App cattiva: non salva la batteria, ma ruba i dati

Della serie non si può mai stare tranquilli. Questa volta sotto la lente è un’App che, nelle parole, dovrebbe salvare la durata della batteria, ma in realtà è un malware.

Alert per i dispositivi Android

L’alert riguarda i dispositivi Android. L’App malevola, individuata dai ricercatori di RiskIQ, si chiama Advanced Battery Saver (nome pacchetto: com.advancedbatr.batsaver) che – avvisano gli esperti del Cert – Computer Emergency Response Team – “si presenta come uno strumento per il risparmio energetico e il controllo della batteria del telefono ma, oltre a svolgere la funzionalità per la quale appare essere progettata, nasconde anche un adware in grado di sottrarre informazioni dal dispositivo”.

Come agisce la App

Con questa applicazione, l’utente viene rediretto sulla pagina da cui scaricare l’App da “pagine web truffaldine che mostrano un falso avviso che informa la vittima che il suo dispositivo si sta rallentando e che la batteria si sta consumando rapidamente”, scrive AdnKronos. Avviso che invita a “scaricare un’App ‘raccomandata’ per ripulire la memoria del telefono e renderlo più veloce”.
A questo punto l’utente, se clicca su un tasto qualunque, “viene reindirizzato su un altro server controllato dagli autori del malware che a sua volta lo porta sulla pagina dello store di Google da cui scaricare l’App malevola”. L’App “richiede diverse autorizzazioni, non direttamente correlate alla sua funzione primaria, che dovrebbero mettere in allarme un utente consapevole”. Se si danno le autorizzazioni, l’App diventa pericolosa e può leggere dati di log; ricevere messaggi di testo (SMS); ricevere dati da Internet; accoppiarsi con dispositivi bluetooth; accedere alla rete senza limitazioni; modificare le impostazioni del sistema.

La false promesse

Anche se la App dovrebbe aumentare la durata della batteria, i ricercatori avvisano che questa “sfortunatamente nasconde anche una funzionalità di adware, costituita da una backdoor finalizzata alla generazione di clic fraudolenti su annunci pubblicitari che generano profitto per l’autore del malware. Inoltre, la porzione malevola del codice dell’App è in grado di sottrarre informazioni dal dispositivo, tra cui il codice IMEI, i numeri di telefono memorizzati, il tipo, la marca e il modello dell’apparato, la posizione geografica”. Questo malware “”comunica con un server C&C codificato al suo interno mediante HTTP. Il contenuto delle comunicazioni viene cifrato mediante l’algoritmo AES con una chiave predefinita. Il malware riceve dal server remoto le informazioni sugli annunci pubblicitari da caricare e invia l’esito dell’operazione una volta completata l’azione di clic”. Al momento, “l’App ‘Advanced Battery Saver’ risulta ancora presente su Google Play ed è disponibile in forma di APK su svariati repository di terze parti”.

Benessere, il vero lusso. Che tutti vogliono (anche in rete)

Tutti lo vogliono, tutti lo cercano. E così è diventato un bene di lusso. Non è un’auto costosa o una borsa di di un brand esclusivo, ma un modo di essere, una condizione. È il benessere, concetto che fonde corpo e anima e che secondo uno studio di Truth Central, la divisione di ricerca dell’agenzia creativa McCANN Worldgroup, è diventato comune solo nel 2012, ma rappresenta oggi una vera filosofia di vita. E proprio al vivere bene è dedicata la riflessione di Ipg Warehouse, piattaforma che si occupa di temi sociali e attualità, che indaga le trasformazioni di questo trend mondiale a partire dalle ricerche svolte da Truth Central nel 2012 e nel 2015.

Emozioni sempre più importanti

Rispetto ai dati raccolti nel 2012, la “ricetta del benessere” targata  2015 attribuisce un’importanza nettamente superiore alla sfera privata e agli stati d’animo. Nella prima ricerca, infatti, le emozioni contavano al 18%, percentuale salita al 25% nel 2015. Nello stesso lasso di tempo, l’importanza attribuita alla salute fisica è scesa dal 29% al 20%, anche se in modo non uniforme. Negli Stati Uniti, Regno Unito e Canada, infatti, il corpo rimane al primo posto nella valutazione della felicità, mentre Sud Africa, Cina e Hong Kong lo mettono in seconda posizione.

Nella visione più emotiva ed umana del benessere, contano di più la famiglia (è passata dal 5% nel 2012 al 12% nel 2015) e la possibilità di avere tempo libero e da dedicare agli amici. E il benessere sempre di più diventa un concetto soggettivo e completamente personale, in cui rientrano le esperienze passate, il raggiungimento degli obiettivi prefissati e la dimensione affettiva nella vita quotidiana.

Una trasformazione portata dalla tecnologia

Tra smartphone e chiamate intercontinentali gratuite, la tecnologia ha reso più difficile separare lavoro e vita privata. E il buon equilibrio tra queste due componenti, insieme alla cura di sé, è diventato un forte elemento di benessere, da raggiungere con corsi di yoga, diete detox e spesa bio. Un insieme di attività non propriamente economiche… E infatti i dati evidenziano come l’1% più ricco della popolazione mondiale possieda più benessere di quello del restante 99%. Come dire, per il benessere le emozioni contano, ma anche i soldi.

Anche la salute è online

Per rispondere alla domande di benessere sono nate piattaforme e dispositivi tecnologici che ci aiutano a meditare, ci seguono nello sport, controllano perfino la nostra salute mentale. Il 50% delle persone intervistate ha dichiarato di cercare online i sintomi prima di andare da un medico, mentre il processo contrario è seguito dal 48% delle persone. Ed ecco che anche l’ecosistema della salute, nell’era del benessere, viene rivoluzionato: i dottori hanno un ruolo sempre più marginale (tanto che 1/5 degli intervistati e 1/3 dei giovani crede che la tecnologia eliminerà il bisogno dei dottori) e ben il 20% crede alle informazioni di salute/benessere trovate e lette sui social network e sui profili degli influencer. Per questo Google ha iniziato una collaborazione con i medici di Harvard e della Mayo Clinic per fornire risposte più corrette alle domande che gli utenti pongono al web

Italiani single, stipendio quasi dimezzato dalle tasse

Lavoratori single italiani tra i più tartassati dal Fisco: lo dice l’OCSE nel rapporto ‘Taxing Wages 2017’. Nel nostro Paese, infatti, il cuneo fiscale per una lavoratore single è del 47,7%: percentuale che colloca l’Italia al terzo posto  tra i Paesi dell’area Ocse, dietro al Belgio (53,7%) e alla Germania (49,6%). La classifica stilata dall’organizzazione segnala che la media per i lavoratori single è di un carico – fra tasse e i contributi sociali su lavoratore e datore di lavoro – al 35,9%. Sia per il nostro Paese che per l’intera area Ocse il dato 2017 è in calo marginale (0,1 punti) rispetto all’anno precedente.

Tasse più leggere per chi ha famiglia

Nel caso di un lavoratore con un nucleo familiare di 4 persone, riporta AdKronos, il cuneo fiscale per l’Italia scende al 38,64% (praticamente gli stessi valori dell’anno precedente). Tuttavia, resta alto il distacco dagli altri paesi: 12 punti la distanza con la media Ocse del 26,1%. L’Italia peraltro è nel novero dei 10 paesi in cui i contributi di previdenza sociale superano il 20%. I più alti sono in Francia con il 26%.

Riforma fiscale, prioritaria per Unimpresa

In Italia c’è quindi bisogno “di una riforma fiscale seria volta alla riduzione delle tasse sulle imprese e pure sulle famiglie. L’Italia è ampiamente sopra la media globale per quanto riguarda il cuneo fiscale e il gap è un fattore di competitività assai penalizzante per il nostro Paese” afferma il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci, commentando i dati Ocse. “La crescita economica ha bisogno di un impulso fortissimo che potrebbe arrivare proprio dall’abbattimento del peso dei tributi sul costo del lavoro. Ci sarebbero benefici diretti sia sui costi aziendali, che calerebbero, sia sulle buste paga dei lavoratori, che aumenterebbero immediatamente. Tutto questo con effetti positivi sul prodotto interno lordo, grazie soprattutto alla potenziale crescita degli investimenti e all’incremento dei consumi delle famiglie”.

Lo stesso vale per i consumatori

“I dati confermano che urge una riforma fiscale per aumentare la busta paga netta che i lavoratori effettivamente incassano” dice Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Inoltre, in questi anni di crisi, è mancata una politica dei redditi e la concertazione tra imprenditori e sindacati non ha funzionato. Non ci sono stati i rinnovi contrattuali, a cominciare dal pubblico impiego e questo ha dissanguato i lavoratori, impoverendoli. Anche se ora i rinnovi stanno arrivando, è di tutta evidenza che vanno cambiate le regole troppe discrezionali che governano l’adeguamento degli stipendi al costo della vita. Serve il ripristino della scala mobile all’inflazione programmata”. Conclude il presidente dell’Unc: “Altrimenti  se gli stipendi e le pensioni restano al palo, mentre le tariffe ed il costo della vita salgono, i consumi della famiglie non potranno mai decollare”.

Timbracartellini per la rilevazione presenze

Imprese o aziende di piccole dimensioni e con un numero limitato di dipendenti che hanno la necessità di poter effettuare il controllo delle presenze del personale, tendono solitamente a scartare ipotesi quali tornelli e sistemi apriporta che sono perlopiù utilizzati all’interno di realtà decisamente più grandi. L’esigenza di poter effettuare la rilevazione presenze permane ad ogni modo, ed è proprio per questo motivo che il timbracartellino appare ancora oggi come la soluzione più consona a risolvere questo tipo di necessità per attività con un budget e numero di dipendenti  limitato. Cotini srl, azienda della provincia di Milano all’avanguardia nel settore della rilevazione presenze, mette a disposizione dei clienti una vasta scelta in fatto di timbracartellini adatti a realtà lavorative di ogni tipo, anche le più piccole. Questi consentono ai dipendenti anche di poter consultare le timbrature già effettuate, semplicemente premendo un tasto presente sull’apposito tastierino numerico di cui ogni timbracartellino è dotato.

Cotini srl risolve dunque in maniera brillante le necessità di aziende ed imprese, grandi o piccole che siano, consentendo loro di poter effettuare in maniera efficace la rilevazione delle presenze dei dipendenti e registrare tali dati, che possono essere inviati in maniera molto semplice all’ufficio che si occupa delle paghe o ad altre risorse interne all’azienda. Tale processo è inoltre una buona forma di risparmio perché consente di effettuare in maniera del tutto automatizzata la rilevazione e la trasmissione dei dati, senza dunque dover impiegare alcuna risorsa umana da adibire a tale scopo, né sprecare della carta inutilmente. Proprio a questo proposito oggi sono numerose le realtà di ogni settore che hanno deciso di adottare uno dei sistemi di rilevazione presenze proposti da Cotini srl, così da rendere più snello questo processo e migliorare di conseguenza l’efficacia dell’intera gestione del personale, nonché la loro sicurezza.

Vita di coppia e sicurezza informatica, meglio non fidarsi troppo del partner “meno tecnologico”

Secondo un’indagine di Kaspersky Lab, anche nelle coppie più attente la condivisione di attività e dispositivi con i partner meno tecnologici può portare all’esposizione dei dati, al danneggiamento dei device o addirittura alla perdita di denaro. All’interno di una relazione solitamente uno dei due partner ha meno competenze informatiche dell’altro, e tende ad affidarsi al più “capace” quando ha problemi con i propri device, le proprie attività online e altre questioni IT.

Il 77% degli italiani condivide almeno un dispositivo IT con il proprio partner

Sebbene la condivisione dei dispositivi digitali sia sempre più comune all’interno di una relazione, Kaspersky Lab avvisa che ciò comporta anche una responsabilità congiunta per quanto riguarda la sicurezza informatica. Il 77% degli italiani condivide almeno un dispositivo IT con il proprio partner, e uno su sette ha avuto problemi con i propri dispositivi e account online dopo averli condivisi. Il 76% condivide il proprio computer con il partner e più di un quarto degli utenti (28%) condivide lo smartphone. Inoltre, nel 73% dei casi le coppie italiane hanno almeno un account online in comune. E sei italiani su dieci (60%) credono di essere più esperti del proprio partner per quanto riguarda il mondo online.

Chi si considera il più competente spesso si trova a dover aiutare il proprio partner

Chi si considera il più competente spesso si trova a dover aiutare il proprio partner. Tuttavia, a volte l’aiuto giunge indesiderato: un quarto delle persone (25%) con partner più tecnologici evita infatti di chiedere supporto quando si trova in situazioni difficili online, ad esempio connettendosi al wi-fi senza essere certi della sua protezione (55%), scaricando file da siti sconosciuti (33%) o lasciando il proprio dispositivo incustodito in luoghi pubblici (21%), comportamenti che possono mettere in pericolo dispositivi e dati personali. Abitudini che possono creare problemi alle coppie: il 14% degli intervistati ammette di aver avuto problemi dopo aver condiviso dispositivi e account online con partner meno competenti, come il danneggiamento dei dispositivi (22%), l’infezione da malware (14%), la condivisione di informazioni senza il proprio consenso (10%), e la perdita di denaro (9%).

Alcune regole per aiutare le coppie a proteggersi dalle minacce informatiche

Innanzitutto, riporta Adnkronos, quando si condividono per la prima volta dispositivi e account, è importante fissare alcune regole su cosa si è disposti a condividere. Inoltre, non si deve avere paura di chiedere aiuto all’altro. Il più abile dei due deve fare in modo che il proprio partner si senta libero di fare domande sulla sicurezza. Solo così può proteggere meglio se stesso e il mondo digitale condiviso. È poi necessario stabilire linee guida di sicurezza valide per entrambi, come non collegarsi mai a wi-fi non sicuri, o downloadare file da fonti sconosciute.

Le 8 regole per star bene in ufficio

Anche se lo scenario sta cambiando verso un mondo sempre più orientato allo smart working, oggi la gran parte parte dei lavoratori trascorre il proprio tempo professionale nell’ambiente di lavoro. Così Michael Page, brand di PageGroup specializzato nella selezione di professionisti qualificati di middle e top management, ha messo a punto una lista composta di otto consigli per stare al meglio in ufficio.

Occhio all’ambiente     

L’ambiente è un fattore molto importante per riuscire ad essere produttivi e a proprio agio. Alcuni piccoli consigli sono di personalizzare la postazione di lavoro per incrementare il benessere mentale, avere delle piante ed elementi naturali per aumentare l’attenzione e avere a portata di mano lavagne a muro e pennarelli per stimolare la produzione di idee.

Tempo sotto controllo

Saper gestire il proprio tempo è necessario per stare bene sul posto di lavoro. Per farlo, si può creare una “to do list” basata sulle priorità della giornata: questa permette di aumentare la concentrazione e riuscire a focalizzarsi sugli obiettivi per rispettare le scadenze. È importante tenere sempre sott’occhio i diversi compiti che bisogna svolgere in modo da non rischiare di dimenticare richieste o non rispettare deadline.

In equilibrio

Serve cercare di comprendere quali siano le proprie difficoltà e trovare delle possibili soluzioni per risolverle. Spesso basta imparare a gestire bene i carichi, così da non avere un eccesso di lavoro un giorno per poi rimanere scoperti quello successivo. Ciò sarà utile anche a rispettare gli orari prefissati, per quanto possibile. Ad esempio le email possono attendere fino al mattino seguente mentre il benessere personale deve essere una priorità per il dipendente.

Si alla pausa

Vietato saltare la pausa. A beneficio del benessere fisico, del lavoro e delle relazioni con i colleghi, bisogna mantenere regolari pause, per il pranzo e/o il caffè. Ma serve anche far riposare gli occhi distogliendo lo sguardo dagli schermi. così come è  utile fare una passeggiata post pranzo per recuperare freschezza mentale.

Chiacchiera con i colleghi

Le relazioni sociali sono di vitale importanza per il benessere delle persone. Piuttosto che scrivere una mail, mille volte meglio parlare personalmente ai colleghi: l’interazione vis a vis permette un’ottimale comprensione di ogni situazione. Poichè il confronto in situazioni complesse potrebbe portare un valore aggiunto, non bisogna aver paura di chiedere un parere. Un’opinione è sempre utile.

Passione come motore

Essere appassionati di ciò che si svolge al lavoro è importante per il benessere e l’equilibrio della persona. Ma non bisogna trascurare le proprie inclinazioni nel tempo libero, dedicandosi a queste e cercando di staccare dai problemi di business.

Ben venga il remoto

Se l’azienda lo consente, lavorare da remoto, anche solo un paio di ore o un giorno a settimana, permette alle persone di aumentare la soddisfazione e di uscire dalla routine dell’ufficio.

Seduto bene!

Quando si è seduti alla scrivania bisogna assumere una posizione corretta: bisogna mantenere in asse la parte inferiore della schiena, appoggiare i piedi sul pavimento e avere gli avambracci paralleli al pavimento quando si utilizza la tastiera del computer. Una giusta postura salvaguarda la salute e il buonumore.

Facebook, nuovi strumenti contro le fake news

Facebook prosegue nel suo impegno contro le fake news, annunciando una serie di iniziative e il lancio di nuovi strumenti di verifica e segnalazione. In particolare, l’attenzione si focalizzerà sui messaggi politici, anche in vista delle elezioni. Arriva infatti il fact-checking delle notizie che circoleranno sulla sua piattaforma in collaborazione con Pagella Politica, piattaforma italiana specializzata nel monitoraggio delle dichiarazioni di esponenti politici per valutarne la veridicità. Ancora, il social di Zuckerberg ha siglato una  collaborazione con l’Agcom e partecipa al Tavolo tecnico per la garanzia del pluralismo e della correttezza sulle piattaforme digitali lanciato dal Garante per le comunicazioni con l’obiettivo di prevenire e contrastare le strategie di disinformazione.

Il decalogo è già sul social

Nel frattempo, su Facebook è anche online un decalogo con i consigli su come imparare a riconoscere le notizie false, in collaborazione con Fondazione Mondo Digitale. A disposizione degli utenti – è consultabile anche nel Centro assistenza di Facebook oltre che nella parte alta del News Feed – anche , è diviso – appunto – in 10 consigli utili. Eccoli, ripresi testualmente dal social.

Non ti fidare dei titoli

Le notizie false spesso hanno titoli altisonanti scritti tutti in maiuscolo e con ampio uso di punti esclamativi. Se le affermazioni contenute in un titolo ti sembrano esagerate, probabilmente sono false.

Guarda bene l’URL

Un URL fasullo o molto simile a quello di una fonte attendibile potrebbe indicare che la notizia è falsa. Molti siti di notizie false si fingono siti autentici effettuando cambiamenti minimi agli URL di questi siti. Puoi accedere al sito per confrontare l’URL con quello della fonte attendibile.

Fai ricerche sulla fonte

Assicurati che la notizia sia scritta da una fonte di cui ti fidi e che ha la reputazione di essere attendibile. Se la notizia proviene da un’organizzazione che non conosci, controlla la sezione “Informazioni” della sua Pagina per scoprire di più.

Fai attenzione alla formattazione

Su molti siti di notizie false, l’impaginazione è strana o il testo contiene errori di battitura. Se vedi che ha queste caratteristiche, leggi la notizia con prudenza.

Fai attenzione alle foto

Le notizie false spesso contengono immagini e video ritoccati. A volte, le immagini potrebbero essere autentiche, ma prese fuori contesto. Puoi fare una ricerca dell’immagine o della foto per verificarne l’origine.

Controlla le date

Le date degli avvenimenti contenuti nelle notizie false potrebbero essere errate e la loro cronologia potrebbe non avere senso.

Verifica le testimonianze

Controlla le fonti dell’autore per assicurarti che siano attendibili. La mancanza di prove o il riferimento a esperti di cui non viene fatto il nome potrebbe indicare che la notizia è falsa.

Controlla se altre fonti hanno riportato la stessa notizia

Se gli stessi avvenimenti non vengono riportati da nessun’altra fonte, la notizia potrebbe essere falsa. Se la notizia viene proposta da fonti che ritieni attendibili, è più probabile che sia vera.

La notizia potrebbe essere uno scherzo

A volte può essere difficile distinguere le notizie false da quelle satiriche o scritte per divertire. Controlla se la fonte è nota per le sue parodie e se i dettagli e il tono della notizia ne rivelano lo scopo umoristico.

Alcune notizie sono intenzionalmente false

Usa le tue capacità critiche quando leggi le notizie online e condividile solo se non hai dubbi sulla loro veridicità.

Come spendono gli italiani? In dieci anni crollato l’abbigliamento, sale la casa

Come sono mutati negli ultimi dieci anni i budget familiari? Quali sono i settori nei quali gli italiani sono maggiormente disposti a spendere e quali invece quelli nei quali i nostri connazionali tirano la cinghia?  In base ai dati Istat, elaborati da AdnKronos, la “lista della spesa” è molto cambiata nell’ultimo decennio, sebbene all’interno di un saldo rimasto pressoché inalterato.

Giù l’abbigliamento

In discesa libera risulta la somma che le famiglie italiane anziano per l’abbigliamento (-24,8%) mentre s’impenna il costo dell’abitazione (+19,3%).  Il budget medio mensile di ogni famiglia italiana, però, è rimasto sostanzialmente uguale nell’ultimo decennio: era infatti di 2.461 euro nel 2006, mentre nel 2016 è arrivato a 2.524 euro, con un incremento di solo 63 euro (+2,6%). I dati contenuti nelle tabelle dell’Istat confermano le difficoltà che da anni sta attraversando il settore dell’abbigliamento e calzature, così come denunciato dai commercianti che operano nel comparto.

Alimentare, in Italia meno soldi per la spesa

La divisione nelle due categorie principali (alimentare e non alimentare) evidenzia che quello che è sceso di più è il comparto alimentare. Per riempire dispensa e frigorifero, i nostri connazionali hanno ridotto la spesa mensile da 467 euro a 448 euro (-4,1%). Cambia anche la spesa delle famiglie italiane per prodotti alimentari, con la voce ‘frutta e verdura’ che cresce da 84 euro a 102 euro (+21,4%) e quella ‘carne’ che scende da 106 euro a 93 euro (-12,3%). Per latticini e uova le uscite arrivavano a 64 euro nel 2006 e sono scese a 58 euro nel 2016 (-9,4%); in calo anche la quota destinata ai prodotti ittici, che da 42 euro è arrivata a 36 euro (-14,3%). Le uscite per i beni non alimentari sono invece passate da 1.994 euro a 2.076 euro, con un incremento del 4,1%.

Meno moda, più salute

Un po’ a sorpresa, nell’ultimo decennio la quota destinata per l’acquisto di vestiti e scarpe è passata da 157 euro a 118 euro. Su base annuale, si tratta di una sforbiciata da 468 euro. Cresce invece la spesa per la salute, con la quota destinata ai servizi sanitari che passa da 86 euro a 114 euro, registrando un incremento del 32,6% nel decennio.

Trasporti, budget ridotti del 25%

Appaiono in deciso calo le spese destinate alla voce trasporti, che passano da 362 euro a 271 euro, con un decremento del 25,1%. La quota – già risicata – destinata all’istruzione si riduce ulteriormente passando da 27 euro a 14 euro (-45,4%). Per il tempo libero e cultura le uscite nel 2006 erano pari a 111 euro e dieci anni dopo sono arrivate a 130 euro (+17,1%).

Startup hi-tech italiane, il mercato cresce grazie agli investimenti stranieri

Credono nella capacità degli italiani più gli stranieri che i nostri connazionali. Ecco, in estrema sintesi, l’identikit dello stato di salute delle startup italiane secondo l’Osservatorio Startup Hi-tech promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con Italia Startup – l’Associazione dell’ecosistema startup italiano.

Investitori esteri più fiduciosi

In base alle evidenze del rapporto, cresce la fiducia degli investitori esteri (+163% rispetto al 2016), i finanziamenti dei quali rappresentano il 36% dei fondi a disposizione delle startup hi-tech italiane. Passa da 101 milioni nel 2016 a 80 milioni nel 2017 il contributo economico degli investitori formali italiani, ma a bilanciare la decrescita è l’aumento del 10% dei finanziamenti da parte di attori informali.

Per il Nord e il Centro Italia il sistema a supporto delle startup è la principale motivazione che influenza la scelta della localizzazione della sede (per il 29% e 33% del campione), insieme all’accesso a personale qualificato in loco (17%). Al Sud e nelle Isole, le motivazioni si spostano sulla possibilità di accedere a incentivi conferiti da autorità pubbliche (23%) e sulla dimensione del mercato (23%).

Le note positive

“L’ecosistema startup hi-tech italiano continua purtroppo a soffrire di un cash shortage a monte, e dovrebbe essere sostenuto da opportuni strumenti ed operazioni ad esso interamente destinati e dedicati. È doveroso osservare però come all’interno di questo trend vi sia una nota positiva per le startup nostrane: si evidenzia infatti un aumento del taglio medio di investimento (circa il 70% dei quali superano i 500.000 euro), segnale che anche in Italia è possibile ottenere round di fascia medio-alta che aiutino la startup a proseguire nel processo di crescita” dice Antonio Ghezzi, Direttore dell’Osservatorio Startup Hi-tech del Politecnico di Milano.

Gli investimenti in startup hi-tech italiane nel 2017

Gli investimenti da parte di attori formali calano del 21%, passando dai 101 milioni del 2016 agli 80 milioni del 2017. Certamente un dato negativo, anche a fronte dell’ottima performance fatta registrare nel 2016 (dove per la prima volta avevano sfondato il tetto dei 100 milioni) ma la diminuzione non deve suscitare allarmismi. Negli ultimi sei anni, infatti, si è assistito spesso ad andamenti altalenanti, dove le dimensioni ancora ridotte degli investimenti complessivi potevano essere influenzate significativamente da poche grandi operazioni dell’ordine delle decine di milioni di euro.

I finanziamenti da attori informali fanno da contraltare al comparto precedente, bilanciando in parte la loro decrescita grazie a un trend positivo (+11%) che li porta a raggiungere quota 89 milioni di euro (contro gli 81 milioni di euro del 2016). Per la prima volta dal 2012 si registra quindi il “sorpasso” degli investimenti informali su quelli formali, guidato prevalentemente dalle componenti degli Angel Network e dei Business Angel indipendenti, nonché da una forte crescita dell’Equity Crowdfunding che raddoppia il suo valore dell’anno, per una stima pari a oltre 10 milioni di euro (entrambe le componenti positivamente influenzate dagli incentivi legati al 30% di detrazione fiscale sulle somme investite in startup e PMI innovative).

Dna, arriva un software per l’identificazione dei colpevoli

La tecnologia aiuterà sempre di più le forze dell’ordine a identificare i colpevoli di atti di violenza. L’ultima novità è un software che supporterà gli investigatori nel difficile compito di “leggere” e attribuire correttamente le tracce di Dna trovate sulla scena del crimine. In particolare, questo programma sarà molto utile nei casi di violenza sessuale.

Un programma creato fra Australia e Danimarca

Il software porta la firma di due ricercatori, David Balding dell’Università di Melbourne, in Australia, e Mikkel Andersen dell’Università di Aalborg in Danimarca. Il loro studio, che spiega le funzionalità e l’applicabilità del programma, è stata recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Plos Genetics.

Gli utilizzi in ambito forense

Il nuovo programma open-source, cioè facilmente modificabile dagli utenti, permette di visualizzare quanti uomini in una data popolazione potrebbero corrispondere al cromosoma maschile Y rinvenuto sulla scena del crimine, scrive l’agenzia Ansa. L’analisi del profilo del cromosoma Y è particolarmente utile quando si ha un piccolo quantitativo di Dna maschile mescolato a tanto Dna femminile, un fenomeno molto frequente nei casi di violenza sessuale. Portare in tribunale questa prova come fondamentale, però, può rivelarsi davvero difficile: infatti il cromosoma Y rimane pressoché identico nella trasmissione di padre in figlio. Il risultato? Lo stesso profilo del cromosoma potrebbe quindi essere condiviso da dozzine di uomini all’interno di una popolazione.

Il software consente di fare chiarezza

Attraverso questa novità informatica, i due scienziati hanno trovato una soluzione che consente di non smarrirsi fra infiniti calcoli di probabilità e metodi di conta nei database di popolazione. Il nuovo software, infatti,  è in grado di quantificare i risultati e renderli più facilmente interpretabili ai giudici, mostrando il possibile numero di uomini corrispondenti alla traccia biologica e le conseguenze che derivano dal grado di relazione che li lega.

Il cerchio dei possibili colpevoli diventa più stretto

I ricercatori dimostrano che la distribuzione di questi uomini può essere condizionata dalle informazioni contenute nei database, e suggeriscono modi per presentare questo dato in tribunale rendendo chiaro che il cromosoma Y non può identificare il colpevole in maniera definitiva, ma può restringere drasticamente il cerchio intorno a lui.

Uno dei due scienziati, David Balding, ha aggiunto: “Noi pensiamo che questo nostro lavoro porterà un grande miglioramento nella profilazione del cromosoma Y e nella relativa presentazione di esso all’interno dei tribunali.  Lavoreremo ancora per estendere il database e mettere a disposizione degli inquirenti sempre più informazioni utili e utilizzabili nelle indagini”.