura, legumi, cereali, semi o alghe, è molto ampia. Si va dai burger e i piatti pronti, che trainano il mercato crescendo a doppia cifra, a gelati e dessert fino alle bevande vegetali. Questi alimenti si fanno sempre più spazio sulle tavole degli italiani. E mentre ferve il dibattito sulla carne coltivata, il gruppo Prodotti a base vegetale di Unione Italiana Food racconta di un 2022 in crescita di circa il 3% a volume per il comparto, mentre a valore il fatturato è cresciuto dell’8% (490 milioni). Insomma, i prodotti a base vegetale sono sempre più scelti dai consumatori. Oggi quasi 22 milioni di italiani consumano regolarmente questa categoria di prodotti.

Non conquistano solo il palato

A decretare il successo di questi prodotti, nati come alternativa al consumo di proteine animali, sono diversi fattori che hanno sicuramente a che fare con ‘il palato’. Ma non solo. “Dietro il successo di questi prodotti c’è il gusto – . – commenta Salvatore Castiglione, presidente Gruppo prodotti a base vegetale Unionfood – ma anche la volontà di aumentare il proprio intake di proteine vegetali, forse strizzando l’occhio anche all’ambiente, perché questi prodotti consumano meno suolo e meno acqua”.
Di fatto accanto ai benefici per la salute, riconosciuti da oltre l’80% degli intervistati, c’è la sostenibilità (77%).

Non solo per chi è vegetariano o vegano

A chi restano dubbi sul loro consumo di acqua e suolo (15%) risponde Ludovica Principato, docente presso l’Università Roma Tre: “Se la popolazione italiana si spostasse verso diete flexitariane a favore di un maggiore consumo di alimenti vegetali si emetterebbero ogni anno 106 milioni di tonnellate di CO2 equivalente rispetto alle 186 dei consumi attuali, liberando campi coltivati delle dimensioni di 5.000 campi da calcio e riducendo di molto i consumi idrici”. Del resto questi alimenti si rivolgono non solo a chi è vegetariano o vegano, ma anche a chi ha scelto una dieta flexitariana, attenta al proprio benessere e a quello dell’ambiente.

Nulla a che vedere con la carne coltivata

Secondo un’indagine Astraricerche, il 75,5% di chi già conosce i cibi a base vegetale sa di cosa sono fatti grazie soprattutto alla chiarezza delle etichette. Nulla a che vedere dunque con la carne coltivata, un prodotto di origine animale che proviene da cellule estratte dall’animale e coltivate in bioreattori per produrre burger di origine animale.
“Dal giorno in cui è nato questo gruppo dedicato ai prodotti a base vegetale – sottolinea Castiglione  ad Askanews- abbiamo convenuto che ‘a tavola’ c’è davvero posto per tutti. Questo significa che senza attaccare nessuno, ci facciamo spazio fra le altre categorie”.

Quali sono i Paesi più felici del mondo?

Il Buthan dal 1972 ha sostituito il Prodotto Interno Lordo con il Fil, la Felicità Interna Lorda, che mira a stabilire uno standard di vita e considera come criteri qualità dell’aria, salute dei cittadini, istruzione e ricchezza dei rapporti sociali. Risultato: il Buthan è uno dei Paesi più poveri dell’Asia ma anche uno dei più felici del continente. Questo spinge a chiedersi se i soldi facciano o meno la felicità.
Da più di 10 anni l’Onu realizza il World Happiness Report, che traduce in numeri e grafici il livello di soddisfazione di 137 Paesi del Mondo. Secondo il Report i primi dieci Paesi più felici del mondo sono Finlandia, Danimarca, Svizzera, Islanda, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Nuova Zelanda, Austria e Canada. Paesi che riescono a mantenere alti livelli di benessere soggettivo, e che non hanno perso questa capacità nemmeno durante la pandemia.

L’Italia è un Paese felice?

L’Italia non si colloca benissimo nella classifica dei Paesi più felici al mondo. Siamo infatti al 33° posto su 137, un risultato decisamente non esaltante. Inoltre, abbiamo perso due posizioni dal 2020, e con un ‘punteggio felicità’ pari a 6,4, non molto sopra la sufficienza, l’Italia si inserisce dopo la Spagna e prima del Kosovo, superata anche da Germania (16° con un punteggio felicità di 6,89), Gran Bretagna (19° con un punteggio felicità di 6,79) e Francia (21°, con un punteggio felicità di 6,66). Sopra di noi anche Costa Rica (23°, con un punteggio felicità di 6,6) e Romania (24°, con un punteggio felicità di 6,58).

Cosa rende i cittadini felici?

In generale, i Paesi con livelli più alti di fiducia nelle istituzioni e negli altri cittadini, di sostegno istituzionale e sociale, di qualità della governance e dei servizi pubblici, di libertà individuale, di rispetto dei diritti umani e di qualità ambientale sono più felici, e hanno resistito meglio alla crisi pandemica. A contare, insomma, è l’etica di un Paese, ma contano anche le istituzioni, ovvero se sono affidabili e offrono servizi adeguati ai cittadini. Inoltre, contano anche reddito e salute, ma una società in cui cittadini sono più virtuosi è anche più felice, perché il benessere di ognuno è legato a quello degli altri.

Le lezioni del Covid

La pandemia ha portato dolore e sofferenza, ma anche un aumento del sostegno sociale, sottolineando la capacità degli esseri umani di aiutarsi e sostenersi nei momenti di grave difficoltà. L’esperienza col Covid è servita a molti per riflettere sull’importanza delle cose semplici, spesso date per scontate, e ha portato a una maggiore gratitudine. In questo contesto, la salute mentale sta assumendo sempre maggiore rilevanza, affiancandosi ad altri fattori come rilevante per la soddisfazione di vita. Insomma, il World Happiness Report 2023 evidenzia l’importanza di coltivare relazioni positive con gli altri e con il pianeta. La felicità quindi è uno stato esistenziale che passa per l’individuo, ma che non può prescindere dal benessere collettivo e dalla condivisione.